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La duchessa di Amalfi smarrita fra i doppi

Post n°426 pubblicato il 11 Marzo 2011 da arieleO
 

Sotto il profilo della complessità drammaturgica, il personaggio principale de «La duchessa di Amalfi» di Webster, sanguinosissima (muoiono ammazzati tutti i protagonisti) fra le sanguinose tragedie elisabettiane, non è la nobildonna vedova del titolo, Giovanna d'Aragona, ma il sicario, Daniel de Bosola, che la strangola per ordine dei due fratelli di lei - il gemello Ferdinando, duca di Calabria, e il Cardinale - decisi a rimanere unici eredi dei beni di famiglia.
   Bosola è un autentico mostro (soprattutto nel senso di «monstrum», segno degli dei, fenomeno contro natura, prodigio) partorito, insieme, dall'intelligenza, dalla perfidia e dall'abiezione. E lo connota, per giunta, lo stesso umore malinconico che appartenne a Webster. Sicché - sulle orme di Swinburne, che lo definì «micidiale meditabondo e furfante filosofico» - possiamo rintracciare in lui qualcosa di alcuni fra i più emblematici e problematici personaggi di Shakespeare: sicuramente di Jago, ma anche di Amleto e di Mercuzio.
   Ora, Consuelo Barilari - regista dell'allestimento de «La duchessa di Amalfi» in programma al Bellini - individua, giusto, il tema del doppio, nel senso dell'aspetto contrario di una stessa persona. Ma il problema è che in tal senso lo sviluppa solo nelle sue note. In scena s'accampa, invece, il doppio nel senso assai più innocuo e macchinoso della duplicità: stante la decisione della Barilari di assegnare due personaggi ciascuno a quattro dei sei interpreti in campo.
   Così, per cominciare, Mariangela D'Abbraccio interpreta sia Giovanna che Ferdinando. E la conseguenza è che, quando i due personaggi sono di scena insieme, la Barilari deve ricorrere a stratagemmi tanto incongrui quanto ingombranti: una controfigura in maschera per Giovanna e un video per Ferdinando. Il tutto affogato in un profluvio di sipari interni, rotazioni su se stessa della struttura che campeggia al centro dello spazio scenico nudo, fumi, canzoni e pantomime oscene in funzione d'incubi.
   Sono, per dirla nel dialetto napoletano che la regia talvolta attribuisce a Bosola, le «frasche» con cui si tenta di spacciare il «vino vattiato» (quello tagliato con l'acqua) per «vino a na recchia» (quello di buona qualità). E fra gl'interpreti, per concludere, s'impone solo Paolo Graziosi: in un prologo inventato nel ruolo di Matteo Bandello, da una cui novella Webster prese l'avvio, e per il resto in quello di Bosola.
   Lasciamo stare, comunque, la presunta attualità del testo e i rimandi cervellotici al femminismo. Il senso de «La duchessa di Amalfi» sta nella battuta di Bosola: «Oh, noi non siamo che palle da tennis che gli astri adoperano per giocare tra loro».

                                                       Enrico Fiore

(«Il Mattino», 11 marzo 2011)

 
 
 
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