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Giornata della cultura ebraica: non solo Shoah

Post n°84 pubblicato il 28 Settembre 2010 da romanodavide

Non solo Shoah. E’ anche questo il senso della “Giornata europea della cultura
ebraica”, che domenica celebra l’undicesima edizione. Dopo decenni passati a
combattere per affermare la verità della Shoah contro i tanti negatori e
manipolatori della morte di sei milioni di ebrei, le comunità ebraiche di tutta
Europa hanno percepito un rischio: che grazie al continuo accostamento
mediatico dell’ebraismo al genocidio perpetrato dai nazisti la millenaria
cultura ebraica venisse in un certo qual modo “schiacciata” ai soli anni ’30 e ’
40 del ventesimo secolo. Il mondo ebraico vuole con queste giornate evitare che
tra l’opinione pubblica passi il (brutto) concetto di un ebraismo legato alla
sofferenza. Se è infatti vero che di persecuzioni antiebraiche ce ne sono state
tante nel corso dei secoli, è anche vero che il popolo ebraico ha vissuto anche
tanti periodi di pace e di prosperità. Inoltre l’ebraismo è tutt’altro che
triste, ma – al contrario - una religione di gioia. E sarebbe un delitto – e
qui arriviamo al senso della giornata della cultura ebraica – non mostrare al
pubblico il contributo che la cultura ebraica ha sempre offerto al mondo
circostante. Quest’anno in particolare, la giornata è dedicata al prolifico
binomio tra arte e ebraismo: basti pensare al solo mondo della musica, dove il
fruttuoso scambio melodico tra il popolo ebraico disperso nel mondo e le varie
popolazioni limitrofe hanno dato luogo a veri e propri generi musicali quali il
klezmer, la musica sefardita, quella ebraico-yemenita e quella israeliana.
Frutti di una contaminazione culturale che ha arricchito l’umanità intera. Un
discorso a parte andrebbe invece fatto per le arti figurative, laddove il
divieto religioso di riprodurre l’immagine divina e umana ha in realtà dato
luogo a disobbedienze assai fruttuose: pensiamo solo al pittore impressionista
Camille Pissarro che raffigurava nelle tele non l’immagine reale, ma quella che
la luce che cade sui soggetti rifrange. Poi ci sono stati giganti come Marc
Chagall, Amedeo Modigliani e Roy Lichtenstein, che hanno invece proposto un
modo nuovo di guardare alla realtà umana, trasfigurandola attraverso i filtri
dettati dalle loro rispettive visioni creative.
A Milano avremo l’opportunità di ascoltare presso la sinagoga di via Guastalla
gli interventi su Arte ed Ebraismo di persone di spessore: Andrée Ruth Shammah,
Haim Baharier, il rabbino Roberto Della Rocca, e il rabbino capo della nostra
città, Alfonso Arbib. Solo guardando ai loro cognomi, tre su quattro di chiara
origine non italiana, appare già chiaro come a parlare di arte ed ebraismo e
delle contaminazioni culturali saranno persone esse stesse profondamente
contaminate. A dimostrazione che se invece che farci impaurire dalle diversità
sappiamo abbracciarle, e farle almeno in parte nostre, allora avremo fatto un
passo in avanti: non solo nella direzione della tolleranza, ma soprattutto dell’
arricchimento di noi stessi.

Davide Romano

Pubblicato su La Repubblica-Milano il 5 settembre 2010

 
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