Un blog creato da dialogoalbuio il 05/02/2015

Dialogo al buio

Scrivendo con una perfetta sconosciuta

 
 
 
 
 
 

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(9) Discese senza freni

Post n°8 pubblicato il 09 Febbraio 2015 da dialogoalbuio

Gentile Tempesta Invernale,
                                             lei popola i miei pensieri, quanto la neve oggi popola le strade. Non posso camminare senza vederla o sentirla. E mi perdoni quindi, se ogni tanto la calpesterò un po'.
Sento in Lei il voluttuoso desiderio di far fiorire la parte più inenarrabile di lei. Quella che fa scappare gli uomini. L'impura. L'indegna. La distruttiva. La pericolosa. Mi viene in mente l'immagine di una belva dall'aspetto feroce che tutti fa scappare, quando in realtà chiede solo di essere nutrita e domata. Nel suo desiderio di eccessi e di sconfinamento lei si diverte a sorprendere e a spaventare.

Mi vengono in mente alcune immagini del mio passato. Ma gliene racconterò di una. Una soltanto. Non amo annoiarla con i miei assurdi aneddoti. E poi, come le dicevo, voglio liberarmi dal peso del passato.
L'immagine che mi viene in mente è un sesso glabro. La prima volta che incontrai una strega, diversi anni fa, la trovai impacciata. Ricordo che non era affatto depilata, là sotto. E il nostro primo incontro la trovai quasi pavida.
Ebbi modo e desiderio di rivederla diverse altre volte, nel corso della mia vita. E ricordo di lei un incontro di qualche anno dopo, in cui lei mi fece paura. Ricordo che la trovai glabra. E il suo corpo era bellissimo.
Le chiesi di fare l'amore, perché temevo (non le racconterò tutta la storia) che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrei fatto l'amore con una donna. Scelsi lei, nel delirio. E lei accettò di accontentarmi.
Il suo odore mi entrò dentro. E il contatto con il suo corpo, guarì la mia mente da alcuni fantasmi che la popolavano. Dopo essermi congiunto con lei ho questa immagine. Di lei che si riveste, in fretta, e se ne va.
Delle sue mutande di pizzo nero che tornano a vestire il suo sesso ora glabro e rigoglioso. Le dico "hai cambiato look, là sotto.". E lei mi disse che faceva parte del suo cambiamento. Di certe consapevolezze che aveva maturato, anche grazie a me anni prima. Ricordo che mi raccontò di alcune sue avventure, piuttosto libertine. E ricordo che sentendola così sfuggente, così libera, così determinata nel suo incedere dionisiaco, ebbi paura di lei.
Ricordo che se ne andò di fretta. Ci saremmo rivisti il giorno dopo, nello stesso albergo della sua città. Ma ricordo che in quel momento, per la prima volta in vita mia, mi sentii innamorato di qualcuno. Era posseduta da un demone. E io mi innamorai, ancora prima di lei, di quel demone che la possedeva. Girai, pur sapendo che lei era a casa, per le vie della sua città. Giravo a vuoto, cercando il suo odore. Cercando i suoi occhi. Giravo a caso, con l'idea di perdermi. E in quello smarrimento che cercavo, lei era davanti ai miei occhi. Avevo paura di lei. E ancora di più ne ebbi quando le dissi che mi ero innamorato di lei. Lei disse che mi voleva vivere come non aveva mai vissuto nessun altro. E in feroce libertà. Provai una fitta di gelosia a sapere che lei si sarebbe vista con altri uomini. Non ero più libertino. Ero insicuro. Lei mi aveva reso tale. Io la desideravo, ma avevo morbosa paura di lei. Per paura di perderla, pochi mesi dopo, la lasciai. Eppure la desideravo alla follia. Non fu l'ultima volta che vidi quella persona. La rividi anni dopo. E la storia era completamente cambiata. Avevo vissuto una storia importante in mezzo. E in qualche modo mi aveva cambiato. Avevo il peso di una ferita fortissima nell'anima (quella di cui le ho accennato), e andai da lei perché me la guarisse. Non aveva più glabro il sesso. E io, per quanto provai molto godimento in quel nuovo incontro tra noi, ero distante e sanguinante. Le ho citato questo aneddoto perchè l'immagine di quel sesso glabro è come un simbolo. Non era la moda che stava cambiando (tantissime donne sono glabre, ora...), era un segno della sua liberazione interiore. E io ne ebbi paura. E io al tempo stesso me ne innamorai. Tutt'ora la considero una donna straordinaria.

Le voglio riprendere una metafora, sulla follia e sulla paura, su cui ragionai alcuni anni fa. E su una certa freddezza che il mio animo prese, nel vivere certe avventure fuori dal seminato, in una certa fase della mia vita.
Vanno solo affrontati come forti discese in bicicletta, certi incontri folli. Senza indugi. Senza timori. Con l'insano ed efficace delirio dell'incoscienza. Con tutta la sana irresponsabilità che possiamo contenere in gola. Perchè se ascolti la paura, a cento chilometri all'ora e freni all'improvviso, finisci per consumare sull'asfalto la carne e poi le ossa. Perchè se il volo sul precipizio non lo affronti con tutto lo slancio temerario e spericolato che possiedi, ti attende inesorabilmente il fondo del baratro.

Se Lei avesse scritto che non aveva paura di nulla, io sarei andato via. Non sarebbe stata nuda. Avrebbe avuto quanto meno un cappotto. E si ricordi bene che con me, Lei, non può portare nemmeno le mutandine.
Si svesta sempre, prima di iniziare a scrivere. Mi raccomando. Ho bisogno delle sue debolezze, per sentirLa vicina. Ho bisogno della sua imperfezione, per sentirLa perfetta per scrivere con Lei.
La mia paura più grande è quella della morte. Un'altra paura atavica è delle malattie. (si... sono fortemente ipocondriaco...). Un'altra paura è di non poter dare, a chi crede in me, quello che si aspetta. Un'altra paura è quella per le armi. (e dire che mio padre le ama alla follia). Fatico a tenere una pistola carica in mano. Che, per un Serial Killer, converrà che è una bella scocciatura.

Ritengo di essere un'anima molteplice. Ma non so se riuscirei mai, o meglio, se vorrei mai, mescolare il lato costruttivo e il lato distruttivo con la stessa persona. Io credo che il rispetto sia alla base di tutto. E credo che se qualcuno decide di avere un compagno, ma di vivere certe cose fuori dal seminato, debba avere la forza di non fargliele pesare. Le deve vivere solo per sé stesso.

La mia voce, al cospetto del mio umore molteplice, è un po' come il mare al cospetto di un cielo dal molteplice aspetto. Sa essere calda e rassicurante, in qualche modo seducente. Nel mio lavoro mi rendo conto che la mia opera principale non è l'efficienza, ma il saper capire e saper rassicurare le persone. Ne hanno bisogno. La mia voce professionale, lo è. In certe telefonate, la mia voce sa aprire le porte. Però, complessivamente, non è una voce da cinema. Lo so perché spesso ho doppiato, e odio sentire la mia voce. La vorrei molto più profonda. Quasi cavernosa. Una voce capace di fare paura da sola.

Prima di salutarla, le voglio fare alcune domande:

Le piace il personaggio "Bocca di Rosa" della canzone di De Andrè? Una parte di lei, non amerebbe morbosamente essere Bocca di Rosa?
Mi racconti l'ultima cosa per cui, senza alcun contatto fisico, lei si è sentita bagnata. (eccitata e basta non rendeva, non trova?)
Mi racconti l'ultimo sogno di cui ricorda qualcosa.

Non posso accomiatarmi senza una citazione, dal momento che lei le apprezza.
E le dico alcuni versi di un poeta cantante, che io trovo geniali.

"non sai che ci vuole scienza, ci vuol costanza, ad invecchiare senza maturità?"
Il nome dell'autore, senza guardare su Google, lo sa trovare?

La saluto, mia demoniaca Bambola assassina.
Sappia che mi fa piacere sapere che lei ha riletto la poesia di Neruda prima di dormire, desidero impossessarmi ossessivamente del suo sonno. Desidero entrare nella parte di Lei su cui non ha controllo. E lì prender dimora.

 
 
 
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