VIOLENZA SULLE DONNE
Le donne spesso sono indifese, fragili, in balia della cattiveria degli UOMINI che sfocia in violenza...S.O.S ...abbiamo IL CORAGGIO DI DENUNCIARE PER DIVENTARE LIBERE! Un inchino Firdhaus (Contro ogni forma di violenza alle donne e deboli e bambini, a qualsiasi latitudine..)
Il nostro blog..

il libro della nostra vita, donne picchiate, donne violentate, donne che non hanno piu' lacrime.lascio una traccia di me sul selciato di questo mondo virtuale. Una pagina di un libro che nessuno leggera' mai. Il mio sogno di riscattare tutte le donne del mondo, in una ineguaglianza che nessuno conosce. Studio di nascosto perche' voglio urlare la verita' che si nasconde dietro le porte chiuse. Schiaffi percosse e tanta paura. Nessuno se ne frega. Tante parole comprensione ma solo chi havissuto la violenza sa cosa vuol dire. Lacrime lividi ma ferite sull'anima. Donne con il sesso infibulato, donne senza diritto di vivere, donne non libere, una schiavitu' esistente un libro da chiudere gettare e far finta di non averlo letto. La schiavitu' apperentemente non esiste, basta leggere la cronaca dei giornali per capire..cosa vuol dire esseere donna oggi . Libro di vita da bruciare.
Un inchino
Firdhaus
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“Basta con la pedofilia basta la violenza sui bambini”.
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Post N° 105
Post n°105 pubblicato il 19 Luglio 2005 da firdhaus
La giustizia non è uguale per tutti La tossicodipendenza, la criminalità ad essa legata, il carcere, quando si acciuffa un drogato con le mani nel sacco, sono temi che si prestano a fare discutere e riflettere. Per questo abbiamo deciso di divulgare la storia di Margherita Frisina, apparsa su «Una città» (il numero 65, febbraio 1998, le era dedicato), mensile di Forlì attento ai problemi del disagio. E’ giusto che una ragazza giovane, perché eroinomane, per uno scippo di 70.000 lire, un assegno rubato, debba scontare anni di carcere o sia costretta forzatamente dalla legge a riabilitarsi? L'alternativa alla violenza del carcere? L’alternativa allora? Legalizzare le droghe pesanti, in modo che gli scippi, i furti dei tossici non disturbino l’ordine sociale? Il carcere quando rubano o vendono per la dose? Esiste una soluzione che sia una via di mezzo tra le due, meno coercitiva? La questione è spinosa. Le risposte molte e diverse. Tossicodipendenti e reati connessi. L’alternativa ce l’hanno: programma terapeutico o carcere. Basta che scelgano. Matematico. Il punto è che non sempre tutti sono immediatamente convinti di andare in comunità, non si sentono pronti, o non vogliono semplicemente andarci. Non tutti quindi ce la fanno a restarci. Scatta il meccanismo della fuga. Ma in affidamento, se si scappa, si torna dentro. Secondo i parametri della giustizia, il tossicodipendente che non decide subito, in base ai tempi dettati dalla legge, brucia l’opportunità di tornare ad essere un individuo normale, perfettamente sano ed integrato nella nostra società. Non ha insomma la "fibra morale" per stare al mondo. Ma per rimanere in carcere sì. Il racconto di una mamma ferita Ecco la storia di Margherita Frisina, una ragazza dai capelli corvini. I primi guai con la legge Margherita diventò dipendente dalla droga a diciassette anni. Erano gli anni ’89- ’90. I guai con la legge iniziarono con uno scippo compiuto, con un ragazzo, ad una vecchietta. Loro a bordo di un ciclomotore. L’anziana in bicicletta. In tutto settantamila lire di lire in contanti. Giusto il ricavato di una dose schifosa da spararsi in vena, bollente. Per poi ricominciare. Perché i soldi non bastano mai. Non importa quanto denaro accumuli o quanta gente freghi: l’eroina rende costipati. E Margherita divenne costipata. Ma c’era sua madre accanto a lei. Impotente come tutti i familiari e le persone che ti vogliono bene e soffrono. La giovane, con il sostegno della mamma, a cui era molto legata, decise forzatamente di intraprendere un programma di riabilitazione per tossicodipendenti: il giudice di sorveglianza l’aveva affidata alla comunità. Ma lei non si sentiva ancora matura per la comunità. Per Margherita era come una condanna a morte. Aveva paura di uscire con il cervello piatto. "Mamma, portami via di qui o ne uscirò nelle bara" La mamma sostiene che Margherita sentiva delle voci in carcere, quelle voci che le suggerivano di farsi sempre del male: "Cosa ci stai a fare al mondo? Non sei buona a nulla. Non vedi che nessuno ti vuole più bene?". Durante una visita la donna ricorda queste parole della figlia: "Mamma, portami via di qui, perché sennò esco dentro una bara". Non capiva bene il senso di quelle parole la signora, perché vedeva che imbottivano Margherita di farmaci, per via delle voci che sentiva. La situazione nervosa della giovane era ai limiti. La madre si diede da fare. Per tirarla fuori della prigione, si rivolse alla Usl in cerca di una comunità, perché Margherita, con una lettera, l’aveva informata di avere maturato la decisione di entrarvi. Era l’aprile del 1997. Ma i tempi si allungavano, troppo. Un'altra condanna, i permessi sospesi: il crollo Margherita stava ormai per terminare la carcerazione. A novembre avrebbe finito. Aspettava quel momento.Sperava, scriveva: "Anche se ci saranno queste umide e fitte sbarre, la mia anima è libera, anche se il sole che mi guarda rimane cupo e freddo". |
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