Che poi, dico. Ma chi me lo fa fare?
Quando ho creato questo blog avevo giurato solennemente a me stessa che mai e poi mai avrei scritto un post sull’amore. Figuriamoci sugli uomini.
E infatti.
Da brava perfezionista della coerenza, mi sono permessa finora solo due digressioni, e pure in senso lato, in Papaveri e papere e in Free as a bird. Che poi non era esattamente un parlare. Nel senso di disquisire. È che io sono una pragmatica: preferisco la pratica empirica alla teoria. Invece di scagliare arance e polpette metaforiche, ho raccontato i fatti nudi e crudi. Quindi mi ritengo assolta. Ho promesso e mantenuto. Tutto il resto è pura trascendenza trasversale della mia vita. Ma c’è sempre un momento in cui, con tutte le attenuanti del caso, promesse e giuramenti solenni vanno rimescolati all’uopo per assurgere ad un più rispettabile ‘mai dire mai’.
Ora, qualcuno potrebbe chiedersi 1) perchè abbia, in partenza, preso questa decisione e 2) perché ora, e proprio ora, ne stia venendo meno (anche se mi sta sorgendo il dubbio che, piuttosto, qualcuno si stia chiedendo quando mi deciderò a venire al sodo, e se mai mi deciderò).
1) Premetto che amo parlare d’amore. Mi diverte un sacco, salvo farmi venire le crisi di nervi, quando mi vengono. E soprattutto amo parlare di uomini, perché lì il divertimento aumenta, sebbene le crisi di nervi in quel caso aumentino in maniera più che esponenziale. Del resto so che posso contare su una cerchia abbastanza allargata di donne, tra amiche e conoscenti, contando anche colleghe e parenti, con cui posso, quando ne ho voglia, divertirmi a scagliare le arance e le polpette di cui sopra. E poiché tale cerchia è ampiamente estesa a tutto il territorio nazionale, posso raccogliere un altrettanto ampio spettro di casistiche, da nord a sud. Qualche volta si raccolgono anche fiori e bambini, perché non sempre, e non a tutte, va poi così male. Inoltre, qui c’è una marea di post e contropost consacrati, nonché addirittura veri e propri blog creati su misura, che uno mio eventuale mi avrebbe fatto l’effetto di andare a riempire un panzerotto anche troppo ripieno. L’ipse dixit ripetuto annoia, si sa. Piuttosto ho preferito, finora, il ruolo meno determinante e più divertente di chi commenta sull’argomento, senza per questo venir meno al concetto imperativo della coerenza. In più cerco di essere abbastanza imparziale da rifuggire dalle generalizzazioni forzose, sul tipo ‘gli uomini sono tutti uguali’, pur trovando divertente dirlo e dannatamente vero che lo sia.
2) Sono stufa.
Recentemente mi è capitato di dover far fronte ad una strana malattia ricorrente. Sembra che questa malattia, dalla sintomatologia più abietta e perfida che si possa immaginare, nonché dalle conseguenze quasi sempre nefaste sul sistema nervoso femminile e nessun danno evidente al sesso opposto, colpisca in particolar modo il genere maschile, pur essendosi manifestata, con gravi effetti collaterali, anche nel genere femminile. Con la differenza che, quando si verifica in una donna che conosco e lo vengo a sapere di persona, sono talmente felice che vado a stringerle persino la mano, cantando ‘Alleluia’. Questa malattia, dal nome piuttosto banale di confusione, sembra innocua e destinata a svolgersi nel breve periodo. Invece, non solo te la ritrovi tra i piedi all’improvviso e quando meno te l’aspetti - magari dopo aver già prenotato chiesa e ristorante e spedito partecipazioni in tutto l’emisfero nord del globo - ma assume contorni piuttosto inquietanti e si agita a ritmo serrato, con brevi pause intermezzate qui e là, giusto per darti un po’ di respiro e naufragarti nella beota illusione che l’acqua alta non abbia ancora seppellito Venezia. E invece, no. Poiché è scritto da qualche parte che ‘amare qualcuno significa prestare il fianco alla sofferenza’, se ami devi soffrire.
E, quindi, fedele al corollario sopracitato, inizia lo stillicidio dei ‘sono confuso’, ‘non so cosa mi stia succedendo’, ‘non dire sciocchezze, io ti amo, è solo che è un periodo un po’ così’, ‘ho bisogno di un po’ di spazio per me’. Eccetera, eccetera.
Al che, dopo un po’, se non sei tufa, capisci l’antifona e lasci finalmente in pace quel povero vigliacco che non ha il coraggio di dirti le cose come stanno. Cioè, che non vuole più stare con te. Aria.
E così tu te ne vai, piangi anche a lungo tutte le tue lacrime, poi un bel giorno decidi che sei più bella se sorridi, ti rimetti i tacchi alti e ricominci a vivere. A questo punto inizia un altro calvario. Il Confuso, vedendoti bella allegra e nient’affatto vedova, circondata bensì di virili presenze di tutto rispetto, riacquista di colpo tutta la lucidità perduta. E allora te lo ritrovi improvvisamente poeta (non è vita, questa vita senza te) o fioraio (dietro la porta con rose rosse e nontiscordardimè) o sponsor della Vodafone (life is now).
Finchè all’ennesimo ‘sono stato uno stupido, non posso vivere senza di te’ o, variante più temibile, ‘sei la donna della mia vita, ora lo so’, tu, che ancora ci tieni e pensi coi lucciconi agli occhi a quanto era bello stare tra le sue braccia, capitoli. Vera resa della Bastiglia. (Word continua a correggermi la B con la P, ma non c’è nessuna resa di Pastiglie e non so come farglielo capire). Tempo un mese, massimo due, il Confuso riperde i suoi neuroni e tu non sei più la donna della sua vita. Come dire: ipse dixit.
Come a dire: non basta che mi abbia investita un camion. Deve pure fare retromarcia?
E inoltre: c’è qualcuno che potrebbe dire a questo stupido camion che è ora di uscire al prossimo casello? Aria.
Free as a bird
It's the next best thing to be
Whatever happened to
the life that we once knew
Always made me feel so free
Free as a bird
(The Beatles)
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