…e così ho scoperto che il mio silenzio non piace a nessuno. Venerdì mattina, al lavoro, ad un certo punto ho avvertito la presenza di alcuni dei miei colleghi attorno alla mia scrivania. Ho alzato lo sguardo dal Mac, su cui stavo lavorando con ferrea concentrazione e, tenendo gli occhiali sulla punta del naso, li ho squadrati al di sopra delle lenti, come una vecchia nonna alle prese con un interessantissimo ricamo a punto croce.
Ed eccoli lì.
Al di là del mio grande tavolo, allineati come carabinieri, Jolie, Silvietta e Carlo: mani in tasca ed espressione seria, sull’andazzo del “dobbiamo parlare”. Al che io, che non mi lascio mai sfuggire un’occasione per fare dello spirito, sempre puntandoli con le lenti calate, ma senza mollare di un filo mouse e tastiera, me ne esco con un poco originale “chi siete, che volete, un fiorino”. Il che, bontà loro, gli strappa un sorriso divertito e li induce a rilassarsi quel tanto che basta, per ritrovarmeli d’un botto indisciplinati: chi seduto sul tavolo a gambe larghe (Carlo), chi allungata a pancia in giù e culetto all’aria (Silvietta), chi sprofondata su una sedia al mio fianco (Jolie).
“Uhei, non siamo mica a Sfrittole. Smammare, sciò” faccio, dando aria alle mosche. Ma quelli continuano a sorridere come babbuini alle prese con le banane in un circo e mi propongono allegramente “pausa caffè”. E così alzo gli occhi e vedo una sorridente Raffaella alle prese con la macchinetta ‘sputacaffè’ della Lavazza, coadiuvata da un altrettanto allegro Vladimiro, che sembra spassarsela un mondo a sistemare bicchierini e palette per lo zucchero sul vassoio. Tutta quell’allegria stonava vistosamente con il mio umore. Non che fosse nero, ecco. Ma un velo di malinconia mi pervadeva tutta, dalla testa ai piedi.
“Che c’è, vi siete messi d’accordo?”
“C’è che sei troppo silenziosa, in questi giorni”, azzarda Jolie, la spilungona dello studio.
“Infatti,” le fa eco Silvietta, “e non è da te”.
“Non sono abituata a vederti silenziosa. Ti preferisco rompipalle”. Questa è Anto, che nel frattempo si è aggiunta al già nutrito gruppetto.
E poi sarei io la rompipalle.
È vero, però. In effetti in studio faccio un gran casino. Difficile che passi inosservata, standomene zitta e buona nel mio angoletto. Non sono una gran chiacchierona, ma mi piace godere della compagnia degli altri e rido spesso. Ma in questi giorni il mio bisogno di silenzio si è esteso a tutti i campi della mia esistenza. Mi accorgo di vagare sempre più spesso con lo sguardo, attraverso la grande vetrata, verso il mare. Oppure di tracciare più volte con la matita un segno già percorso mille volte. Sul blocco di fogli bianchi accanto al tappetino del mouse, disegni di cubi e parallelepipedi sono pieni di ombre. Qualcuno ha anche una finestra, ma oscurata dal tratto obliquo del carboncino. È come se stessi mettendo tende e oscuramenti dappertutto, come se volessi tenere fuori il sole di queste giornate precocemente estive.
Ma il sorriso degli altri è contagioso. Mi sorprendo a ridere, tra uno starnuto e l’altro di un raffreddore che non mi abbandona da giorni. Ho gli occhi pieni di lacrime, e non è colpa solo degli starnuti. Quei gran bastardi se ne accorgono e mi prendono in giro a più non posso. Mi dicono che devo smetterla di fare la principessa sul pisello. Ed io rido, anche se la battuta è vecchia e ci ho fatto l’abitudine. So che mi vogliono bene e che sono preoccupati per me. Mi accorgo che la mia malinconia li ha tenuti lontani e loro, forse per discrezione, mi hanno assecondata. Ma evidentemente avevo superato il tempo massimo da loro concessomi… dovevo tornare a sorridere. Vogliono che torni quella di sempre. Altrimenti non mi lasceranno in pace. E so che manterranno la promessa.
Inviato da: falco58dgl
il 23/12/2011 alle 15:21
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il 30/08/2011 alle 17:31
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il 24/04/2011 alle 21:53
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il 12/01/2011 alle 11:06
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il 02/01/2011 alle 14:50