Per aspera ad astra

alpinismo , mountain bike e avventura

Creato da fritzwitt il 09/04/2009

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Fovea maledetta 1978

Post n°7 pubblicato il 25 Gennaio 2010 da fritzwitt

Fovea Maledetta 1978.

 

Premessa. L’altro giorno, approfittando di queste brevi vacanze, riordinando il comodino, ho ritrovato alcuni fogli di carta che avevo scritto con la mitica “Lettera 22” di mio padre. Erano un po’ ingialliti e, quando ho incominciato a sfogliarli e a leggere, la polvere mi si attaccava sui polpastrelli e mi ha fatto starnutire.  D’altra parte, in oltre 30 anni, il tempo fa percepire il suo inarrestabile passaggio su tutte le cose, anche su dei pezzi di carta…

Comunque ecco cos’ho tirato fuori.

 

“La zona orientale del Carso triestino è, indubbiamente, una tra le più ricche di importanti cavità che hanno fatto la storia della speleologia, non solo locale.

Nomi come quelli dell’abisso di “Gabrovizza”, del suggestivo e tragico“Cristalli”, del pericoloso Gianni Cesca - aldilà della famosissima e turistica grotta Gigante - sono ben impressi nella mente di ogni appassionato speleologo,  mentre le vicine grotte dell’”Orso”, “Verde”, “Alce” ed “Ercole” hanno rappresentato il primo contatto con il mondo sotterraneo per generazioni di “grottisti”.

La domenica, pertanto, non è difficile identificare questi caratteristici appassionati, spesso carichi di sacchi ricolmi, da cui spuntano rotoli di scalette, corde e moschettoni, “pronti, - come scriverebbe il “2000 grotte”- ad essere inabissati”.

Allora, fra tanti visi ed espressioni diverse, si può leggere l’entusiasmo misto a preoccupazione dei “principianti”, lo sfoggio di sicurezza del “capogruppo”, la curiosità degli escursionisti di passaggio.

In breve iniziano i tradizionali “riti” della carica della lampada a carburo, dell’”armo” del pozzo e dell’immancabile lancio di qualche sasso nella sua “bocca” quasi a …rassicurarsi della profondità.

L’atmosfera, così, si fa più elettrica: all’eccitazione dei ragazzi, si mescolano gli immancabili racconti di aneddoti, i consigli, le raccomandazioni, distribuiti a piene mani dai “vecchi”, mentre, vicina, scura e silenziosa si apre la cavità, da sempre simbolo di ingresso all’ignoto, momento  di sfida e di avventura .

Una, però, tra tutte quelle grotte mi attraeva in particolare: la più suggestiva, sia per la bellezza del suo ingresso che per il nome che rimandava a periodi passati dove i nomi si tingevano dei colori intensi del Romanticismo: la “Fovea Maledetta”.

L’abisso è costituito da un unico grande pozzo che, dal fianco di una imponente dolina, precipita per 135 metri, esaurendosi in una caverna.

Per questo, forse, è poco frequentato: per la sua struttura tipica da “foiba” carsica ( fovea, significa“cavità” ): l’essere, pertanto, uno di quei tunnel verticali che sprofondano nel terreno per decine e decine di metri e non conducono a nulla… se non a contemplare dal fondo, indistinto, lassù il baluginare di una luce lontana.

“ Perché vado in grotta?”, mi domandavo in quello splendente primo pomeriggio del 17 aprile, quando schiacciato dal peso della lunghissima corda e di tutto il materiale occorrente, camminavo, caracollando, alla ricerca della mia avventura. “Mah?” Effettivamente non so darmene una risposta logica e coerente.

Gli psicologi parlano di “ritorno inconscio al ventre materno”? La teoria è azzardata ? Non lo so. In realtà sono alla ricerca di “sensazioni forti”, “di “sfide” che gratifichino il mio desiderio di avventura.

Ma non è certo solo per questo. So di subire il fascino della natura nelle sue manifestazioni più grandi e misteriose.

Fin dall’antichità l’uomo ha temuto le tenebre, simbolo di morte ed ha amato il sole, simbolo di vita.

La fantasia ha allora popolato le caverne, gli abissi, di mostri, di figure maledette, di spiriti demoniaci: luoghi quindi da temere, sedi nascoste del male dalle quali questi partiva per colpire l’umanità.

Si, forse, facendosi scivolare giù per una corda di 10 millimetri in una  voragine profonda, si può inconsciamente voler emulare il cavaliere che parte per uccidere il drago, la paura nascosta nel nostro intimo… E’ come un calare dentro se stessi per poter, giunti in fondo, superata la “prova del coraggio”, urlare trionfanti “ il mostro è sconfitto, hai vinto tu …  sei stato più forte delle tue debolezze!” E, se poi si va da soli, come andavo io, la parte calza alla perfezione, rivelando apertamente quel  lato romantico – gotico del mio carattere.

Vi è, inoltre, una sensazione di autocompiacimento, un pensare di compiere qualcosa di “eccezionale”che esuli, quindi, dal monotono grigiore della vita di ogni giorno, la ricerca del cui senso è, alle volte, difficile.

Allora la marcia solitaria di avvicinamento alla grotta diventa un momento di forte tensione interiore.

 

 

Si è soli con se stessi: l’indomabile spirito di sopravvivenza  ( … dai più detto semplicemente “buonsenso” ) attacca con decisione e scatena, subdolo, tutti i timori per battere l’orgoglio e l’innato senso dell’avventura, della curiosità.

Si scontrano così  l’irrazionale e ciò che non lo è… finchè… ecco entro nella dolina. Lo zaino si impiglia nei rami della fitta vegetazione. Con uno strattone mi divincolo e, all’improvviso, mi appare in tutta la sua nera e affascinante bellezza “Lei”: “la Maledetta”! I dubbi, i tentennamenti, si dissolvono come neve al sole: resto incantato dalla maestosa crudezza di questo profondo abisso.

Incomincio, emozionato, a prepararmi: infilo la tuta, i ruvidi calzettoni di lana grossa, gli stivali verdi, provo la funzionalità della lampada.

Poi, sfilo la corda, o meglio la “super corda” nuova di 200 metri che il GSSG ha appena comprato, e scelgo pure un “super albero” per attaccarla.

Controllo più volte i nodi e la solidità di tutto ciò a cui mi affido… per ciò che posso ! D’ora in poi la mia vita sarà letteralmente appesa ad un filo.

Ora impugno la corda e la lancio con decisione nel vuoto. Precipita sibilando mentre il tratto rimasto in superficie si srotola vorticosamente guizzando verso il basso. Attacco il discensore. Prego Dio che me la mandi buona. Mi porto sull’orlo. Ultima spallata alla paura. Guardo giù: il sottile nastro bianco si perde nell’oscurità. Entro nella bocca del pozzo: con un piccolo balzo volo nel nulla .

Prima lentamente, poi sempre più velocemente la corda incomincia a scorrere tra le pulegge del discensore.

Dopo i primi metri a contatto con la parete ricoperta di uno spesso e soffice strato di muschi, scendo perfettamente nel vuoto: allora l’abisso si apre in tutta la sua grande e tenebrosa bellezza: le pareti sfuggono lontane, umide e scure; rare nicchie occhieggiano irraggiungibili e due coni di luce bianca si diffondono spezzati dalla capriata del ponte di roccia che congiunge con un’architettura ardita e slanciata i lati dell’abisso.

Mi fermo con uno strattone: desidero godere con intensità di questi momenti. Penzolo nel baratro: l’elasticità della corda mi fa girare un po’ da una parte e un po’dall’altra finchè la fune si assesta. Alzo gli occhi. La visione è di un raro fascino: il vivido biancore della luce penetra con forza nel pozzo per poi diluirsi nel buio più profondo.

Gli occhi, ormai assuefatti all’oscurità, restano per un istante accecati quando fisso l’imboccatura ormai lontana.

Il silenzio è assoluto, rotto solo dal rumore delle gocce di umidità che di tanto in tanto si staccano, schioccando, dalle pareti, e cadono inghiottite dal vuoto.

Sono felice di vivere questi momenti con grande intensità : mi sento in un’altra dimensione, diversa ed unica rispetto al mondo di lassù.

Mentre come un ragno cammino lungo il mio filo, colgo pienamente la meravigliosa sensazione di essere parte della natura, di costituire una forma di vita tra tante altre, un minuscolo, ma necessario, tassello di quel grandioso mosaico che è l’universo.

Scendo circa 60 metri per appoggiarmi ad un ghiaione pensile che, dopo una fortissima pendenza, si arresta su un ampio balcone su cui si è ammucchiata la corda.

Ora il pozzo si restringe, e scendo vicino alla parete, incontrando due altri terrazzini, lungo un colatoio, che, illuminato dalla fiammella della lampada a carburo, mi da la sensazione  di calarmi lungo le scanalature di un’enorme colonna scura di una cattedrale gotica, fin quando tocco il fondo.

Da qui l’imponente ingresso sembra un punto bianco e distante, unica stella in un cielo nero, da cui, però, si diffonde un raggio che proietta la sua luce tenue fin giù, nell’intima profondità dell’abisso.

Sono arrivato”.

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