Di recente si è parlato molto negli Stati Uniti dell’industria indiana del gioco d’azzardo. Le discussioni hanno riguardato soprattutto la sua legalità, la sua economia e il suo impatto sulla distribuzione della ricchezza e sulle politiche regionali. Tali questioni sono connesse con un altro problema: l’impatto sulla comunità e sulla trasformazione delle identità indiane contemporanee.
Il fenomeno è cominciato alla fine degli anni Settanta. Le prime case da gioco delle riserve nel Maine e nella Florida offrivano poste alte nel bingo e furono perciò enormemente redditizie. Ben presto in tutti gli Stati Uniti i consigli tribali svilupparono, non senza opposizione, progetti analoghi. Prima del bingo indiano, i governi statali avevano l’esclusivo controllo del gioco all’interno dei propri confini. Rivendicando la propria sovranità, le tribù mettevano in questione il controllo degli stati; per questo i legislatori cercavano appigli per chiudere le case da gioco indiane o limitarne le attività.
La controversia si sarebbe forse esaurita a livello statale se gli operatori tribali non avessero trovato negli anni Ottanta un imprevedibile alleato nel governo federale che, forse per stimolare l’economia delle riserve, si è sempre pronunciato a favore delle tribù riconosciute che cercavano di installare e mantenere le case da gioco. Per esempio, in Connecticut, la tribù mashantucket pequot ha intentato due cause federali contro lo stato: nel 1986, quando il parlamento statale ha minacciato di perseguire il consiglio tribale se continuava con i progetti d’installazione di una sala da bingo; e nel 1989, quando lo stato si è rifiutato di negoziare un accordo per un casinò a proprietà e gestione tribale. In entrambi i casi le sentenze sono state favorevoli ai pequot.
Nel 1988 il governo federale ha promulgato l’Indian Gaming Regulatory Act (IGRA), che obbliga gli stati a negoziare accordi con i governi tribali riconosciuti che propongono forme legali di gioco d’azzardo, il quale viene considerato attività non a scopo di lucro. Il bingo indiano e il gioco d’azzardo di Las Vegas, in altre parole, vanno considerati come iniziative volte a raccogliere fondi non a scopo di lucro. L’IGRA è stato messo alla prova nel 1992 in Arizona. Quando gli agenti federali sequestrarono centinaia di video slots acquistate dai governi tribali, gli indiani yavapai di Fort McDowell si rifiutarono di consegnare i videogiochi e gli agenti si ritirarono. Mesi dopo, le tribù e lo stato negoziarono un nuovo accordo che autorizza tre tribù a usare giochi elettronici; lo stato mantiene un controllo normativo ma riconosce agli indiani il diritto di possedere e gestire case da gioco Con l’appoggio federale, l’industria indiana del gioco d’azzardo è cresciuta rapidamente. Tavoli da gioco, slot machines e poker sono entrati a far parte delle attività tribali, e veri e propri casinò tipo Las Vegas sono spuntati in tutto il Nordamerica. Oggi esistono circa duecento case da gioco indiane negli Stati Uniti, e altre ne appariranno in futuro.
Spingendosi al limite della legge e della propria limitata sovranità politica, i governi tribali (sostenuti da avvocati, legislatori e finanzieri non indiani) hanno alterato drammaticamente la struttura delle economie tribali. In molti casi, la “casinòizzazione” ha rivitalizzato economie afflitte da povertà cronica e disoccupazione; in altri, ha provocato conflitti nelle comunità indiane.
Quale affermazione radicale della sovranità tribale, il giocod’azzardo nelle riserve è in parte conseguenza del sistema tribale. Imposto ai popoli indigeni dal governo federale, il sistema tribale ha facilitato l’erosione delle tradizionali strutture di governo e quindi della base tradizionale della cultura indiana: non solo l’esistenza del governo tribale ma anche quella della tribù dipendono ora dal governo federale: una tribù è una costruzione legale che non può esistere indipendentemente dalla struttura coloniale che la pone in essere.
Tuttavia, le tribù sono anche ciò che resta di nazioni un tempo sovrane soggiogate dall’espansione europea ed euroamericana; in questo senso può essere difficile distinguere fra tribù e nazione. Diremo allora che il gioco d’azzardo delle riserve promuove una cultura tribale mediata a livello federale a scapito della nazionalità indiana, o che l’industria tribale del gioco d’azzardo può essere adattata in modo da difendere leidentità e le tradizioni?
La risposta dipende da come vengono risolti i conflitti non solo con le forze esterne, ma anche fra le fazioni all’interno delle comunità. I leader tribali sostengono che i ricavi del gioco sono il mezzo più semplice per rilanciare l’economia delle riserve: per esempio, nella riserva dei mashantucket pequot il gioco ha trasformato un territorio indiano quasi completamente abbandonato in una comunità prospera e dinamica. Altrove, tuttavia, l’impatto è stato più negativo: nel caso di Akwesasne, lo scontro nella comunità mohawk fra fazioni favorevoli e contrarie è culminato nell’uccisione di due persone, e il tormento di questa profonda divisione non è ancora finito.
Ad Akwesasne, come altrove, i disordini sono connessi col problema della sovranità. Non tutti sono convinti che la proliferazione di case da gioco sia il modo migliore per verificare l’estensione della limitata sovranità concessa dalla legge federale. Il gioco è un’industria pericolosa e molti temono che capi tribali e boss criminali possano finire per allearsi.
In California, per esempio, alcuni gangster hanno tentato di acquisire il controllo delle sale da bingo gestite dal Consiglio Tribale di Rincon.
Gli è stato impedito dalla polizia tribale e dagli agenti federali, ma la possibilità che le sale da gioco indiane possano subire infiltrazioni dal crimine organizzato resta.
Il gioco crea anche nuovi leader, politicamente ed economicamente indipendenti sia dai consigli governativi eletti sia da quelli tradizionali.
Questi “capi bingo” si stanno appropriando di una sovranità tribale collettiva per il loro profitto personale o stanno esprimendo i loro diritti fondamentali in quanto membri della tribù? E a lungo termine il gioco d’azzardo stimolerà la crescita di economie autosufficienti o non contribuirà piuttosto a una maggiore disparità nella distribuzione e nell’uso delle risorse indiane?
Altri oppositori obiettano che il gioco d’azzardo è un altro dei vizi imposti agli indiani per provocare ulteriori disastri culturali e assimilazione e per dare ai governi statali e federale l’opportunità di imporre altre leggi e restrizioni sui territori a sovranità indiana.
Per questo, il Consiglio Nazionale mohawk di Akwesasne si è opposto allo sviluppo non autorizzato e illimitato di sale da gioco nella riserva, ribadendo la distinzione
fra nazionalità mohawk e tribalismo federale. La posizione tradizionalista del consiglio, tuttavia, è resa problematica dalla natura eterodossa ed eterogenea della società
mohawk. Ad Akwesasne, come in altre comunità native, parentele interrazziali, atteggiamenti interculturali e tradizioni acquisite dopo il contatto hanno sopraffatto
gli stili di vita e le credenze tradizionali. Perciò è spesso difficile sapere quali tradizioni e stili di vita esistenti potrebbero venire minacciati da un’economia del gioco d’azzardo.
Le risorse tradizionali – pesca, territori di caccia e terre coltivate – sono state distrutte dall’espansione euroamericana o sono diminuite tanto da non essere più
centrali nella vita della riserva.
In un nuovo mondo tribale di economia di consumo, sussidi federali e lavoro salariato, che cosa può essere riconosciuto come autenticamente indiano?
Se gli operatori del gioco d’azzardo difettano di indianità, dove risiede l’indianità autentica? Esamineremo tali questioni confrontando e esperienze dei mohawk
di Akwesasne e dei pequot di Mashantucket, che mettono in luce molti dei problemi relativi al gioco d’azzardo delle riserve e la natura complicata e profondamente
problematica dell’identità indiana contemporanea in Nordamerica.
Il Sacro Azzardo: gioco e cultura tradizionale nativo-americana
Come in quasi tutto il resto del mondo, il gioco d’azzardo ha radici antiche nella cultura indigena nordamericana. Si calcola che circa 130 tribù, di 30 diversi ceppi
linguistici, giocassero a dadi secoli prima dell’insediamento europeo.
Diversamente dai giochi d’azzardo euroamericani, che alimentano l’avidità, la competizione e la cupidigia, i tradizionali giochi d’azzardo dei nativi sono però riti sacri che
incoraggiano il sacrificio personale, la competizione di gruppo e la generosità.
Per esempio, fra i tradizionalisti hodenausaunee irochesi il Gus-ka’-eh, l’antico gioco del nocciolo di pesca, è considerato uno dei dei quattro divertimenti divini fatti dal creatore per la felicità del popolo.
Insegnato agli uomini quando il mondo era giovane, il gioco è un rito importante della Midewiwis, o Cerimonia di Mezzoinverno. Scrive Trudie Lamb Richmond:
La Midewiwis [...] conclude la fine di un ciclo e segna l’inizio di un altro. Il gioco della Ciotola Sacra è uno dei Quattro Rituali Sacri di Mezzoinverno e simboleggia la lotta dei Ragazzi Gemelli per il controllo sulla terra. Il Mezzoinverno è un tempo di preghiera e attesa della rinascita, un rinnovamento di vita. È un tempo per ringraziare le forze dello spirito e il Creatore [...] Gli irochesi spiegano che il Gioco della Ciotola Sacra, [...] giocato durante i quattro giorni del Mezzoinverno, non è destinato solo a mantenere l’equilibrio naturale, ma anche a divertire le forze generatrici di vita, a dare piacere al mondo animale e vegetale, e a far ridere il Creatore.
Poiché il Gus-ka’-eh occupa un posto centrale nella cosmologia irochese, vincere è meno importante che giocare con l’atteggiamento giusto, cioè puntare i propri beni più preziosi e giocare per il bene dell’intera comunità se non della creazione stessa. Questa concezione del gioco è determinata dalla sua storia. Secondo la tradizione hodenausaunee, il gioco del nocciolo di pesca venne giocato per la prima volta dai gemelli divini, Skyholder e Troublemaker. Gareggiando alla pari con il fratello, Skyholder vinse la gara sacrificando una parte della sua creazione.
Comunemente, i giochi delle ciotole vengono giocati con pietre, noccioli di frutta, gusci di noci o altri oggetti provvisti di due lati. Questi vengono posti in una piccola ciotola di legno. A turno, i giocatori sbattono la ciotola per terra o su qualche altra superficie dura, e così facendo lanciano in aria i pezzi; prima, scommettono su come cadranno. Skyholder scelse di giocare con le teste di certi uccellini che aveva creato.
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il 23/03/2008 alle 11:04
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