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Il Rigattiere

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Post N° 16

Post n°16 pubblicato il 18 Gennaio 2006 da malcom44

I
Il vecchio orologio svizzero a parete rintoccò le cinque. Le cinque del pomeriggio. Stavo inutilmente cercando di riparare un vecchio orologio da polso Longines; me l’aveva portato un anziano signore, ci teneva molto. Molto a considerare, perlomeno, quanto era detto disposto a pagare per la sua riparazione. Gli ho fatto gentilmente osservare di non essere un orologiaio e lui “lo so. Da un orologiaio già ci sono stato e non è riuscito a ripararlo!”. Cercai di spiegargli che difficilmente sarebbe riuscita meglio l’operazione da un rigattiere. Non c’è stato verso. Mi ha chiesto insistentemente di provare, anche solamente a ripulirlo, “magari lei se ne innamora”. Dell’orologio?
In effetti, era un bel pezzo anni ’50. Portava i suoi anni con dignità e discrezione. In ogni caso non me ne sarei innamorato mi dissi. Decisi tuttavia di smontare la cassa e provare a ripulirlo.
Stavo per decidermi ad andare da Teglia per un caffé quando ecco entrare Sarah col figlio Francesco. Sarah stava tutta in tiro: giaccone aderente, pantaloni astringenti, stivali ed un maglione a girocollo. Vestita completamente di nero. Il figlio portava un bomber sopra i jeans ed una sciarpa della sua squadra arrotolata al collo.
“Ciao, come sto?” senza appello si mise a sedere di fronte alla scrivania ed il figlio vicino, sull’altra sedia.
“Ciao, come stai?”. Ottenni solamente un sorriso divertito.
“Dai, non sto bene?” Così si alzò e cominciò a ruotarsi lentamente per farsi meglio vedere.
Francesco era un multistrato di rotoli di ciccia. La testa ovale attaccata al corpo, ben salda, su di un collo alla Tyson. Aveva due occhietti da cinghiale e delle labbra sottili come carta per le caramelle. Il tutto per un’altezza di quasi un metro e ottanta, stava in piedi su delle Nike misura quarantacinque. Aveva circa sedici anni.
“Stai benissimo per avere trent’anni”
“Stupido”
Il trillo del suo telefonino non ci permise, fortunatamente, di continuare.
“Ma dove cazzo stai”. Sarah stava rovistando nella sua borsa come un chirurgo in sala operatoria: le sue mani attente a non incasinare ulteriormente le cose stipate all’interno.
“Eccolo”
Una melodia risentita si librò nell’aria.
“Pronto?...Ciao Stefania come stai!”
Mi guardò di sfuggita alzandosi di tutta fretta per uscire dal negozio.
Sarah non aveva un’amica di nome Stefania.
Scossi la testa e ripresi il lavoro dimenticandomi completamente di Francesco.
Mentre ripulivo con attenzione delle rotelle - che a qualche cosa d’importante dovevano pur servire - vidi due occhi, bassi sul tavolo al pari dei miei.
“Lavoretto interessante?” La voce di Francesco era molto simile a quella di un castrato. Mi ricordava proprio la voce di un doppiatore di film.
Appoggiai la schiena alla sedia - come spaventato - e, fortunatamente, lui fece la stessa cosa.
“Già”
Mi resi conto d’essere solo con lui nella stanza. Sarah stava allegramente conversando fuori, davanti alla vetrina. Di tanto in tanto si aggiustava i capelli. Le donne.
“Oggi non hai da studiare?”
L’argomento scuola mi sembrava l’unico piano di conversazione possibile.
“De che! Avemo fatto l’occupazione”
Nonostante l’ottima famiglia, l’accento ed il linguaggio del ragazzo erano quelli di tutti i suoi coetanei. Chissà cosa doveva pensarne il padre, professore universitario.
Ripresi smalto. La frase di Francesco mi riportò alla memoria interminabili notti all’università. Discussioni, macchine fotocopiatrici inceppate, sacchi a pelo, liti, amori, sesso.
“Bello, dormite là allora”
“Eh? Ah, No! Si fa occupazione dalle otto alle tredici”
“Autogestione” suggerii cercando di capire.

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