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Sovrastrutture di un'idea (la continua isteresi del pensiero)

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« L'incontroin seme parole già quasi sognano »

Cooking

Post n°60 pubblicato il 16 Gennaio 2006 da headroom
Foto di headroom

Tutto ad un tratto, gli tornò alla mente la gioia di una delle sue domeniche da bambino, quando si alzava ogni settimana verso le 10 con le amorevoli e viscide attenzioni del cane Tashi a cui era stato finalmente concesso di entrare nella sua stanza da letto. Il risveglio domenicale era sempre una festa, normalmente la gioia dovuta alla visita di Tashi era preceduta dall’intromissione dello stesso e della di lui linguazza nel sogno in corso.Se qualcuno avesse potuto assistere a quella scena avrebbe notato lo sbocciare del sorriso sul suo volto attraverso le espressioni noia-fastidio-terrore-stupore-gioia tutte nel giro di 5/6 secondi dopo i quali anche il cane capiva che poteva fidarsi di quell’omuncolo non più alto di 1 metro e 10.

Siccome dormiva sempre sul lato sinistro affondando il viso nel cuscino, quando camminando scalzo faceva la sua comparsa in cucina aveva sempre una riga rossa in fronte all’altezza del sopracciglio destro. Quella mattina, ancora stropicciandosi gli occhi intuì dai raggi del sole che già entravano obliqui ad infrangersi sul pavimento della cucina in cotto lucido che sarebbe stata una bella giornata. Il profumo era inconfondibile, mamma stava preparando la colazione, cioccolato, mandorle, cannella, burro. Gli piaceva molto starsene in silenzio a guardarla mentre preparava gli ingredienti prima di cucinare, non riusciva a trattenere il sorriso quando la farina usciva a nuvolette dal sacchetto appena adagiato sulla spianatoia dell’isola centrale e la si poteva vedere svanire in controluce.

Quando tutto era pronto sua madre gli chiedeva di aiutarla e lui correva a prendere una seggiola e si metteva in piedi accanto al piano cottura che se alzava la mano e si sforzava riusciva quasi a toccare la cappa centrale. Il suo compito era amalgamare con un cucchiaio di legno un etto di burro ammorbidito con 100 g di zucchero a velo in una terrina di plastica arancio mentre mamma riduceva a scaglie il cioccolato e pesava la farina d’avena e quella di cocco (100 g + 20 g). Quando ormai sentiva l’avambraccio  indolenzito significava che il composto era spumoso e pronto per l’amalgama finale. Mamma prendeva il cucchiaio e iniziava a rotearlo lungo il perimetro della terrina oltre che su se stesso, diceva che con le uova si doveva sempre fare così, e chiamava gli ingredienti che lui doveva versare uno per uno un poco alla volta, tutti, anche il goccio di crema al whisky  per addensare. Quando arrivava papà era anche meglio, perché si inventava le guarnizioni dei biscotti, pensava un po’ con la mano ad accarezzare il mento e poi sentenziava: “uvetta” oppure “mandorle” o “sciroppo d’acero”, a seconda delle volte. Una gioia lancinante.

 

D'istinto però tornò alla realtà, si voltò, la vide assorta,  accigliata, ancora piena di rabbia per la discussione da poco terminata, gli parve buffa ma comunque molto bella, addirittura tenera, non sembrava la iena di una mezz’ora prima, quella che lanciava parole finte, traduceva aspettative tradite in insulti a mezza voce. Il ricordo delle colazioni della sua infanzia l’avevano portato in una dimensione altra, fatta di dolci aromi e calma. Quasi pensò di piangere perché non avrebbe mai più potuto gustare certe emozioni, ma sentenziò tra se e se che quei ricordi l’avrebbero aiutato a capire cosa fare nell’apparente situazione di stallo in cui si trovava.

 

Di scatto si alzò dalla poltrona e si diresse verso la cucina. Aveva sempre desiderato una cucina come quella di casa sua, ma per motivi logistici aveva dovuto accontentarsi di una più modesta, sempre comunque con isola centrale, 6 fornelli, tutti i coltelli possibili, la pentola in pietra ollare per l’amatissimo “brasato al barolo” o per  lo “stracotto di bue ai mirtilli”, e tutti gli utilissimi attrezzi disposti nei vari cassetti.

Lei aveva notato l’impeto del suo intercedere e aveva temuto una reazione stizzita alla sua furia di poco prima, forse che stavolta aveva esagerato pensò, ma quando vide che si era stappato una bottiglia di Rosso Conero e si era messo a frugare nel suo enorme frigorifero si tranquillizzò. Tuttavia decise di starsene rivolta verso la finestra dandogli le spalle ma tenendolo a portata di sguardo, incuriosita dai suoi gesti.

Estrasse delle code di mazzancolla e del tonno fresco crudo, prese del riso basmati e iniziò a preparare i ripiani per cuocere al vapore. Mentre riempiva d’acqua (il doppio del riso utilizzato) la pentola lasciò sul ripiano il coltello del pesce e il trancio di tonno in modo che lei cogliesse la proposta di “armistizio”. “Mi dai una mano?” chiese con tono cordiale ma sbrigativo, quasi a sottolineare la voglia di evitare qualsiasi chiarimento. “OK”, rispose lei prendendo il coltello e continuando a tagliare il tonno.

Stettero per 15 minuti circa a pulire il pesce e preparare un chutney leggero a base di curry, cumino, poco pomodoro e poco zafferano. Ma in quei 15 minuti il clima si era stemperato, avevano bevuti due bicchieri a testa, si erano scontrati intorno al piano cottura, si erano avvicinati e sfiorati al lavello, avevano assaggiato e giudicato pronto il riso al vapore dopo aver aggiunto gli ingredienti e le spezie. Presero ciascuno il proprio sgabello, due piatti, un balloon a testa per il vino e si sedettero sulla parte di ripiano dell’isola libera dagli ingredienti. Lui iniziò a sorridere, contento per la riuscita della pietanza, lei già s’era dimenticata del perché avessero iniziato a litigare.

Nel corso della sua vita il cibo e la cucina avevano sempre avuto un ruolo fondamentale, erano un modo di esprimere i propri sentimenti, una protesi dei propri pensieri, un bunker solido in cui resistere alle intemperie. Anche quella sera, felice, rilassato, dopo aver fatto l'amore per quella che decise fosse l’ultima volta con quella dolce donna incapace d’amarlo con discontinuità decise di chiudere con dei biscotti al cioccolato ed una crema catalana, prima di salutarla, per l’ultima volta, per sempre.

 

 
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