
Se ne stava per ore all'ombra di quell'albero, quasi mai s'allontanava per più di qualche metro dal suo rassicurante "abbraccio".
Del resto le possibilità di gioco erano infinite, poteva contare i rami, le foglie di uno di questi, poteva correre in tondo saltando alcune radici, osservare i grilli balzellare qua e là, fischiettare quell'inno che stava imparando a scuola che le metteva tanta allegria. Oppure, semplicemente, lasciava scorrere il tempo sdraiata fissando lo stesso punto azzurro anche per diversi minuti.
Il suo gioco preferito però l'aveva "inventato" quando il nonno le aveva raccontato di come da ragazzo aveva visto un uomo camminare sulla luna, diceva che sembrava talmente leggero che pareva volasse. Da quella storia colse ciò che può cogliere una bambina abbastanza ingenua da credere alle favole. Allora chiudeva gli occhi, li strizzava stretto stretto per qualche secondo fintanto che non avesse intravisto nel buio alcune lucine colorate, allora distendeva il viso ed iniziava a vivere nel mondo dell’albero dell’arcobaleno.
Si sdraiava a terra, prona, la guancia appoggiata al suolo,
“Immaginava d’essere un seme, nero, come quello di una mela, ma più piccolo, più piccolo ancora. Con una puntina bianca, come quelle sul dorso dei maggiolini quando friniscono nella mano. Come una piccola ala puntuta. Brillava al sole e vi si potevano scorgere nervature quasi già foglie. E nel seme c’era una punta di radici e un filo di vento e un granello di terra rossa e un respiro lungo come il mare.”*
Si guardava spuntare dal terreno, muoveva la prospettiva in cerchio spostandosi carponi e alzandosi lentamente, sempre con un occhio chiuso, per inquadrare meglio la scena, “sempre con le ginocchia nere, o forse solo sporche, malgrado lo spazzolino da unghie sfregato ogni sera colla saponetta sulla pelle”*.
Piano piano, Lei-seme era cresciuta, germogliata, il suo fusto era ormai robusto, snello e coriaceo. Era un albero alto e abbastanza resistente da potersi staccare dal suolo e volare, come quell’uomo, verso il cielo, che tanto la luna anche se di giorno non la si vedeva doveva essere per forza là.
Finiva sempre il gioco in punta di piedi, con le mani tese verso qualche ramo quasi ad arrampicarcisi. Quando si alzava sopra i campi, sopra i tetti delle case, pensava al nonno. Pensava che l’albero forse l’aveva conosciuto, che forse avevano giocato e forse lui aveva davvero imparato a volare come le foglie e se n’era andato via, lontano, come diceva nonna.
Si rabbuiava un istante, le mancava il nonno, ma subito dopo pensava che sicuramente l’avrebbe trovato in riva ad un mare. A nonno piaceva tantissimissimo il mare, quello con la terra rossa, con l’acqua come lo specchio in cui il sole, come quell’uomo di cui non ricordava il nome, poteva cadere ammirandosi e diventare un fiore. L’albero non parlava certo, ma non appena fosse riuscito a volare lungo la traiettoria del suo arcobaleno, l’avrebbe portata sicuro da lui. Nonno sarebbe stato felice di vederla, ne era certa, aveva ancora un mondo di storie da raccontarle…
* Per capire ancora meno questa storia, potreste iniziare da qui. Grazie a waltzingmathilda per il suo illuminante canovaccio (post 105-107).