Prendiamo me: io sono un essere umano, amo la vita, e mi lascio avvolgere dalla sua tumultuosa e convulsa tenerezza! Sono imperfetto, e in alcuni casi, travolto dalla notte delle passioni, pecco d’ira e di superbia, tutte cose che – come Lei sa – rappresentano un torbido e affascinante caleidoscopio d’impulsi negativi; a causa di ciò, ho bisogno, a intervalli regolari, di calarmi nell’indicibilità della morte come in un lavacro di purificazione, attendendo che il mondo circostante (Dio?) sia talmente comprensivo da fermare per un attimo la sua corsa frenetica e sfrenata, e riportarmi in armonia. Certo, l’indicibilità può implicare - sempre da un punto di vista sinonimico - l’oscurità: “Moven, gleitend, über den dunklen Himmel”, dirà il poeta austriaco Georg Trakl in una delle sue poesie più belle (Anif, v. 1). Ma l’oscurità non è forse una caratteristica peculiare dell’inconoscibile? E la morte, “die Tod”, non è inconoscibile? Questo concetto, massivamente presente in Trakl, sembra richiamare l’accezione semantematica individuata da Walter Benjamin, il quale sostiene (e cfr. “Il significato del linguaggio nel Trauerspiel e nella tragedia”, in Metafisica della gioventù. Scritti 1910 - 1918, trad. it., Torino, 1982, 73) che “[...] diversamente dal tragico il lutto non è una potenza dominante, non è la legge ineluttabile di ordini che si concludono nella tragedia, il lutto è un sentimento…
Inviato da: dolceamore.maria
il 24/12/2012 alle 11:00
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il 17/12/2012 alle 16:29
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il 13/12/2012 alle 20:32
Inviato da: Balcan1
il 13/12/2012 alle 20:29