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Scuola: poche risorse e risultati contrastanti

Post n°1712 pubblicato il 29 Novembre 2010 da kudablog
 

Leggo su CernuscoInsieme che il consigliere comunale di Cernusco Fabrizio de Luigi interviene sul tema della scuola citando i dati OCSE. In particolare scrive:

la situazione di crisi deve essere un'occasione per poter iniziare quel processo di razionalizzazione della scuola italiana oggi molto dispendiosa, inefficiente e inefficace. Il governo centrale manovra un macchina elefantiaca come la scuola costituita da più di 1.000.000 di dipendenti che però raggiunge risultati molto bassi. Gli studenti italiani passano più tempo dei coetanei stranieri nelle aule scolastiche ma nei test internazionali finiscono sempre agli ultimi posti (fonte OCSE). Anche la spesa per lo studente è tra le più elevate, soprattutto a causa del rapporto tra insegnati ed alunni, che in Italia è 11 studenti per insegnante contro una media OCSE di 16.

Quindi mi sono andato a vedere questi dati OCSE e ho preso il rapporto "Education at a glance 2010". Partiamo dal numero di insegnanti e dalla spesa che lo stato deve sostenere. Un dato interessante è la dimensione delle classi: in Italia sono maggiori rispetto alla media Ocse (18 alunni contro 22). De Luigi afferma che la scuola in Italia è "molto dispendiosa", ma Roma spende il 4,5% del Pil nelle istituzioni scolastiche contro una media Ocse del 5,7 %. Solo la Repubblica Slovacca spende meno tra i Paesi industrializzati. Complessivamente, la spesa pubblica nella scuola (inclusi sussidi alle famiglie e prestiti agli studenti) é pari al 9% della spesa pubblica totale, il livello più basso tra i Paesi industrializzati (13,3% la media Ocse). La spesa media annua complessiva per studente é peraltro di 7.950 dollari, non molto lontana dalla media (8.200), ma focalizzata sulla scuola primaria e secondaria a scapito dell'università dove la spesa media per studente inclusa l'attività di ricerca è di appena 8.600 dollari contro i quasi 13mila Ocse. Se a questo si aggiunge che gli stipendi degli insegnati sono molto sotto la media, risulta evidente come il problema della scuola italiana sia proprio la mancanza di risorse e non il contrario.

Occorre però ricordare che il rapporto si riferisce al 2008, prima della "cura" Gelmini che abbasserà ulteriormente la spesa per studente attraverso la riduzione degli orari scolastici, del personale e degli stipendi (blocco della contrattazione e degli scatti di anzianità).

È opportuno anche ricordare le specificità italiane che concorrono a determinare un basso rapporto alunni/docenti (10,6 contro 16,4 della media OCSE): l'inserimento nelle classi degli alunni diversamente abili, il tempo scuola più ampio, l'insegnamento della religione cattolica, la dipendenza statale di tutti gli operatori, l'assetto geo-morfologico del territorio.

Rispetto al grado di apprendimento, per la scuola elementare, principale oggetto del contendere, bisogna fare riferimento alle ricerche IEA-PIRLS poiché la ricerca PISA-OCSE esamina il livello di conoscenza dei ragazzi e delle ragazze di 15 anni. Lo Studio PIRLS (Progress in International Reading Literacy Study), realizzato ogni cinque anni, misura i livelli di comprensione della lettura dei bambini al quarto anno di scolarità e analizza le esperienze familiari e scolastiche che possono influenzarne l'apprendimento. L'ultimo tsto di riferimento è quello pubblicato nel dicembre del 2007. L'Italia si colloca nella fascia alta del rendimento nella lettura con un punteggio significativamente più alto della media internazionale (551 contro 500) e con un'età media dei bambini partecipanti più bassa di tutti gli altri paesi (9,7 anni).

I risultati degli studenti italiani diminuiscono in maniera preoccupante proprio in corrispondenza della scuola media, quella che in passato ha più subito i tagli governativi.
In sintesi, dove la scuola riesce a garantire un servizio adeguato i risultati ci sono, il problema delle risorse dedicate è la loro scarsità e ogni intervento che voglia andare nella direzione dei paesi industrializzati deve puntare ad un aumento delle stesse, non a un loro ulteriore taglio. I dati parlano chiaro.

 

 
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