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La trappola della modernità

Post n°450 pubblicato il 06 Dicembre 2011 da Fratus

di Massimiliano Viviani

 

 

La modernità è un’anomalia. Lo percepiamo quotidianamente nel disumano rapporto con la produzione e col lavoro meccanizzato, lo vediamo negli strappi dovuti all’innovazione tecnologica, lo ravvisiamo intuitivamente nel confronto con la natura e nella frattura evidente che separa questa dalla cosiddetta “civiltà”. E’ chiaro del resto che un’anomalia è tale solo rispetto a qualcos’altro, e trattando della modernità può essere utile individuare il termine di paragone rispetto al quale essa si misura. Non è del resto una questione di poco conto, perchè sappiamo che la modernità si spande ovunque e ingloba ogni cosa, cosicchè c’è il rischio di pensare in termini moderni anche per chi dalla modernità vorrebbe uscire. E’ bene quindi soffermarci un po’ più da vicino sul significato che riveste il concetto di “anomalia” in questo contesto.
L’atteggiamento più comune è quello di considerare la modernità come un’anomalia sì, ma rispetto a un proprio sentimento, a un proprio ideale, a un metro morale che si sente dentro e che si percepisce come più giusto e più umano. Si concepisce un mondo migliore, un mondo più vivibile. Si lavora e ci si impegna per farlo funzionare meglio, senza intoppi, per lenire le sofferenze che questa società provoca ed eliminare per quanto è possibile le ingiustizie che essa stessa produce.
E’ comprensibile un simile atteggiamento, ma è altrettanto facile constatare che l’aspirazione ad un mondo migliore rientra in pieno nelle caratteristiche della modernità. Se prendiamo, per fare un esempio, i due sistemi ideologici che ne costituiscono le colonne portanti in campo sociale ed economico, ossia il liberalismo e il socialismo, vediamo che per vie diverse e per molti versi opposte, entrambi si sono presentati come i veri modelli “naturali” per l’uomo e la collettività, modelli che dopo un passato di errori e di ignoranza avrebbero finalmente svelato la natura autentica dell’uomo, individuale e contrattualista per gli uni, collettiva e solidale per gli altri, al fine di creare una società buona, migliore di quelle passate, più giusta e più ricca, per il benessere di tutti.
Le aspirazioni a migliorare la società in cui viviamo non derivano da altro che dalla modernità stessa. Esse sono figlie della modernità, della sua tensione all’utopia, al pensiero astratto, alle dinamiche universali e illimitate, anche se nascono nell’animo umano in apparente armonia e concordia con la sua natura. Perchè la modernità non è costituita solo dalla realtà del capitalismo che tutto divora per il profitto. Essa è costituita anche da ciò che dal capitalismo è periodicamente inglobato e assorbito, dalle direttive che lo guidano anche se in apparenza o momentaneamente sono in contrasto con esso: sono le tensioni al miglioramento -sociale, economico, tecnico, scientifico, filosofico- prospettive che non si sono mai realizzate così come sono state concepite, ma che per così dire fanno da traino, e vengono puntualmente assorbite dalla realtà dominante. E se essa permane con tutti i suoi difetti e le sue aberrazioni, non lo si deve imputare a errori o a disfunzioni accidentali, tecniche o morali (per esempio per la mentalità egoista di certi uomini) che ne rallentano il procedimento, ma perchè semplicemente la natura imperfetta e imprevedibile del mondo materiale fa sì che ogni miglioramento che si realizza non sia mai netto, ma sempre accompagnato da zone d’ombra che spesso giungono ad offuscarne o annullarne i vantaggi.
Esiste però anche un secondo tipo di reazione a cui può portare la ribellione al mondo moderno, ossia considerare la modernità sempre come un’anomalia, ma non rispetto a qualcosa che l’uomo desidererebbe, bensì verso qualcosa di realmente esistito. Infondate sarebbero, in questo caso, eventuali accuse di “passatismo”, ossia di una romantica quanto sterile nostalgia verso il passato: il passato serve per delineare un ideale, un riferimento, e non certo per definire, per esempio, un programma di azione, nel qual caso sì tali accuse sarebbero giustificate. Ma per chi veramente vuole dirsi antimoderno, vuole avere una visione siffatta della realtà, deve costituirsi un limite, un confine storico e culturale oltre il quale il mondo ha rappresentato un’anomalìa: sia esso la rivoluzione industriale, il cristianesimo, la nascita della scrittura o qualunque altro. Perchè antimodernità significa innanzitutto identificare un mondo autentico, realmente esistito.
Se questo è un atteggiamento certamente più corretto del precedente in seno all’antimodernità, nemmeno questo è esente da rischi. Infatti nel prendere in considerazione il passato c’è il rischio di proiettarvi le proprie aspirazioni, i propri desideri, in modo che il passato che ne viene fuori sia in fondo una sorta di “utopia al contrario”, perchè concepisce un mondo mai realizzato se non nella propria immaginazione. Basti pensare a tutti coloro che vagheggiano nelle realtà tribali e primitive il realizzarsi di aspirazioni egualitarie, solidaristiche, umanistiche, che costituiscano il fondamento di una società giusta, priva di ineguaglianze e nel contempo rispettosa del singolo e delle sue libertà fondamentali. E’ chiaro che realtà del genere non sono mai esistite: basterebbe leggere la grande antropologia culturale degli ultimi due secoli, da Malinowskij a Lévi-Strauss, per rendersi conto di quanto questa visione sia debitrice della sensibilità moderna.
Analogo il rischio di dipingere nel passato epoche eroiche in cui l’uomo vivesse felice realizzando se stesso con imprese straordinarie, oppure in una comunione con il divino che ne compisse lo stato di beatitudine. E’ pur vero che le antiche mitologie indicavano una remota Età dell’oro con caratteristiche di felicità, ma noi figli della modernità non sappiamo se dette epoche fossero esistite veramente o rivestivano solo un significato simbolico. E in ogni caso, seguendo anche la mentalità degli antichi che nello svolgersi delle quattro età credevano fermamente, essi tuttavia sapevano bene che dette epoche sarebbero tornate solo con una rigenerazione cosmica, ossia tramite intervento divino e non certo per merito degli uomini. La cui attività, più o meno frenetica, è sempre preceduta dal benestare dei mondi superiori, come la marionetta che agisce solo se mossa dai fili che portano in alto.
Ma allora, dove sta l’autentica reazione antimoderna individuale, se non è impegnarsi a creare un futuro a immagine e somiglianza dei desideri dell’uomo, nè sperare di recuperare un passato che per il momento non può tornare? Se è vero che antimodernità significa concepire un mondo autentico, e se è vero che il mondo autentico nasce dal nostro coraggio e dalla nostra fermezza, vuol dire che “antimodernità” è vivere qui e ora in un mondo che non si può condividere, ma che si deve accettare nel suo ineluttabile e drammatico destino. Perchè se antimodernità significa vivere autenticamente il mondo, paradossalmente la sua non-accettazione, in qualsiasi direzione essa sia, nel passato o nel futuro, rappresenterebbe una fuga. E fuggire il mondo è un tipico atteggiamento moderno.
Se la società moderna spinge continuamente i suoi figli a fuggire dal presente “verso un futuro orgiastico che è sempre di là da venire”, come dice Massimo Fini, è anche vero che ostinarsi a non accettare l’epoca che viviamo rappresenta un fuga ulteriore. Perchè l’era delle macchine e del materialismo, in quanto epoca dell’oblìo del divino, è stata ampiamente prevista dai testi più antichi delle grandi religioni del mondo, che siano i Visnu Purana in ambito brahmanico o il Libro di Daniele in quello ebraico. Essa è così e non può che essere così. Ha un suo senso preciso che risiede in Dio (o nel Destino, nel Fato o che dir si voglia) ma che comunque a noi comuni mortali è precluso.
E’ lecito lavorare per un mondo più umano nella misura in cui questo è realistico, ci si può impegnare per mitigare le asprezze delle tenebre, ma non facciamoci illusioni: solo un dio può cambiare il destino del mondo! Per ora, possiamo solo stare certi che nessuna crisi, nè una catastrofe ecologica, nè un collasso finanziario, nè una qualunque guerra potranno invertire la rotta che l’epoca della tecnica ha preso da più di due secoli. Certo il sistema attuale potrà crollare, potremo concepire un’epoca diversa, per molti aspetti forse più umana. Ma di sicuro per il momento, l’unica cosa antimoderna che possiamo fare, ciascuno di noi, è di non cascare nella paradossale trappola della modernità, quella che ci allontana dall’equilibrio interiore di chi, pur non condividendo, accetta e vive pienamente. Perchè colui il quale riesce a comprendere che anche l’era della tecnica, per quanto assurda e terribile, non è per caso, e che riesce ad accettarla nella sua necessità, realizza il più profondo e pieno significato dello spirito antimoderno.

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