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La preghiera del cardinale Martini e quella di Eugenio Scalfari

Post n°246 pubblicato il 15 Novembre 2009 da Fratus

Alcuni avversari chiamano Eugenio Scalfari “padreterno”, altri “il fratello maggiore di Dio”. Io (il laureando “teologo” del salotto del Principe, assistito nella redazione del presente testo dal burlone), in mancanza di lumi da parte di Scalfari, propendevo per la seconda definizione.  Ora in un editoriale dal titolo La preghiera del cardinale e quella di un laico, pubblicato su la Repubblica nel giorno della festa di Tutti i Santi, Scalfari chiarisce la sua posizione. Il testo completo è sul sito del quotidiano: http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/scalfari-editoriali/scalfari-1-novembre/scalfari-1-novembre.html. Per favore, prima di continuare leggete l’intero editoriale, perché io sono tirocinante, cito solo alcune parti, posso non aver capito bene, oppure posso averlo letto come “il diavolo legge il Vangelo”.

 L’editoriale esce in occasione della Festa di Scalfari, veramente non solo Sua, ma di Tutti i Santi, ma è ispirato dal libro del cardinale Carlo Maria Martini Meditazioni sulla preghiera, che il Santo della Repubblica ha avuto il privilegio (concesso dalla Mondadori) di presentare sul giornale da Lui fondato in anteprima alla vigilia del giorno della Festa stessa. Eco come Scalfari descrive l’Evento:

“Mi sentivo stanco di visitare e rivisitare problemi importanti ma ripetitivi […]  Sicché mi sono assai confortato leggendo la prosa del cardinale. Ho pensato di cogliere l'occasione che il suo scritto mi offriva e intervenire anch'io sullo stesso argomento. Penso che i miei lettori ne saranno contenti”. (Lo spero anch’io).

È quindi merito di cardinale Martini se Sant’Eugenio ha potuto levitare, alzarsi oltre i “problemi importanti ma ripetitivi che per di più dimostrano un tale stato di degradazione da esser diventati ripugnanti per ragioni estetiche prima che ancora morali e politiche [e descrivono] lo stato miserevole della seconda Repubblica, avviata ormai verso un'agonia dalla quale difficilmente potrà salvarsi”, e dedicare una colonna delle Sue Scritture ai grandi temi del senso della vita e della morte.

(Non faccia il mea culpa, Sant’Eugenio, Lei non scriveva solo le note cose “ripugnanti per ragioni estetiche prima che ancora morali e politiche”, il giornale da Lei fondato faceva anche buona informazione, ad esempio spiegava ai suoi lettori che le case in Umbria erano state consegnate prima di quelle dell’Aquila).

Dopo questa premessa e prima di entrare in argomento, cioè occuparsi del senso della vita e della morte che egli da galantuomo chiama “La Signora Nera”, per chi avesse dimenticato chi è Colui che sta scrivendo, Scalfari fa presente che oltre al cardinale anche Lui sa chi è Qoelet, poi da laico cita Goethe, Montaigne, Francesco (il santo),  Socrate, Esculapio, Pascal, Rilke, Benedetto Croce. (a Roma diciamo: “Mò ti faccio vedere chi sono io”). Così ho capito perché Scalfari considera Benedetto XVI un “modesto teologo”, cosa che mi aveva lasciato un po’ perplesso. Invece la ragione è chiara: in un breve editoriale Sant’Eugenio riesce ha citare più nomi, di quanti ne abbia citati il Papa in due lunghi e ampi discorsi all’Università di Ratisbona (12 settembre 2006) e al Collège des Bernardins di Parigi (12 settembre 2008). Io, povero tirocinante, mi sono sentito piccolo piccolo di fronte a tale erudizione, ma poi ho preso coraggio, mi ha rincorato il burlone, mi ha detto: “prenditi una-due settimane di riflessione, controlla qualche citazione, poi bisogna pure osare, no?” (Mi trattano bene gli altri del salotto, sono l’unico che ancora va a scuola e il Principe ha un debole per me).

Allora ho fatto delle ricerche, ma mi sono fermato a Montaigne. Speravo di trovare lì la chiave di lettura del sermone scalfariano, ma ho trovato solo alcune opinioni di Montaigne citate da altri, che ora vi trascrivo tradotte da me dall’idioma inglese, perché non parlo bene quello francese:

“I contadini e i filosofi, che come Socrate sono ritornati allo stato di dotta ignoranza, cioè consapevoli di non sapere niente, questi sono i due tipi di veri credenti”. Troppo difficile, allora ho approfondito:

“I dogmatici della classe media sono coloro che accettano sempre le opinioni della maggioranza; perché per loro l’utilità è più importante della verità”. Quale sia la maggioranza, quella dei credenti o quella degli scettici, io non lo so, quindi anche in questo caso ho trovato delle difficoltà. Andando oltre mi è sembrato di trovare qualcosa di più utile.

“Io [Pierre Charon] confesso che non riesco ad indovinare a quale classe Montaigne stesso apparteneva, [ma credo che] egli sperava in un’accoglienza positiva da parte dei simples et débonnaires, et les Etheriens et sublimes” (traducete voi, il mio francese non è un granché). Ho capito a questo punto a chi si rivolgeva Montaigne, ma non da chi avesse imparato a ragionare e parlare. Dovevo trovare qualcuno che conoscesse Montaigne meglio di Pierre Charon. Ho chiamato in soccorso un vecchio amico matematico e filosofo che abita nell’Emisfero sud, appassionato di Montaigne, e lui mi ha fornito la seguente citazione:

“Preferisco la compagnia dei contadini perche loro non sono stati sufficientemente istruiti a ragionare in modo scorretto” (Michel de Montaigne)

Solo allora mi sono tranquillizzato e ho capito perché capisco le parole di Gesù e il libro del cardinale Martini, mentre capisco molto meno quelle di Scalfari. La colpa, ovviamente è mia, ma per fortuna i primi due parlano anche con quelli come me, Scalfari invece parla solo con gli istruiti.

A questo punto inizia l’omelia vera e propria, e Scalfari chiede a Se Stesso: Per “chi non crede in un altro mondo [la vita] avrà avuto un senso?” E Si risponde da solo (chi altro lo potrebbe fare?):  “Sì”, ha senso, e il senso è l’amore, “un amplissimo mantello di compassione, di passione per gli altri”. E il Suo mantello d’amore è così grande, che all’occorrenza può coprire anche al cardinale: “Lei, carissimo cardinale Martini, ha un amplissimo mantello di compassione, di passione per gli altri. Col suo mantello ricopre anche me talvolta come il mio può ricoprire anche lei”. (Si noti dove Scalfari ha collocato la parola “talvolta”; è un Maestro di scrittura e non solo Profeta di Scritture).

E la morte? Quella è affrontata meglio da chi crede che la vita ha senso (lo sapevo già però che se la vita non ha senso, figurarsi la morte). Di conseguenza sia i credenti sia gli atei possono non avere paura delle Signora Nera, ma solo quelli che  “sentono amore per gli altri e per quelli a loro più prossimi”.

Ho capito pure che il cardinale e Scalfari si capiscono bene l’un l’altro, beati loro, anche Scalfari è contento e non nasconde il piacere di sentirsi collega del cardinale, almeno nel cuore, cioè nell’importanza che entrambi danno all’amore:

“È per questo sia lei che io sentiamo nel cuore il messaggio che incita all'amore del prossimo”. Ma c’è una differenza tra i due amori, ed è il mittente:

 “A lei (scrive Scalfari al cardinale), [l’amore] lo invia il suo Dio e il Cristo che si è incarnato, a me lo manda Gesù, nato a Nazareth o non importa dove, uomo tra gli uomini, nel quale l'amore prevalse sul potere”.

Ho capito anche che Scalfari non si crede affatto né padreterno né fratello maggiore di Dio. Si considera, molto più modestamente, il Profeta dell’Uomo-dio. Ma io già sapevo che esistono due scelte: o credere nel Dio che si fa uomo, o nell’Uomo che si fa dio. Allora ho capito che Scalfari non è né padreterno né fratello maggiore di Dio, ma il Profeta del Uomo-dio. Per quanto mi riguarda, all’Uomo che si alza e si crede dio e i suoi discepoli, io preferisco il Dio che si abbassa e si fa uomo e i suoi servi. Questo perché non mi convince però l’amore di Scalfari. Egli sembra amare “tutti” tranne coloro che a Sua insindacabile opinione sono “ripugnanti per ragioni estetiche prima che ancora morali e politiche” [ed hanno ridotto in questo] “stato miserevole la seconda Repubblica”.

Quando un Uomo si eleva sopra i suoi simili e si fa dio, lo fa per giudicarli, non per amarli. Dato il mio pessimo carattere, del giudizio degli uomini tutto sommato me ne frego, anche se – come tutti credo -  ho bisogno del loro amore. Ma dell’amore del dio di Scalfari no, proprio no, non ne ho bisogno, di un amore così non so proprio che farmene. Questo perché conosco bene Scalfari e so che sicuramente troverebbe in ciò che penso e faccio qualcosa di “ripugnante per ragioni estetiche, morali e politiche”. E allora il suo giudizio sarà severo e si estenderà anche oltre la mia morte (che per Lui non dovrebbe esistere!), magari impedendo alle mie ossa di riposare vicino alle ossa dei miei cari. Quello di cui ho bisogno è l’amore di un altro Dio. Il Dio del cardinale Martini.

Appendice

Non ho menzionato l’esito delle mie ricerche su Goethe, perché non ero riuscito a cavare un ragno dal buco. Mi ha aiutato il burlone dicendomi che Goethe aveva, a suo tempo, fatto oltre tremila chilometri per andare in Sicilia e conoscere la saggezza, la scienza e la sapienza del grande Cagliostro. (A me i genitori mi avevano insegnato invece solo quella di Salomone). Ora, nel 2009, grazie agli Scritti del Profeta  non c’è bisogno di andare in Sicilia, basta leggere la Repubblica. Il problema è che sempre più gente capisce al volo i Cagliostro. Sarà forse per questo che il 30% dei vecchi lettori non la leggono più.

Chi scrive è veramente un giovane-laureando, nel senso che sta conseguendo un diploma presso un’Università che appartiene alla Chiesa del cardinale Martini. Ma all’anagrafe non è affatto giovane. Lo era il 14 gennaio 1976 quando, già laureato, in un capoluogo di provincia della regione Emilia, fece la lunga fila all’edicola per comprare il primo numero de la Repubblica. Da allora ha seguito un po’ il giornalista Scalfari, condividendo alcune sue opinioni, molte altre no. Ora però che Scalfari si è occupato della fede, il senso della vita e della morte, il giovane laureando si è sentito in grado di dialogare con il nuovo Maestro, al quale augura una vita lunga e piena d’amore, e quando arriverà la Signora Nera, una serena morte, e poi il riposo vicino ai suoi cari.

Dal salotto del Principe Faina   

 
 
 
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