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L'AMARO 8 MARZO DELLE DONNE CHE LAVORANO

Post n°3 pubblicato il 09 Marzo 2010 da livello2010
 
Foto di livello2010

Giuseppe Vespo su l'Unità

Chiude la fabbrica, fuori 43 operaie

Altro che festa. Per quarantatre donne (tutte mamme) pistoiesi impiegate alla Ser.In l’otto marzo resterà il giorno del licenziamento. Proprio ieri hanno saputo che l’azienda di informatizzazione e archiviazione dati per la quale hanno lavorato in questi anni chiuderà a fine mese. Per loro il futuro prossimo si chiama cassa integrazione straordinaria per dodici mesi e poi mobilità. E devono ritenersi fortunate se hanno ottenuto gli ammortizzatori sociali: meno male che l’azienda - già da tempo in acque incerte - pur applicando contratti del commercio versava i contributi alla cassa industriale. Così hanno potuto usufruire della cig, che invece per le imprese commerciali con pochi dipendenti non è prevista.

Tant’è che nel suo comunicato la Filcams-Cgil che ha seguito la vertenza scrive: «Avremmo voluto regalare un altro otto marzo alle donne della Ser.In, ma a fronte dell’immediata procedura di mobilità che avrebbe dovuto scattare già oggi (ieri, ndr), la cassa integrazione ci sembra un buon risultato. Non è un accordo esaltante dal punto di vista occupazionale - continua la nota del sindacato toscano - ma consente, attraverso gli ammortizzatori sociali, la garanzia di mantenimento economico di almeno un altro anno».

Già nell’agosto dell’anno scorso la Ser.In aveva annunciato la mobilità in vista della chiusura per via del calo di commesse. Erano sempre di più le banche che non rinnovavano i contratti per l’informatizzazione e l’archiviazione dei loro dati. Così, quando ai clienti meno importanti si è aggiunto Soar, il consorzio di banche del credito cooperativo, primo committente, per Ser.In è stato l’inizio della fine. Ad allungare i tempi dell’agonia, le ferie e i permessi non goduti da queste lavoratrici, che hanno contribuito a spalmare quelle poche ore di lavoro rimaste fino a dicembre. Poi, di nuovo l’annuncio della chiusura. I sindacati e le donne hanno cercato nel frattempo soluzioni alternative alla chiusura. Ma sia le imprese che si sono offerte di rilevare l’attività sia l’idea di creare e autogestire una cooperativa sono state scartate. Le prime perché non offrivano nessuna garanzia di occupazione (una addirittura voleva assumere 15 lavoratrici e trasferirle a Firenze). L’idea della cooperativa invece - da far nascere partendo da zero e senza incarichi - è stata scartata dalle stesse donne, che tra l’altro erano per lo più impiegate part-time perché tutte con figli: in 43 hanno 49 bambini, una è madre di tre gemelli e un’altra è sposata con uno dei sei uomini che lavoravano in Ser.In.

Ieri al tavolo che si è tenuto alla direzione provinciale del lavoro, l’azienda ha ribadito l’impossibilità di proseguire l’attività, essendo già state disdette le commesse superstiti. Fine dei giochi. «Quarantanove posti di lavoro persi - commenta Barbara Orlandi della Filcams di Pistoia - da queste parti non li recuperi più. Non si ricollocano: negli ultimi dieci mesi - continua la sindacalista - Pistoia è stata massacrata dalla crisi». Qui le ultime due grosse aziende che hanno alzato bandiera bianca si chiamano Mas e Radicifil: il forfait di entrambe ha costretto a casa quasi trecento persone. Tutte in cassa integrazione straordinaria a zero ore e senza speranza di tornare a lavoro. Difficile dire quanti siano nelle stesse condizioni di queste mamme neo disoccupate: praticamente tutte fra i 35 e i 45 anni, la peggiore età per perdere il lavoro, secondo l’ormai classico ritornello «troppo giovane per la pensione, troppo vecchio per l’assunzione». Solo in due, a due anni dalla fine della mobilità, riusciranno ad andare in pensione.

09 marzo 2010
 
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