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CONFERENZA DEL PROFESSOR MARIO FRAU

Post n°36 pubblicato il 13 Aprile 2011 da ninolutec
 

LA PREISTORIA NELLA
SARDEGNA CENTRALE
(Parte Prima)

 

 

 

 

Ieri, 12 aprile 2011, si è svolta la conferenza dell’archeologo  professor Mario Frau, che ha intrattenuto brillantemente un numeroso uditorio sull’argomento “La preistoria nella Sardegna Centrale”. Della applaudita relazione farò una rapida sintesi, con particolare riferimento ai passaggi principali.
Inizialmente l’attenzione del relatore si è soffermata sulla provincia di Nuoro, a partire da Oliena con la Grotta Corbeddu, che prende il nome da un leggendario bandito vissuto nella seconda metà dell’Ottocento, l’olianese Giovanni Salis Corbeddu, che la scelse come rifugio. Oggi la grotta deve la sua fama ai ritrovamenti di interesse archeologico e paleontologico che permettono di offrire un contributo fondamentale per la ricostruzione della storia della Sardegna negli ultimi 40 mila anni. In questo sito, che si trova nella valle di Lanaitto (in territorio di Oliena), possiamo infatti trovare le prime testimonianze di presenza umana nel Paleolitico superiore insieme ad altri reperti che possono essere collocati nel Mesolitico e nel Neolitico antico. Il 27 settembre 2008, presso la casa di Padre Solinas, è stata inaugurata, grazie all’apporto determinante dei funzionari della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Sardegna, in particolare delle paleontologhe Caterinella Tuveri e Marisa Arca, una importantissima  mostra, con la quale il Comune di Oliena ha messo a disposizione degli studiosi e del grande pubblico il materiale rinvenuto nelle campagne di scavo effettuate a partire dal 1983 (anno del ritrovamento del primo fossile umano) al 2000 dal professore olandese Paul Yves Sondaar e dalla sua équipe dell’Università di Utrecht. Sono state presentate, inoltre, foto inedite particolarmente significative inviate per l’occasione dalla ricercatrice olandese Hannie de Visser. L’interesse degli studiosi intorno alla Grotta Corbeddu risale agli anni Sessanta. È in questo periodo infatti che Mary Dawson, ricercatrice dell’Università di Pittsburg in Pensilvania, analizzò nei dettagli le ossa del Prolagus sardus presente nella grotta.
Nel 1982 ci fu una prima ricognizione da parte del prof. Sondaar e si decise quindi di effettuare una serie successiva di campagne annuali in collaborazione con il professor Fabio Martini dell’Università di Siena e con la Soprintendenza alle Antichità di Sassari e Nuoro rappresentata dall’archeologo Mario Sanges. Gli scavi misero in luce inizialmente uno straordinario deposito di fauna pleistocenica, mentre nel 1983 permisero il ritrovamento di un temporale e nel 1984 di un emimascellare umano. Il recupero di tali reperti suscitò un notevole interesse nel mondo scientifico italiano e su di essi venne organizzato nel 1988 il congresso internazionale su “I primi uomini in ambiente insulare”, che vide riuniti ad Oliena studiosi provenienti da tutto il mondo. I lavori di scavo sono proseguiti fino al 2000, quando fu ritrovato il frammento di falange umana, il più antico fossile umano della Sardegna e del bacino del Mediterraneo, risalente a 22.000 anni fa.
La presenza dell'uomo durante il Neolitico Medio è attestata dai materiali fittili e lirici rinvenuti nella Grotta Rifugio. Se questi ritrovamenti più antichi sono per ora, significativamente, circoscritti alla valle di Lanaitto, capillarmente diffuse nell'intero territorio appaiono invece le emergenze archeologiche riferibili al Neolitico Recente. Sono infatti state identificate ben 42 “domus de janas”, oltre a numerosi siti dove la presenza di manufatti fittili e litici attesta la frequentazione della zona da parte di genti di Cultura Ozieri. Per quanto riguarda le “domus de janas” va sottolineato come si tratti prevalentemente di ipogei isolati o raggruppati a coppie e solo in due casi ci si trovi di fronte a vere e proprie necropoli. Tali grotticelle artificiali sono prevalentemente mono e bicellulari, nella maggior parte dei casi precedute da anticella e piccolo padiglione d'ingresso che spesso si configura come vero e proprio “dromos”. Si nota spesso in esse una certa cura dei dettagli architettonici: portelli architravati, coppelle, alcove funerarie, fossette pavimentali, soffitti a spiovente e doppio spiovente con falso trave, canalette di scolo, rincassi. Per quanto riguarda la Cultura Monte Claro, va segnalato il ritrovamento del villaggio ad essa attribuibile sito sull'altopiano di Biriai. Oltre alle numerose capanne rettangolari absidate, portate alla luce dai recenti scavi, è stata identificata anche un'area sacra il cosiddetto «santuario» caratterizzato da un luogo alto e da 12 menhirs alcuni dei quali ancora eretti. La cultura campaniforme trova finora un'unica attestazione nel riparo sotto roccia con incisioni in località Frattale ad essa attribuibile sulla base dei materiali ceramici ivi rinvenuti.

 

Tiscali è il massiccio calcareo che chiude la valle di Lanaitto. Un impervio ripidissimo sentiero attende il visitatore. Salendo lungo i fianchi del monte si penetra in una zona boscosa, selvaggia, quasi intatta. Man mano che la salita procede, l'orizzonte si allarga e lo sguardo può spaziare su una immensa distesa di creste montuose e di fitte foreste. Ivi è il regno dei mufloni e dei cinghiali. Non è raro scorgere il grifone o l'astore volteggiare alla ricerca della preda. Anche il cervo, ormai scomparso a causa della caccia spietata, doveva trovare rifugio in questi boschi. E questo era pure il regno degli Iliesi, ove per certo i legionari romani giammai riuscirono a penetrare. Prima di giungere al rifugio, percorrendo un sentiero scavato dal vento, si fiancheggia un precipizio della profondità di circa 200 metri. Due soli uomini, appostati sul ciglio del burrone, bastavano per bloccare l'accesso alla formidabile fortezza. Da nessun'altra parte vi si può penetrare. Terminato il sentiero si apre un pianoro desolato; ancora una piccola curva, ed ecco Tiscali. Un grande sbalzo calcareo, che un tempo era la volta di un'enorme grotta in parte crollata, era il riparo naturale alle case degli Iliesi. Sotto lo sbalzo due villaggi: Tiscali e Iscali, così vennero chiamati dai pastori quando, nel 1890, in seguito ad un disboscamento, furono scoperti. Viene spontaneo domandarsi come mai i villaggi sono due e non uno soltanto, magari più esteso. Tante congetture si affacciano alla mente e senza un accurato studio stratigrafico sarebbe azzardato fare delle affermazioni. Però non è illogico pensare che davanti alla massiccia avanzata romana, gli abitanti del villaggio nuragico "Su Gurruthone" abbiano preferito ritirarsi a Tiscali, piuttosto che cedere al giogo nemico e che gli abitanti di Carros abbiano fatto altrettanto, fondando quindi, entro quella fortezza naturale, ultimo simbolo della resistenza barbaricina, i due piccoli villaggi. Avvalora l'ipotesi il fatto che tutte le costruzioni, circolari e quadrate, invero alquanto piccole, siano cementate con fango ed argilla. Sono inoltre costruite con piccole pietre, cioè col materiale che potevasi reperire nel luogo. In una situazione di emergenza non era possibile avere materiali di riporto. A Carros sono numerosi i blocchi basaltici trasportati dall'altopiano di Gullei, ma nessun blocco in basalto si trova a Tiscali. Per la stessa ragione gli architravi di tutte le costruzioni sono in legno di ginepro e non in pietra, come nelle altre abitazioni nuragiche. E' facile capire che i due villaggi furono abitati per lungo tempo e che le costruzioni quadrate sono più recenti. Sulla parete rocciosa della fortezza si apre un ampio finestrone dal quale si domina la sottostante valle di Lanaitto. Di lì gli Iliesi potevano controllare tutti i movimenti dei Romani, i quali, dopo essere riusciti a penetrare nella valle, certamente con l'ausilio dei cani mastini, vi avevano costruito il presidio di Ruinas, allo scopo di tenere a bada gli abitanti di Tiscali. Il presidio non potè sorgere che dopo la distruzione di "Su Gurruthone" e l'abbandono di Carros. Altrimenti i Romani si sarebbero trovati circondati dai nemici che abitavano i villaggi circostanti. Solo dopo l'incondizionata resa della prima cintura difensiva costituita dai nuraghi sparsi che si trovavano ai piedi della montagna, collegando Su Sune a Serra Orrios e dopo avere superato la seconda cintura a mezza montagna, ove resiste ancora qualche torretta di controllo e infine dopo la distruzione di "Su Gurruthone", era possibile costruire un presidio a Lanaitto. Solo allora, per mantenere le posizioni conquistate, si poté tracciare la strada che collegava Viniolis (presso Dorgali), Lanaitto, Oliena, Orgosolo, Mamoiada, Sorabila (presso Fonni), per poi proseguire oltre. Che Tiscali fosse l'ultimo rifugio di emergenza lo dimostra il fatto che entro la grotta non vi sia abbondanza d'acqua. Attualmente l'unica acqua reperibile é data dallo stillicidio delle concrezioni calcaree. Numerosi sono invece i frammenti di anfore romane. I Romani arrivarono fin lassù? Non sembra probabile. Non credo neppure che gli Iliesi avessero rapporti con i Romani che consideravano usurpatori perché avevano occupato le terre produttive ai piedi delle montagne e vi avevano fissato le loro stazioni per impedire ai Barbaricini di scendere a valle con le loro greggi.
più probabile che gli Iliesi tendessero ai loro nemici frequenti imboscate, predando incendiando e facendo razzia di armi, utensili e viveri. Questo spiegherebbe la presenza di oggetti romani a Tiscali. E quanto maggiore era il bottino che riuscivano a predare, tanto più andavano fieri del loro coraggio e della loro abilità. La zona circostante é ricca di grotte alquanto suggestive. In esse gli Iliesi potevano facilmente nascondersi e stare in agguato, pronti a tendere imboscate agli incauti aggressori che avessero osato spingersi fin lassù. Con straordinaria rapidità, favoriti dalla fitta vegetazione, potevano piombare sui nemici e con altrettanta velocità scomparire entro le grotte o nella voragine di Tiscali, come se la montagna li inghiottisse. Alludeva proprio a queste genti Cicerone quando diceva che i "latrunculi mastrucati" pareva sbucassero da sotto terra come formiche. Gli Iliesi avevano trovato a Tiscali una fortezza naturale, imprendibile, ove la sicurezza delle loro famiglie non poteva essere minacciata. Erano ben protetti dalla natura della montagna e dalla zona boscosa, quasi inaccessibile. Ma chi erano gli Iliesi? La leggenda li vuole provenienti da Troia, compagni di Enea, sbattuti forse da una violenta tempesta sulle coste orientali sarde. Più tardi, non sentendosi sicuri, si ritirarono sempre più all'interno. Pausania ci parla di questi compagni di Enea. Afferma che in Sardegna essi trovarono già dei Greci che vi si erano stabiliti precedentemente e con loro si allearono per combattere i protosardi che volevano respingerli. E pare sia stato proprio il fiume Tirso che li separava, ad evitare lo scontro, poiché l'attraversarlo metteva paura ad entrambe le parti. Evidentemente il Tirso aveva una portata d'acqua assai maggiore di quella odierna. A quel tempo i fiumi sardi dovevano essere più ricchi d'acqua a causa del manto di foreste che ricopriva l'isola e delle frequenti precipitazioni. Ma si trattava proprio del Tirso o non piuttosto del Cedrino in piena, alimentato dalle impetuose acque del Gologone, che il Siotto Pintor definisce "spaventevole sorgiva"? Assai prima che gli Iliesi occupassero Tiscali, l'immensa grotta era già nota ai primitivi abitanti della zona. Lungo la parete calcarea, ad una certa altezza dal suolo, fu scoperta una specie di cella naturale in cui furono rinvenute alcune mascelle umane e residui di arti inferiori. Non fu però trovato nessun oggetto, fatto da mano d'uomo, che rivelasse qualche traccia di civiltà. La grotta fu certamente sede di cavernicoli, come lo fu la grotta "Rifugio", poco distante da "Su Gologone", ove fu scoperto il più antico stanziamento umano finora conosciuto in Sardegna. Risale a circa 5000 anni orsono. A Tiscali non v'é traccia di tombe. Forse la lotta quotidiana per la sopravvivenza aveva affievolito, riducendo alla semplice inumazione, quel culto dei morti tanto sentito dalle popolazioni nuragiche. O forse anche qui si praticava la barbara usanza cui accenna Timeo, cioè i vecchi padri inabili al lavoro, inutili bocche da sfamare, venivano uccisi dai figli? Zia Juvannedda, una vecchia di Oliena, racconta un'antica storia udita dal nonno, il quale a sua volta, l'aveva sentita dai suoi avi, che la facevano risalire a tempi assai remoti. Quando i figli portavano i vecchi genitori in campagna e li abbandonavano lontano dall'abitato, davano loro il cibo necessario per alcuni giorni, dopo di che dovevano arrangiarsi. Prima del distacco, sia il padre sia i figli, si ubriacavano, forse per superare più agevolmente il momento critico. Un giovane portò sulle spalle il padre infermo verso la montagna. Poiché il vecchio pesava e la salita era ripida, percorso un buon tratto di strada, il giovane lo depose per terra e si riposò presso una grossa pietra. "Anch'io quando portavo mio padre sulle spalle mi riposai su questa pietra!" esclamò il vecchio. Il figlio rifletté un istante e, considerando che anche a lui sarebbe toccata la medesima sorte, rabbrividì. Si caricò di nuovo il padre sulle spalle e lo riportò a casa. Da allora nessun vecchio fu più allontanato dal villaggio. Angelino Usai riporta un racconto che in Ogliastra si tramanda da secoli, ove si parla di questa barbara consuetudine alla quale i vecchi, consenzienti perché così si era sempre fatto, non si ribellavano. E pare che proprio l'avvento del cristianesimo abbia modificato un simile modo di pensare già scomparso prima della dominazione romana in altre parti della Sardegna e che ancora persisteva nelle zone più isolate e povere dell'interno montagnoso. D'altronde non dovrebbe destare tanta meraviglia. Altri popoli facevano questo. In alcune tribù africane tale usanza persiste tuttora. Dice una vecchia canzone popolare nuorese, forse memore di antiche consuetudini, “S'omine cando est bezzu no est bonu, e lu juchen in domo che istrazzia”, “l'uomo quando è vecchio non è buono a nulla, e lo trattano in casa come uno straccio.”
 

 
 
 
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