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150° ANNIVERSARIO DELL'UNITÀ D'ITALIA

Post n°35 pubblicato il 12 Aprile 2011 da ninolutec
 
Tag: Storia



Una ricostruzione a grandi linee del processo di unificazione e di «Risorgimento» della nazione italiana con una particolare attenzione alla dimensione strutturale.

 

Giuseppe Brienza

Ombre e luci del processo risorgimentale italiano
(Parte Terza)

 

[Relazione tenuta al convegno di studi La nascita dello Stato italiano, in occasione del 145° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, organizzato dalla Associazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante (Aespi) di Milano, il 17 marzo 2006 a Palazzo Valentini di Roma, con il  patrocinio della Regione Lazio, della Provincia di  Roma e della Fondazione Ugo Spirito di Roma]

 

 

15. L’«annessione» sabauda e la nobiltà degli Stati preunitari

 

L’unità d’Italia attuata dai Savoia, per motivi di ambizione dinastica e non solo per amor patrio, è stata quindi frutto dell’occupazione e dell’annessione al Piemonte delle altre entità politiche italiane. I diversi Stati che si dividevano il territorio italiano furono messi insieme senza troppa cura per le differenze che pure c’erano, creando un’omogeneiz­za­zio­ne artificiosa, che sarà rifiutata dal popolo stesso, senza curarsi che vi fossero alle spalle una solidarietà e una coscienza nazionali.

Ciò si ripercosse sulla stessa solidità della monarchia sabauda che, «insidiata» nelle proprie prerogative di rappresentanza politica da Cavour e dai suoi alleati, non poté avere al suo fianco le nobiltà degli Stati preunitari che, umiliate dai soprusi dei borghesi «nuovi arrivati», non intesero naturalmente fondersi in una nuova nobiltà italiana fedele alla Corona sabauda, preferendo rimanere divise in gruppi regionali e cercando alleanze matrimoniali all’estero piuttosto che fra i membri della nuova classe dirigente.

Era diffusa fra i nobili degli Stati preunitari la stessa convinzione che il conte Clemente Solaro della Margarita (1792-1869) aveva consegnato, ben prima dell’Unità, al suo Memorandum storico-politico: «Oh Italia! […] Non sarai mai felice, finché irrequieta aspiri a un meglio che afferrar non puoi, e logori i tanti beni, i tanti tesori di grandezza di dovizie e d’arti onde ti ha reso bella, invidiata da tutte le genti Colui che a te affidava il magistero del mondo, e centro ti faceva dell’orbe cristiano. A scuoterti un’altra volta, gli amatori tuoi col nome di libertà e d’indipendenza […] ti sping[ono] a disperate imprese […]. Chiudi l’orecchio alle voci de’ veggenti tuoi; profetizzano il falso; ritorna al culto della verità e della giustizia. Italia mia, credi ai veri amici che te non vogliono serva, ma Regina, e i varii popoli tuoi in bel nodo di concordia uniti sotto l’usbergo dei Principi che ai loro destini prepose Iddio».

 

16. I «plebisciti unitari» del 1859-1860

 

Si è discusso a lungo fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900, soprattutto a opera di due capiscuola della dottrina giuridica italiana come Santi Romano (1875-1947) e Dionisio Anzilotti (1867-1950) [24] — e in parte lo si è fatto anche successivamente — sulla validità dei «plebisciti unitari» del 1859, come di quelli che si svolsero nell’ottobre 1860 nell’Italia meridionale, quale ulteriore espressione di un’autentica e generalmente diffusa volontà annessionistica.

Una prima osservazione riguardo tali plebisciti risale alla «curiosa» circostanza per cui, mentre essi furono realizzati sulla base del suffragio universale maschile e femminile, in seguito le leggi elettorali e ordinarie del Regno continuarono impassibilmente — nonostante il progressivo aumento della popolazione interna — a far perno sull’estremamente selettivo «suffragio censitario».

La seconda, ovvia, considerazione che può essere svolta sugli stessi è che, essendo la procedura plebiscitaria attivata da chi deteneva ormai il potere al fine di trasformare un consenso presunto in un consenso attivo, essa facilmente non avrebbe potuto avere esito negativo. «Il risultato — commenta Silvano Montaldo — era quindi in gran parte scontato, dato il diretto controllo esercitato da Torino e l’assenza di ogni opposizione organizzata, con la libertà di stampa ripristinata solo qualche giorno prima del voto e l’impegno delle autorità locali per evitare manifestazioni antiunitarie».

In Toscana la Società Nazionale assunse infatti il controllo del Granducato senza alcuna diffi­coltà; a Parma il duca la­sciò la città in mano a una Commissione di Governo, che assunse il potere in attesa di cederlo al re di Sardegna. Il duca di Modena abbandonò il suo Stato dopo la battaglia di Magenta: il municipio dichiarò deposto il duca fuggitivo e valido il ple­biscito di unione al Piemonte del 1848. Nelle Legazioni pontificie di Romagna, la partenza da Bologna delle truppe austriache fu seguita da una sollevazio­ne popolare che offrì la dittatura a Vittorio Emanuele II. La stessa cosa avvenne a Raven­na, a Forlì e a Ferrara. Anche le Marche e l’Umbria insorsero, ma qui le truppe pontificie reagirono, recuperando le due regioni. In Toscana furono fatte le elezioni nell’agosto 1859 e la nuova Camera dichiarò decaduta la dinastia dei Lorena, votando l’annessione al Piemonte. La stessa cosa fecero i Ducati padani e le Legazioni di Romagna. Vittorio Emanuele II accolse a Torino le delegazioni che offrivano le annessioni votate dai governi provvisori.

Il popolo siciliano fu chiamato invece il 21 ottobre 1860 a esprimere, ex post, il suo voto, dato che, una settimana prima che si tenesse il plebiscito, il 15 ottobre, il dittatore Giuseppe Garibaldi (1807-1882) stabiliva, con proprio decreto, che le Due Sicilie facevano parte integrante dell’Italia.

 

 

17. La formazione dello Stato italiano nei documenti e non nella storiografia convenzionale

 

La necessità di uno studio documentale, accessibile ai più, diretto a rileggere i documenti dell’epoca con gli occhiali del giurista, è stata recentemente soddisfatta da un’opera, che ha comportato un paziente lavoro di parecchi anni, uscita nella collana Il diritto della civiltà internazionale diretta da Alberto Miele (1939-2003) dell’Università di Padova. Nel curarne la presentazione, il compianto internazionalista afferma «oggettivamente» esser ormai «[…] certo, sotto il profilo del diritto internazionale, che l’unificazione italiana fosse alla fine solo un’annessione al Piemonte: esattamente come la volle il Cavour, che ne diresse — passo per passo, decreto per decreto, congiura per congiura — ogni momento; amministrando il Risorgimento italiano come un affare interno al Regno di Sardegna […] ancora una volta la tesi — dommaticamente affermata dal Romano — prevale, questa volta documentalmente, sulla tesi sostenuta da Anzilotti».

 

 

18. Le ingerenze britanniche nell’unità d’Italia

 

Ho finora messo in luce due delle ombre che gravano sull’unità d’Italia, quella del centralismo comprimente qualsiasi istanza, se non federalistica, almeno regionalistica, e quella del «peccato originale» — dal punto di vista istituzionale —, consistente nell’annessionistico e pseudo-plebiscitario primo corso del processo unitario. È ora il momento di parlare di una terza ombra: le ingerenze inglesi e gli influssi delle massonerie, specie quelle della City londinese che, già dalle «prove generali» della Rivoluzione italiana nel 1848, avevano appoggiato quelle forze che avrebbero potuto facilitare una riforma religiosa in senso filo-protestante nella Penisola.

Sappiamo che le massonerie britanniche tradizionalmente non presentano quei caratteri brutalmente anti-religiosi tipici di quelle dei Paesi latini. Erano però, nel 1800, strettamente legate al protestantesimo più anti-cattolico, e si distinsero nel sostenere direttamente e propagandisticamente con ingenti fondi le imprese di Giuseppe Garibaldi.

L’Italia è diventata quindi un unitario Stato-nazione anche perché ciò veniva incontro agli interessi geo-politici della Gran Bretagna, che era la potenza navale dominante nel Mediterraneo. Se, da un lato, gl’inglesi volevano ridurre l’influenza austriaca, dall’altro temevano che, se la nascita dell’Italia fosse avvenuta sotto forma di piccoli Stati federati, il nuovo Stato avrebbe inesorabilmente subìto l’influenza di Napoleone III (1808-1873; 1852-1870). Ecco perché, alla fine, fu fatta la scelta di uno Stato unitario su tutta la Penisola, perché si pensava che sarebbe potuto diventare più autonomo rispetto alla Francia.

In particolare nel cruciale triennio 1859-1861 il governo whig-liberale di Londra diede un appoggio morale e diplomatico al Risorgimento che in alcuni passaggi fondamentali fu decisivo: per esempio sostenendo il principio di non-intervento, quando si trattò di restaurare i sovrani spodestati a Modena, a Parma e a Firenze e di ristabilire il potere del Papa nelle Legazioni. E, ancora, rifiutando di bloccare il passaggio dello stretto di Messina a Garibaldi diretto sul Continente e approvando l’invasione sabauda delle Marche e dell’Umbria nel settembre del 1859.

 

 

19. Risorgimento, tardiva Riforma protestante in Italia?

 

Ma in questa politica inglese entrarono in gioco, come accennato, anche altri elementi, in primo luogo la religione: poiché nel Regno Unito ancora a quell’epoca, la politica britannica era fortemente «anti-papista», si pensava infatti che, abbattendo il potere temporale dei Papi, si sarebbe indebolita mortalmente la religione cattolica, realizzando così finalmente anche in Italia quella Riforma «evangelica», che non era riuscita a imporsi nel XVI secolo.

Il Risorgimento è stato quindi anche il momento in cui gli inglesi tentarono e, in parte, riuscirono a fare di un Paese culla del cattolicesimo, un terreno di conquista protestante.

Il fatto che a metà del secolo XIX si fosse manifestato un movimento di conversioni al cattolicesimo, per esempio dei futuri cardinali Henry Edward Manning (1807-1892) e John Henry Newman (1801-1890), già ministri anglicani, e che Pio IX avesse restaurato la gerarchia cattolica in Inghilterra e nel Galles: questi fatti avevano contribuito a rinfocolare nei circoli dirigenti britannici odi anti-romani. La nomina di vescovi cattolici fu chiamata «Papal aggression» e fu proprio in reazione a tale provvedimento che Giuseppe Mazzini (1805-1872) fondò a Londra nel 1851 l’associa­zio­ne Friends of Italy (Amici d’Italia).

 

 

20. I problemi del riconoscimento internazionale del Regno d’Italia

 

Non è un caso che la Gran Bretagna fu la prima grande potenza a riconoscere il neonato Regno d’Italia, laddove, a prescindere dalla diretta interessata Austria, anche altre potenze, come la Russia e la Prussia — un anno e mezzo dopo la proclamazione del Regno — e la Spagna, non vollero dare il loro riconoscimento all’Italia per il modo non rispettoso delle norme internazionali con cui l’unificazione era avvenuta. Scrive Montaldo: «[…] per i criteri di fondo che aveva messo in discussione e il significato potenzialmente eversivo rispetto agli equilibri europei, il Regno d’Italia era un outsider da non ammettere, per il momento, al “gran concerto” degli Stati».

In virtù della legge del 17 marzo 1861, n. 4671, Vittorio Emanuele di Savoia assunse per sé e i suoi successori il titolo di re d’Italia: iniziava, da quel momento, l’opera della diplomazia per il riconoscimento del «fatto compiuto». La richiesta di riconoscimento assunse la forma di una nota, alla quale, come detto, la Gran Bretagna rispose per prima con un’altra nota, inviata dal ministro degli Esteri, lord John Russell (1792-1878), con cui prendeva atto della notifica. Subito dopo anche la Svizzera procedeva al riconoscimento. Seguì, nel successivo mese di aprile — il giorno 13 —, la nota di riconoscimento da parte degli Stati Uniti d’America. Per la Francia, si dovette attendere fino al 15 giugno 1861.

Oltre al mancato riconoscimento ispano-russo-prussiano — avverrà addirittura solo nel luglio 1862 il riconoscimento della Russia, dopo lunghe trattative condotte dalla Francia, mentre quello della Prussia data al 21 luglio 1862 —, un’altra brutta sorpresa per la diplomazia sabauda, che ne indebolì ulteriormente la credibilità internazionale — quarta ombra gravante sul Risorgimento — venne anche da un altro importante paese, il Belgio di Leopoldo I di Sassonia Coburgo Gotha, che, durante il suo lungo regno costituzionale (1831-1865), a differenza di quanto avverrà nel Regno d’Italia, aveva affidato alternativamente il potere politico interno tanto ai liberali quanto ai cattolici. Il Regno dei Belgi riconobbe quindi sì quello italiano, ma solo il 7 gennaio 1862 e con la precisazione, esposta dal ministro belga a Torino barone Henri Solvyns (1817-1894) in una nota al presidente del Consiglio Bettino Ricasoli (1809-1880), che specificava come il Belgio prendesse solo atto della situazione di fatto e «[…] riconosceva il fatto compiuto senza però esprimere alcun giudizio sugli eventi che lo avevano generato e senza rinunciare alla sua libertà di valutazione innanzi ad eventualità che avrebbero potuto modificare lo stato di fatto».

Nella stizzita risposta Ricasoli sottolineava seccamente che il governo italiano si era astenuto dal sollecitare un tal atto…

 
 
 
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