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CONFERENZA DEL PROFESSOR GIOVANNI DEJOSSO

Post n°50 pubblicato il 05 Maggio 2011 da ninolutec
 

 

 

 

READING DI POESIA
CON L'AUTORE

-Parte prima-

 

 

 

Oggi, 5 maggio 2011, il professor Giovanni Dejosso ha animato il previsto "Reading di poesia con l'autore". Ecco il contenuto delle oltre trenta slide.
La Giornata Mondiale della Poesia è stata istituita dalla XXX Sessione della Conferenza Generale UNESCO nel 1999 e celebrata per la prima volta il 21 marzo seguente. La data, che segna anche il primo giorno di primavera, ed è rimasta invariata per tutti gli anni successivi, riconosce all'espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e culturale, della comunicazione e della pace. L'UNESCO negli anni ha voluto dedicare la Giornata mondiale della poesia all'incontro tra le diverse forme della creatività, affrontando le sfide che la comunicazione e la cultura attraversano in questi anni. Tra le diverse forme di espressione, infatti, ogni società umana guarda all'antichissimo statuto dell'arte poetica come ad un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme della creatività letteraria ed artistica. Vorrei iniziare la prima pagina di questo "reading" dedicandola alla grande poetessa Alda Merini, nata proprio nel giorno in cui è nata la Giornata Mondiale della Poesia, il 21 di marzo (1931-2009). Il motivo di questa scelta dipende dal fatto che a questo giorno la Merini ha dedicato una sua lirica, successivamente musicata da Giovanni Nuti, e poi cantata da Milva.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

 

Federico García Lorca prima di essere poeta fu musicista. Fuente Vaqueros, il suo paese natio, fu un luogo ricco di stimoli e di suggestioni. Attraverso i vicini, la servitù e la gente del popolo, egli visse il contatto più autentico con la musica della sua terra, come ebbe modo di ricordare in molteplici occasioni. Il rapporto con la musica continuò poi durante l'adolescenza, attraverso gli studi pianistici. Un momento chiave per la vita musicale di Federico fu l'incontro con Manuel de Falla, avvenuto nel 1920. Maggiore di lui di oltre vent'anni, De Falla fu più che un Maestro. Lorca lo considera come il suo faro (lo definisce "un santo" e "un mistico"). In effetti, è attraverso De Falla che Federico rafforza quel rapporto con la musica popolare che intuitivamente aveva stabilito nella sua infanzia. Questo avviene attraverso il filtro della musica colta, che permette a Lorca di elevare a simboli poetici i contenuti della musica popolare spagnola, eminentemente di quella andalusa. La profonda sensibilità di Lorca per la musica trovò nella sua poesia l'espressione più alta ed immediata, ma nella sua poetica la musica restò sempre un linguaggio mitico: "con las palabras se dicen cosas humanas; con la música se expresa eso que nadie conoce ni lo puede definir, pero que en todos existen mayor o menor fuerza. La música es el arte por naturaleza. Podría decirse que es el campo eterno de las ideas"."Con le parole si dicono le cose umane; con la musica si esprime quello che nessuno sa o può definire, ma in tutti esiste con più o meno forza. La musica è l'arte per sua stessa natura. Probabilmente il campo eterno delle idee. "
Nell'opera di Lorca, dunque, la musica occupa una parte centrale. Questo è evidente altresì dalla quantità di inediti che riguardano la sua opera di ricerca sulla canzone popolare. Nell'edizione completa delle opere di García Lorca si trova una prima compilazione ordinata del suo canzoniere musicale. Esso è diviso in tre parti. La prima, che rappresenta la raccolta più conosciuta e ha il nome di Canciones populares españolas, e include quindici canzoni, fra le quali Romance de los mozos de Monleón. L'anima della Spagna è nei segreti della poesia di Garcia Lorca, nelle corde appassionate di una chitarra, nei cieli gonfi di segreti, nella voce straziante dei suoi cantori, e nelle «remote stanze del sangue», dove la sacralità dell'arte si incontra con l'umanità dei suoi figli prediletti. Questo "Canzoniere" è un viaggio attraverso una terra piena di passioni e di suggestioni che raccontano l'attaccamento carnale dell'autore per l'Andalusia. Un secondo gruppo, dedicato alle musiche del Romancero Gitano, include due temi: Prendimiento de Antoñito el Camborio e Muerte de Antoñito el Camborio. E di questo gruppo fa parte la composizione "PRECIOSA Y EL AIRE" (Bella e il vento), di cui prima vi leggerò la traduzione poi vi farò ascoltare il testo recitato in lingua spagnola.
Infine, a un terzo gruppo di canzoni, appartengono quelle che García Lorca utilizzò per le sue opere teatrali, come Canción de las niñas in Mariana Pineda; La señora zapatera in La zapatera prodigiosa ed altre.

BELLA E IL VENTO
La sua luna di pergamena
bella suonando viene,
per un anfibio sentiero
di cristalli e d'allori.
Il silenzio senza stelle,
fuggendo la cantilena
cade dove il mare batte e canta
la sua notte piena di pesci.
Sulle cime della sierra
dormono i carabinieri
vigilando le bianche torri
dove vivono gl'inglesi.
E i gitani dall'acqua
alzano per divertirsi
pergolati di conchiglie
e rami di verde pino.
La sua luna di pergamena
bella suonando viene.
Si è levato vedendola
il vento che mai non dorme.
San Cristobalòn nudo,
pieno di lingue celesti,
guarda la bambina che suona
una dolce piva assente.
Ragazza, lascia che alzi
il tuo vestito per vederti.
Apri alle mie dita vecchie
la rosa azzurra del tuo ventre.
Bella getta il tamburello
e corre senza fermarsi.
Il vento maschio l'insegue
con una spada calda.
Il mare aggrinza il suo rumore.
Gli olivi impallidiscono.
Cantano i flauti di penombra
e il liscio gong della neve.
Bella, corri, Bella!
che ti prende il vento satiro!
Bella, corri, Bella!
Guardalo da dove viene!
Satiro di stelle basse
con le sue lingue lucenti.
Bella, piena di paura,
entra nella casa che ha,
più in alto oltre i pini,
il console degli inglesi.
Allarmati dalle grida
tre carabinieri vengono,
chiusi nei loro mantelli neri
e i berretti sulle tempie.
L'inglese dà alla gitana
una tazza di tiepido latte,
e un bicchiere di gin
che Bella non beve.
E mentre piangendo racconta
la sua avventura a quella gente,
sulle tegole d'ardesia
il vento, furioso, morde.

PRECIOSA Y EL AIRE
Su luna de pergamino
Preciosa tocando viene
por un anfibio sendero
de cristales y laureles.
El silencio sin estrellas,
huyendo del sonsonete,
cae donde el mar bate y canta
su noche llena de peces.
En los picos de la sierra
los carabineros duermen
guardando las blancas torres
donde viven los ingleses.
Y los gitanos del agua
levantan por distraerse
glorietas de caracoles
y ramas de pino verde.
Su luna de pergamino
Preciosa tocando viene.
Al verla se ha levantado
el viento que nunca duerme.
San Cristobalón desnudo,
lleno de lenguas celestes,
mira a la niña tocando
una dulce gaita ausente.
Niña, deja que levante
tu vestido para verte.
Abre en mis dedos antiguos
la rosa azul de tu vientre.
Preciosa tira el pandero
y corre sin detenerte.
El viento-hombrón la persigue
con una espada caliente.
Frunce su rumor el mar.
Los olivos palidecen.
Cantan las flautas de umbría
y el liso gong de la nieve.
¡ Preciosa, corre, preciosa,
que te coge el viento verde!
¡Preciosa, corre, Preciosa!
¡Míralo por donde viene!
Sátiro de estrellas bajas
con sus lenguas relucientes.
Preciosa, llena de miedo,
entre en la casa que tiene,
más arriba de los pinos,
el cónsul de los ingleses.
Asustados por los gritos
tres carabineros vienen,
sus negras capas ceñidas
y los gorros en las sienes.
El inglés da a la gitana
un vaso de tibia leche,
y una copa de ginebra
que Preciosa no se bebe.
Y mientras cuenta, llorando,
su aventura a aquella gente,
en las tejas de pizarra
el viento, furioso, muerde.

 

 

 

 Nazim Hikmet (Nâzim Hikmet Ran) nasce a Salonicco nel 1902 da Hikmet bey, capo dell'ufficio stampa del governo turco e dalla bellissima e molto colta pittrice Aiscé Jelilé.
Il primo contatto di Hikmet con la poesia avvenne grazie al nonno paterno, egli infatti oltre che pascià e governatore di varie province, era anche scrittore e poeta in lingua ottomana, vale a dire in una lingua, come scrive Hikmet stesso, in cui la maggior parte delle parole erano arabe o persiane. Nazim Hikmet muore a Mosca il 3 giugno 1963 colpito da un infarto.
Nel 2002 a cento anni dalla sua nascita, a seguito anche alla petizione firmata da oltre mezzo milione di cittadini turchi, il governo turco ha deciso di ridare a Nazim Hikmet la cittadinanza turca toltagli nel 1951.
Un grande uomo e un grande poeta che seppe parlare e trasmettere il linguaggio universale del sentimento, con quella sua estrema dolcezza orientale intrecciata ai ritmi crudi dell'Occidente,uno dei più amati della poesia conteporanea.Scrisse per amore e con amore. Ogni 21 marzo l'UNESCO festeggia la giornata mondiale della poesia e nel 2002 venne reso omaggio a quella di Nazim Hikmet.

Nazim Hikmet
Prima che bruci Parigi
Finchè ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finchè ancora tempo, mio amore
finchè il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finchè ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finchè ancora tempo, mio amore
finchè il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi nè gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finchè ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finchè ancora tempo, mio amore
finchè il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
- verso il Belgio o verso l'Olanda? -
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finchè ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finchè ancora tempo, mio amore.

 


Ernesto Ragazzoni (Orta Novarese, 9 gennaio 1870 - Torino, 5 gennaio 1920) era il primo di cinque fratelli. Cresce a Novara, dove il padre Giovanni è maggiore dell'esercito e amministra le sue terre di Barengo e dintorni. La famiglia - borghese di estrazione agricola, agiata e distintissima, ma con il culto della praticità - lo avvia al diploma di ragioniere. Entra quindi all'Istituto Mossotti nel 1883 e ne esce diplomato nell'87. Ma Ernesto ha sin da allora la passione delle lingue e della letteratura ed è attratto in particolare da quella inglese e americana. La sua prima contestazione diviene quindi già quella della carriera cui è stato avviato. Dopo il diploma di ragioniere fu impiegato alle ferrovie, giornalista, conferenziere brillante. poeta e prosatore serio e umorista, saggista intelligente e profetico, anglista, poliglotta, teosofo, niciano, anarco-socialista e alcolista, facendosi beffe di tutti e di se stesso in primo luogo, con un umorismo da cui trapela spesso una vena amara e tormentata, resa attraverso uno stile moderno e, a mio parere, sottovalutato dai critici, in cui è frequente il bisticcio di parole, l'assonanza, la rima interna, da lui considerati come contestazione della banalità dell'espressione tipica del borghesume. I suoi esordi poetici furono caratterizzati da un'impronta nettamente rivoluzionaria che si esprime attraverso la satira e la beffa. Così, con Le ballatelle italo-abissine, commentò la prima guerra d'Africa (quella del disastro di Adua nel 1896), voluta dai borghesi in frac.

"In cravatta bianca e in frac,
alla sera i crocchi chic
tra le chicchere e i pic-nic
e gli alchermes e i cognac,
con gran pose alla Van-Dyck,
ascoltando Grieg o Bach,
in cravatta bianca o in frac,
alla sera i crocchi chic,
se la ridon del Degiàc
e dei ras di Menelik;
ma l'Italia che fé cric,
jeri, in breve farà crac...
in cravatta bianca e in frac."


Ballata
Se ne vedono nel mondo
che son osti... cavadenti
boja, eccetera... (o, secondo
le fortune grand'Orienti).
C'è chi taglia e cuce brache,
chi leoni addestra in gabbia,
chi va in cerca di lumache...
Io... fo buchi nella sabbia.
I poeti anime elette,
riman laudi e piagnistei
per l'amore di Giuliette
di cui mai sono i Romei!
I fedeli questurini
metton argini alla rabbia
dei colpevoli assassini...
Io... fo buchi nella sabbia.
Sento intorno sussurrarmi
che ci sono altri mestieri...
Bravi... A voi! Scolpite marmi,
combattete il beri-beri,
allevate ostriche a Chioggia,
filugelli in Cadenabbia,
fabbricate parapioggia
Io... fo buchi nella sabbia.
O cogliate la cicoria
e gli allori. A voi! Dio v'abbia
tutti quanti, in pace, e gloria!
Io... fo buchi nella sabbia.
Ernesto Ragazzoni (1870-1920)

 


SILLOGE DI NINO DEJOSSO

Questa sera senza nome
Rischiara lenti passi
E
Tacite lune.
Nella preghiera immota d'una campana
Semina petali
Il tuo amore bambino
Che,
impercettibile
e
stupefatto di vento,
cede il suo richiamo
alla mia nuda fragilità.

 Aiutami a cantare
Le acque inesauribili
E
Il miracolo che corona
Lo stillicidio esangue dell'anima.
Nel chiarore stanco
Delle nostre foglie d'argento
S'indovina
Non so che pena velenosa
E
Rivedo questo allungato filo
Che
Si consuma gelido
Di acerba estate.

E lunghe
Sul mare
Meditavo infelicità
Di preghiere
Stravolte
Che
Mi nascono
Dentro
Un rimescolato lamento
Di estati lontane.
Mi rispecchio di vento
Dove
Le chiare vene
Della luna
Guizzano
Di scolorite stelle.

Un monello malizioso,
Un ammasso
Di oscuri
Alberi di navi.
È mezzogiorno
Ed è partita
La corriera.
Nei tuoi occhi
Di filigrana
Scivola via la brughiera,
E
Ciuffi di colline
Bruciate dal sole.
Ai margini della pianura
Gelido blu del cielo.
Nell'aria stanca
Come ti vedo innaturale
E
Perduta.


Ascoltami
nuvole
di vento
discendono
per le viuzze
di antica voce
e
non chiedermi
e
non domandarmi
dell'ora vana
che
ci fa minimi
tra scaglie
d'indifferenza
e
disperati
mugli di tramontana.

 

 
 
 
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