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GRUPPO DI LETTURA

Post n°49 pubblicato il 04 Maggio 2011 da ninolutec
 

 

 

 

Negli Stati Uniti solo il tre per cento dei libri sono traduzioni: un dato che molti hanno interpretato come un indice di chiusura, culturale o commerciale. Sandro Ferri e Sandra Ozzola, fondatori alla fine degli anni ’70 di quella che poi è diventata una delle più fortunate e prestigiose case editrici indipendenti italiane, le Edizioni e/o, hanno invece visto in quella percentuale così bassa un’opportunità, uno spazio ancora vuoto da occupare: un mercato. Nel 2005 hanno lanciato a New York la Europa editions, specializzata proprio nell’offerta di narrativa straniera, in gran parte di provenienza europea. Il primo titolo a essere proposto fu "I giorni dell’abbandono" di Elena Ferrante, scelta felice e soprattutto indicativa della loro capacità (non comune fra gli editori e agenti italiani) di riconoscere un titolo che poteva funzionare anche in America, a livello di pubblico e di critica. Qualche mese fa è arrivato il primo bestseller, "L’eleganza del riccio", della scrittrice francese, e docente di filosofia, Muriel Barbery, per varie settimane nella classifica del New York Times. Non si è trattato di un successo paragonabile a quello, mettiamo, del "Nome della rosa", ma il romanzo di Eco restò un caso isolato, che non svolse alcuna funzione di traino. Ciò che "Europa Editions" sta cercando di fare, e sta riuscendo a fare, è invece creare un pubblico e una sensibilità per un intero genere di libri, un’abitudine a uno stile e a contenuti più marcatamente europei, da un lato internazionalizzando il globalismo americano e dall’altro globalizzando l’internazionalità del vecchio continente. Opportuna quindi la proposta della traduzione inglese di questo "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio" di Lakhous, scrittore algerino che vive a Roma. Interessante è di per sé la vicenda del libro, prima apparso in arabo in Algeria, a narrare dunque una vicenda di emigrazione, un’avventura nell’altrove; poi riscritto, e non semplicemente tradotto, in italiano, e letto come una vicenda di immigrazione, l’arrivo dell’“altro”; ora infine disponibile negli Stati Uniti, in un paese che, a differenza dell’Italia e dell’Algeria, si considera una nazione di immigrati, non di emigrati, e in cui pertanto potrà apparire come una parabola su un comune destino di nomadismo e ibridazione. Il pretesto del racconto è un delitto: il corpo di un uomo, ucciso a coltellate, viene trovato nell’ascensore di un palazzo nei pressi di piazza Vittorio, una delle zone più multietniche di Roma. Qualche ora prima aveva avuto un diverbio con un altro inquilino, Amedeo, ora scomparso, e ad aggravare la cui posizione c’è il fatto che tutti lo ritenessero un italiano mentre ora si scopre che non lo era, che il suo vero nome era Ahmed. Non c’è una voce narrante, oggettiva o neutrale. Lakhous fa parlare in prima persona i personaggi, ciascuno a portare, in prima persona, la propria interpretazione dei fatti e insieme i propri pregiudizi, le proprie paure. Ciascuno a portare la propria “verità”. “La verità di Parviz Mansoor Samadi”, iraniano che detesta la pizza e cita il poeta e matematico medievale Omar Khayyám; poi “La verità di Benedetta Esposito”, portiera dello stabile, napoletana,  che invece cita Bruno Vespa e detesta gli immigrati (“un altro poco ci cacceranno dal nostro paese”), prima fra tutti la badante filippina, Maria Cristina, “chiatta chiatta” al punto da minacciare la stabilità dell’ascensore - e diventata tale, afferma Parviz, che odia la pasta quanto la pizza, a causa della dieta mediterranea -; ma che poi si scopre, quando arriva il suo turno di dirci la sua verità, che è peruviana e ingrassata per colpa del cioccolato e della birra consumati nelle lunghe giornate passate davanti alla televisione. Undici personaggi, ciascuno, come si è visto, con la sua verità incompleta, approssimativa, tendenziosa; l’ultima è quella del commissario che sta indagando il caso e che lo risolve solo perché riesce a ribaltare le proprie convinzioni, a vedere anche l’altra faccia della certezza. Inframmezzato, il diario di Amedeo, i suoi appunti su eventi, persone e letture, offerti non in sequenza cronologica ma in modo frammentario e incoerente, saltando da un mese o addirittura da un anno all’altro: a suggerire una possibile alternativa alla ricerca della verità e dell’identità. Perché la realtà, quella fisica come quella sociale, non si presta a semplificazioni e irrigidimenti, e l’unica maniera per congelarla in una rassicurante condizione di stabilità è congelare noi stessi, il nostro sguardo, chiuderci agli altri, all’esterno, in ultima analisi alla vita. La differenza fra chi è razzista e chi è tollerante, scopre Amedeo, è che il razzista è triste: “Non sorride al prossimo perché non sa sorridere a se stesso”. Amedeo è l’opposto: frequenta le biblioteche, i musei, i cineforum ma passa ore anche al bar di Sandro, tifoso giallorosso, senza attribuire ai diversi luoghi una diversa dignità. Rifiuta le etichette, i marchi di appartenenza: a chi gli chiede da dove venga risponde: “Dal sud”. Parla italiano meglio degli italiani, vive con una donna italiana, inizia le sue giornate “con le tre C” (cappuccino, cornetto e Corriere della Sera), però al suo vecchio compagno di giochi, Abdallah, che gli chiede se si sia convertito al cristianesimo, risponde di no con la stessa leggerezza con cui a Sandro ha detto di non essere della Lazio. Ama camminare, rispetta la natura, ha una coscienza ambientalista, però al professor Marini, accademico misantropo e moralista, che gli domanda se sia dei Verdi, dà la medesima risposta: “No”. Non è disinteresse o disimpegno: è rifiuto di farsi imprigionare da un’ontologia - un dover “essere” qualcosa che impedisca cambiamenti, mescolanze e contraddizioni, che chiuda nel passato. Amedeo non ama il passato, spiega Stefania, la sua compagna: “Spesso mi dice che il passato è come le sabbie mobili”. Anche gli scontri di civiltà (presumo che il titolo alluda al discusso libro del politologo Huntington) sono sabbie mobili: che attraverso la paura dei barbari di fuori consentono la barbarizzazione dall’interno della nostra società, in particolare l’abbassamento dei controlli etici sull’economia, la politica, gli apparati militari. Centrale, e giustamente evidenziato fin dal titolo, è l’ascensore: causa di tensioni condominiali e litigi, oltre che luogo dell’assassinio; ma anche efficace metafora del senso di claustrofobia, indotto se non del tutto immaginario, che l’intolleranza provoca e che a sua volta alimenta altra intolleranza, altro razzismo. Un buon romanzo, scorrevole, ironico, a tratti illuminante; che però in alcune parti, soprattutto quando a parlare siano i personaggi più reazionari, eccede negli stereotipi e diventa caricaturale, perdendo forza e annacquando la denuncia. Daniele Liotti e Serra Yilmaz sono tra i protagonisti dell’opera prima da regista di Isotta Toso, un film tratto dal romanzo dello scrittore e giornalista algerino Amara Lakhous.

Un GDL o BOOK CLUB è  un gruppo di persone che, secondo un calendario prestabilito, si ritrova sul blog, in una sorta di laboratorio virtuale, per parlare di libri. I titoli su cui discutere saranno decisi dai partecipanti, ma letti in autonomia. In pratica ognuno legge a casa propria e poi ci si ritrova qui tutti insieme per scambiarsi opinioni, sensazioni, stimoli, suggerimenti per nuove interessanti letture. Che ne pensate? l'idea vi interessa? Sì? Bene, e dunque LIBRIAMOCI!

 

 

 
 
 
 
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