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CONFERENZA DELL’ARCHEOLOGO PROFESSOR PIERO BARTOLONI

Post n°102 pubblicato il 05 Novembre 2011 da ninolutec
 

Piero Bartoloni è professore ordinario di Archeologia fenicio-punica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari. Dal 1997 al 2002 è stato Direttore dell'Istituto per la Civiltà fenicia e punica del Consiglio Nazionale delle Ricerche. È Direttore della Scuola di Dottorato “Storia, letterature e culture del Mediterraneo” dell’Università di Sassari, con sede presso il Dipartimento di Storia. È Direttore Scientifico della Rivista “Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae” e Direttore del Museo Archeologico Comunale “Ferruccio Barreca” di Sant’Antioco. Dal 1964 ha condotto scavi archeologici e prospezioni in Italia, Malta, Grecia, Cipro, Turchia, Libano, Tunisia, Marocco e Spagna. Attualmente, in Sardegna, dirige gli scavi archeologici a Sant’Antioco e a Monte Sirai e, in Tunisia, a Zama Regia e a Nabeul. Nei suoi studi si è occupato della cultura materiale fenicia e punica e, in particolare, degli amuleti, delle stele dei tofet, della ceramica vascolare e, inoltre, della marineria cartaginese. È autore di oltre duecento pubblicazioni a carattere scientifico, tra le quali una quindicina tra libri e monografie.

STORIA DEGLI SCAVI
DI MONTE SIRAI

(PARTE PRIMA)

 

 

Ieri, venerdì 4 novembre 2011, si è svolta, alle ore 16.30, la conferenza del professor Piero Bartoloni, seguita da un numeroso pubblico e, soprattutto, chiara e applauditissima. Ma ecco una sintesi delle varie argomentazioni.
La città di Monte Sirai si pone come strumento fondamentale ai fini
di una maggiore conoscenza della civiltà fenicia e punica poiché il centro
abitato, completo in ogni sua fondamentale componente, è privo di
sovrapposizioni più tarde. Dopo il suo abbandono, avvenuto per motivi
non facilmente spiegabili attorno al 100 a.C., nulla è venuto a sconvolgere
o a mutare in modo sia pure minimo la struttura del luogo.
L'insediamento di Monte Sirai è composto di tre grandi settori, che
sono i fulcri scientifici e turistici dell'antico centro. Il principale è costituito
dall'abitato, che occupa la parte meridionale della collina. Nella
collina settentrionale è invece situato il tofet: è questo il luogo sacro nel
quale erano sepolti con particolari riti i corpi bruciati dei bambini nati
morti o defunti in tenera età. L'ultimo settore è costituito dalle due
necropoli, collocate nella valle che separa l'abitato dal tofet. Si tratta di
una necropoli fenicia a incinerazione, della quale ormai sono visibili
unicamente delle fossette scavate nel piano di tufo, e una necropoli punica
a inumazione, formate da tombe sotterranee, tutte visitabili.
Il centro di Monte Sirai nasce come abitato civile attorno al 740 a.C.
e risulta particolarmente importante perché è situato lungo la via
costiera, alla confluenza con la valle del Cixerri che conduce al
Campidano. La sua fondazione come città si deve probabilmente ai
Fenici di Sulcis o forse a quelli di un insediamento anonimo presso l'attuale
Portoscuso. In ogni caso, da ciò scaturisce più che evidente la
necessità, e anzi l'obbligo, di un'analisi globale del territorio che tenga
conto di tutte le componenti storiche che parteciparono alla nascita,
alla crescita e alle vicende della civiltà nella regione sulcitana.
Pertanto, questa deve essere sempre considerata nella sua interezza, da
Chia a Monte Sirai, da Sant'Antioco a San Pantaleo. Quindi, non è né
possibile né corretto lo studio di un solo insediamento che non tenga in
debito conto anche la storia e la vita di quelli più o meno vicini, poiché
sia la storia che la vita li accomunarono e li accomunano.
L'altura di Monte Sirai trae la sua origine da vasti movimenti tettonici
che hanno suddiviso la regione del Sulcis in alcune ampie zolle. Alcune di queste sono rimaste in rilievo e tra di loro vi è per l'appunto
la collina di Monte Sirai, accanto ai monti Essu, Narcao e Sinni.
L'area di Monte Sirai in particolare è costituita da arenarie e conglomerati
appartenenti alla cosiddetta "Formazione del Cixerri" (Eocene-
Oligocene medio) e in un secondo momento, al termine del Cenozoico
(Oligocene-Miocene), venne ricoperta da rocce vulcaniche effusive (Ignimbriti).
Non sono noti i centri di emissione di queste vulcaniti, poiché si tratta
in prevalenza di prodotti ignimbritici (nubi ardenti), provenienti da
diverse direzioni ed emessi da fratture della crosta terreste ormai
richiuse da lungo tempo. Attualmente l'attività vulcanica nella zona
prosegue in mare in un apparato vulcanico chiamato Quirino, situato
30 chilometri a sud di Capo Sperone, che è la punta meridionale dell'isola
di Sant'Antioco.
L'altura di Monte Sirai si eleva ad una quota massima di 194 metri
sul livello del mare. La parte sommitale del rilievo è costituita da vulcaniti
acide appartenenti alla cosiddetta "Serie Ignimbritica Sulcitana".
Questa particolare serie è presente sul monte con due ignimbriti compatte,
comunemente chiamate trachiti, separate da una piroclastite
cineritico-pomicea tenera, comunemente denominata tufo. Nell'area di
Monte Sirai sono presenti anche prodotti vulcanici di natura andesitica,
sia in cupole che in facies esplosiva.
Il progressivo lento disfacimento delle vulcaniti acide ha dato origine
ad un terreno ovviamente acido, le cui proprietà si riverberano
anche sui manufatti di terracotta che di norma vengono rinvenuti con
le superfici completamente spatinate.
La particolare struttura morfologica di Monte Sirai trae origine dalla
differente natura e dal diverso grado di erodibilità delle rocce presenti.
A questa situazione morfologica ha concorso anche l'assetto determinato
dalle forze tettoniche che hanno sollevato l'altura provocandone
lo sbandamento verso sud-ovest. Il basamento della collina, che è di
natura sedimentaria, ha una forma tronco-conica, mentre gli episodi
vulcanici che formano il "cappello" del rilievo e che costituiscono il
pianoro sommitale, caratterizzano il paesaggio con le tipiche rotture
del pendio (gradonate). Le necropoli sono state realizzate scavando
l'unità piroclastica tenera, cioè il tufo.
Quindi, Monte Sirai ha l'aspetto tipico dei pianori ignimbritici della
regione Sulcitana e, con la sommità piatta e i fianchi scoscesi, ricorda
la giare, i caratteristici tavolati basaltici della Sardegna centrale. Tra le
più famose e di maggiore estensione è la giara di Gesturi. Anche
Monte Sirai è specificamente noto per la sua posizione particolarmente
isolate ed è quindi ben visibile lungo la costa anche da grande distanza.
Dell'antico nome dell'abitato di Monte Sirai non è rimasta alcuna
traccia nella memoria degli abitanti del circondario, nessuna antica
fonte scritta lo ricorda e in definitiva non sappiamo neppure con certezza
se il nome attuale abbia un'origine antica. Tuttavia ciò è probabile
e quindi in un primo momento si è pensato che tra l'altro il nome
di Sirai potesse essere accostato alla radice SR, il cui significato è roccia
o scoglio, e che ad esempio compare nel toponimo fenicio che indica
la città fenicia di Tiro (S.ur).
Inoltre, si è ipotizzato che le due lettere finali di Sirai (-ai) fossero
un suffisso di antica origine fenicia che indicava un nome plurale che
si fosse conservato fino ai giorni nostri e che quindi, ad esempio, il
nome significasse il Monte con due cime o il Doppio monte. Ma, come
la precedente, anche quest'ipotesi è stata presto abbandonata in quanto
non corretta per quanto riguarda l'aspetto glottologico e per di più
linguisticamente insostenibile. Né del resto vi è una giustificazione
geografica poiché le due supposte cime, create dalle due successive
colate laviche, risultano assai poco eminenti e non sono visibili se non
dal versante settentrionale.
Anche l'ipotesi che il nome di Monte Sirai avesse comunque un'origine
fenicia o punica è stata abbandonata di recente a favore di una
sua più probabile provenienza da lingue mediterranee anteriori all'arrivo
sulle coste sarde dei popoli provenienti dal Vicino Oriente. In un
primo momento infatti è anche stato proposto che il nome Sirai avesse
una origine berbera e cioè che il monte fosse stato indicato con questo
nome da coloni nord-africani di stirpe indigena, venuti in Sardegna
come agricoltori al seguito degli eserciti cartaginesi dopo il 520 a.C.
Si è ritenuto inoltre che l'insediamento di Monte Sirai fosse da identificare
con l'antica Pupulum. Il nome di questo centro abitato è noto
unicamente attraverso la Tabula Peutingeriana, che è una antica carta
geografica nella quale è riprodotta la collocazione dei centri romani del
mondo conosciuto nel IV sec. d. C. Ma poiché, come si vedrà più sotto,
l'insediamento di Monte Sirai è stato abbandonato definitivamente alla
fine del II sec. a.C., e la succitata carta geografica riproduce una situazione
decisamente più tarda, è poco probabile che l'abitato di Monte
Sirai fosse talmente importante da perpetuare il suo ricordo per circa
cinquecento anni, tanto cioè da inserirlo nella riproduzione geografica
del mondo allora noto. È invece più probabile che il toponimo di
Pupulum vada riferito ad uno degli insediamenti romani divenuti particolarmente
consistenti in età imperiale, quali ad esempio quelli di
Matzacara o Paringianu, collocati lungo la costa antistante le isole di
Sant'Antioco e di San Pietro.
Attualmente si ritiene più probabile che l'origine del nome, il cui
significato è da considerare comunque legato all'aspra natura del luogo
e dunque alla roccia, sia sempre da collocare in ambiente nord-africano
berbero, ma da porre in epoca neolitica e quindi in un periodo ben
precedente all'arrivo di popolazioni orientali in Sardegna.
La collina di Monte Sirai ha attratto l'attenzione degli studiosi del
territorio fin dai primi decenni del secolo scorso grazie alla sua particolare
forma e alla sua posizione emergente sul piano di campagna ed
isolata nella piana costiera, che permettono di distinguerla nettamente
anche da grande distanza.
Il primo studioso che ne descrisse sia pur brevemente e in modo
sommario le caratteristiche geologiche fu Alberto Ferrero della
Marmora, che per la sua peculiarità morfologica la inserì nel volume
Voyage en Sardaigne, pubblicato con una prima edizione nel 1826, e
nella sua Carta topografica dell'isola del 1845, la prima ad essere rilevata
con moderni sistemi di triangolazione topografica ed eseguita correttamente.
Invece, il primo a intuire e a citare la presenza di un antico centro
abitato sul monte fu il Canonico Vittorio Angius che curò la parte storica
nella monumentale opera sulla Sardegna edita da Goffredo Casalis
a Torino tra il 1833 e 1856. Infatti, alla pagina 349 del Dizionario geografico,
storico, statistico, commerciale degli Stati di S. M. il Re di
Sardegna si può leggere quanto segue: "Sirài ... I molti rottami che trovansi
in questo sito fan congetturare molto considerevole l'antico
paese di questo nome, che distrussero i barbari ...".
È evidente che l'episodio legato all'aggressione di non meglio precisate
popolazioni barbare è del tutto immaginario ed ha un valore
puramente leggendario, poiché, come sembra più probabile, l'insediamento
di Monte Sirai fu abbandonato più o meno volontariamente dai
suoi abitanti.

La prima testimonianza scritta su Monte Sirai risale probabilmente al 1323, con la menzione dell'esistenza di un villaggio denominato Siray, mentre dalla seconda metà del XIX secolo la documentazione si concentra preva- lentemente sull'interesse suscitato dal sito in relazione alle caratteristiche geologiche del pianoro, sebbene sia ravvisabile una seppur vaga intuizione dell'importanza del luogo, anche dal punto di vista archeologico.
Sono note le vicende che portarono alla «riscoperta» dell'insediamento in età moderna. Il primo rinvenimento di stele nel 1892, da parte del parroco di Tratalias Don Vincenzo Atoni, attirò l'attenzione dell'allora Direttore del Museo di Antichità di Cagliari, Filippo Vivanet. Il Vivanet, per verificare la consistenza della scoperta e per non affrontare inutilmente un viaggio che in quel periodo era lungo e non
facile, inviò al Parroco una lettera contenente una lunga serie di precise
domande. Le risposte fornite tempestivamente permisero al Direttore del Museo di constatare l'indubbia importanza dell'antico centro abitato. Tuttavia, i prevedibili disagi, creati dalla considerevole distanza da Cagliari e gli alti costi dell'impresa per il reperimento in loco della mano d'opera e per il trasporto degli eventuali reperti,
costrinsero il Vivanet a rimandare di qualche tempo le indagini sulla
collina. Ma le speranze di Filippo Vivanet di realizzare le indagini progettate andarono deluse poiché, a causa di ulteriori lavori altrettanto importanti ed urgenti in altre località dell'isola, non ebbe mai più la possibilità di interessarsi di Monte Sirai. Dopo circa cinquanta anni di silenzio, all'inizio dell'ultima guerra mondiale sulla sommità del monte fu installata una batteria contraerea, oggi in parte restaurata e riutilizzata come luogo di ristoro per i visitatori. La batteria, che aveva il compito di proteggere dagli attacchi aerei le miniere di Carbonia, fondata il 18 dicembre del 1938, occupa un settore ove sono state rinvenute tracce forse di un villaggio di età neolitica, appartenente alla cultura detta di San Michele. Sempre nello stesso luogo è stata individuata parte di un santuario di età ellenistica, sorto dopo la conquista romana della Sardegna e dedicato probabilmente alla dea Demetra. I soldati occuparono e utilizzarono come rifugio antiaereo anche una tomba a camera ipogea della necropoli punica, ma in nessun caso si resero conto della presenza di un antico centro abitato o, se se ne resero conto, nulla fecero per esplorarlo. Nel frattempo, le pietre trachitiche crollate appartenenti alle antiche abitazioni furono ampiamente utilizzate per la costruzione della città di
Carbonia. I lavori, iniziati nel 1935, si conclusero alla fine del 1938,
periodo in cui fu inaugurata ufficialmente la città. Quindi, anche se la
città sorse dal nulla, poiché nessun centro abitato le preesisteva, si pur
ben dire che in qualche modo la città è fondata su antiche testimonianze.

 
 
 
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