STORIA DEGLI SCAVI
DI MONTE SIRAI
(PARTE SECONDA)
Per la riscoperta di Monte Sirai si deve giungere fino alla seconda
metà del nostro secolo e più precisamente al 1962 per ritrovare chi fu
attratto di nuovo dai resti dell'antico insediamento. Si tratta di Antonio
Zara, all'epoca giovane studente della vicina Carbonia e oggi
Assistente Principale della Soprintendenza Archeologica, che, appassionato per la storia della Sardegna e per le origini della civiltà nell'isola, visitava gli antichi monumenti. Salito sul monte, lo studente si
imbatti nel tofet, visto a suo tempo da Parroco di Tratalias e, intuitane l'importanza, ne comunicò immediatamente la scoperta a Vittorio
Pispisa, Ispettore Onorario per la zona del Sulcis per conto della
Soprintendenza alle Antichità. Constatata la rilevanza dei monumenti,
ne fu informato immediatamente Gennaro Pesce, allora Soprintendente
alle Antichità di Cagliari e Oristano.
Fu inviato sul posto Ferruccio Barreca, all'epoca giovane Ispettore
della Soprintendenza, che subito dispose il recupero delle stele rinvenute
nel tofet e il loro temporaneo trasferimento nelle camere di sicurezza
del Comando della Compagnia dei Carabinieri di Carbonia.
Contemporaneamente, sempre a cura di Ferruccio Barreca, iniziò una
serie di esplorazioni archeologiche sul monte, per verificare l'estensione
e la consistenza dei monumenti, per constatarne lo stato di conservazione
e per disporre una prima serie di interventi di salvaguardia. Ferruccio Barreca, succeduto a Gennaro Pesce come Soprintendente
Archeologo dal 1967 al 1986, può essere certamente considerato uno
dei rifondatori di Monte Sirai, poiché si deve alla sua indefessa e competente opera di archeologo se l'antico insediamento è stato esplorato
e valutato in tutta la sua giusta importanza e se oggi è pervenuto al
mondo degli studi e alla pubblica fruizione. Non appena ritornato a Cagliari, Ferruccio Barreca comunicò la considerevole consistenza e il cospicuo interesse dei monumenti rinvenuti all'allora Soprintendente, Gennaro Pesce, il quale predispose immediatamente un progetto di intervento e di valorizzazione dell'antico insediamento Monte Sirai. A questo scopo prese contatti con Sabatino Moscati, studioso di antichità semitiche e all'epoca Direttore dell'Istituto di Studi del Vicino Oriente dell'Università di Roma. Attualmente Sabatino Moscati è Presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei, massimo Organismo scientifico italiano.
Nel 1962 fu siglato un accordo tra la Soprintendenza alle Antichità di
Cagliari e Oristano e l'Istituto di Studi del Vicino Oriente dell'Università
di Roma che aveva lo scopo di promuovere una serie di campagne
archeologiche sul Monte Sirai, che avrebbero avuto inizio nel 1963.
Fu formata una equipe congiunta della quale facevano parte come
direttori dei lavori Ferruccio Barreca, Ispettore della Soprintendenza di
Cagliari, e Giovanni Garbini, allora giovane Professore di Epigrafia
Semitica dell'Università di Roma. Nel settembre di quell'anno furono
iniziati i lavori nelle aree del tofet e della necropoli e si intraprese una
prima esplorazione della zona antistante il centro abitato, attualmente
nota con il nome di Opera avanzata.
Ma, nel frattempo, la notizia della scoperta si era ampiamente diffusa
nel circondario e, prima dell'inizio dei lavori, alcuni scavatori clandestini,
individuate alcune tombe a camera sotterranea della necropoli
punica, per trafugarne più facilmente i reperti, ne scoperchiarono una
facendone saltare il tetto con la dinamite. Altre due furono violate e
depredate con sistemi meno drastici, ricorrendo cioè a strumenti tradizionali. Nell'occasione fu anche asportata la testa demoniaca che pendeva dal soffitto della tomba ipogea n. 1. Questa volta però il furto non ebbe gran fortuna poiché le indagini, subito avviate congiuntamente dal Personale della Soprintendenza e dall'Arma dei Carabinieri, portarono all'immediato arresto dei responsabili e al recupero di tutto il materiale trafugato, che era stato momentaneamente accantonato in una fattoria abbandonata ai piedi del versante occidentale del monte.
La prima fase degli scavi in collaborazione tra la Soprintendenza di
Cagliari e l'Università di Roma ebbe dunque inizio nel 1963 e
terminò nel 1966. Dopo le prime indagini effettuate nelle aree della
necropoli e del tofet, a partire dal 1964 fu intrapresa l'esplorazione del-
l'abitato. All'impresa effettuata in quegli anni, oltre a Sabatino
Moscati e a Gennaro Pesce, che coordinarono il comune lavoro, e a
Ferruccio Barreca e a Giovanni Garbini, che diressero le attività sul
terreno, parteciparono alcuni giovani studiosi e studenti dell'Università
di Roma. In particolare si ricordano, appunto Piero Bartoloni, e. inoltre, Maria Giulia Amadasi, Isabella Brancoli, Serena Maria Cecchini, Patrizia Moretti, Bice Pugliese, Maria Luisa Uberti. Dal 1965 si affiancarono all'equipe anche Mhamed e Dalila Fantar. Per quanto riguarda i lavori svolti, in particolare, dalla seconda campagna
di scavi è stato ampiamente indagato il cosiddetto Mastio, che
era un luogo di culto e come tale l'edificio principale dell'antico insediamento. Contemporaneamente fu iniziato e portato a compimento
il disboscamento dell'intera area abitata, che nel corso dei secoli
era stata completamente ricoperta dalla macchia mediterranea. Di
questi arbusti emergeva dalle macerie unicamente la chioma, mentre il
fusto era inserito tra il pietrame. Quindi, mentre la chioma cresceva
piegata dalla forza del Maestrale, il tronco invece, protetto dal crollo
dello spessore di oltre un metro, veniva su in verticale. Il disboscamento
e lo spietramento dell'area dunque hanno dato origine agli olivastri
che oggi crescono sul monte con l'ormai caratteristico aspetto, che però, per i motivi addotti più sopra, è da considerare completamente
artificiale.
Nel 1964 e nel 1965 furono scavate le tombe nn. 11 e 12, le due ultime
tombe ipogee della necropoli punica ancora intatte. Inoltre si proseguì
con l'indagine del settore meridionale del tofet, ponendo in luce
alcune deposizioni di età tarda e procedendo al recupero dei frammenti
di stele sparsi nell'area. Contemporaneamente fu indagato un
edificio di abitazione di tipo rurale posto al centro del pianoro, che si
rivelò essere stato in uso non prima della fine del III sec. a.C.
Nel 1966, a cura di Maria Giulia Amadasi e di Mhamed e Dalila
Fantar, furono messi in luce nell'abitato due edifici di abitazione privati
costruiti in età posteriore al 238 a.C. Sempre nell'abitato, ad opera
di Luisa Anna Marras e di Renato Monticolo, allora neo-laureati
dell'Università di Cagliari, nel 1979 furono esplorati due vani abitativi
nei settori A e B dell'Acropoli. Contemporaneamente veniva effettuata una accurata e capillare prospezione
archeologica del monte che portava al rinvenimento della rete
viaria interna e di approccio all'abitato, di alcuni piccoli nuraghi, collocati
in posizione periferica lungo i fianchi del rilievo, e della fattoria
tardo-punica citata più sopra, posta al centro del pianoro sommitale. I
risultati di tutti questi lavori furono pubblicati su quattro volumi intitolati
Monte Sirai I-IV, editi tra il 1964 e il 1967. Dopo una stasi nei lavori durante l'arco degli anni '70, nel 1980
sono state riprese le indagini nell'area sacra del tofet. Fin dall'inizio i
lavori sino stati condotti da Sandro Filippo Bondì, che negli anni precedenti aveva curato lo studio, il catalogo e, tra il 1972 e il 1980, la
pubblicazione delle stele rinvenute nel tofet di Monte Sirai durante i
lavori effettuati tra il 1963 e il 1966. Gli scavi, conclusi nel 1985 e pubblicati fino al 1987, hanno permesso di fare piena luce sulla reale sistemazione dell'area sacra, sull'effettiva struttura architettonica dei monumenti, mentre lo studio dei materiali, tra i quali le stele e le numerose urne cinerarie, ha consentito di dare al tofet una precisa collocazione cronologica nel quadro della storia di Monte Sirai.
Nel 1979, a cura di Piero Bartoloni, furono effettuati alcuni saggi stratigrafici nel settore dell'Opera avanzata, al fine di individuarne con precisione i limiti cronologici. Già da tempo alcuni ritrovamenti sporadici effettuati sul monte avevano permesso di intuire la presenza di una necropoli a incinerazione di età fenicia, ma solo nel 1980 durante l'esecuzione di alcuni lavori di restauro e di protezione effettuati al margine della necropoli punica ne era stata individuata l'esatta collocazione. I lavori, iniziati nel 1981, sono stati condotti da Piero Bartoloni e, temporaneamente interrotti nel 1987, hanno consentito di porre in luce 75 tombe a fossa di età fenicia, databili tra il 6 e il 525 a.C., nelle quali era praticato in prevalenza il rito dell'incinerazione, anche se, come si vedrà, non mancano testimonianze di individui inumati.
Attualmente le indagini a Monte Sirai hanno luogo nell'area dell'antico
abitato, nota anche con il nome di Acropoli, e nella necropoli
sempre a cura di Piero Bartoloni, con la collaborazione di Massimo Botto e
per conto dell'Università di Sassari e dell'Istituto per la Civiltà fenicia
e punica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che fin dal 1969 si è
sostituito nelle ricerche all'Istituto di Studi del Vicino Oriente dell'Università di Roma, e sempre in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Cagliari o Oristano.
Fin dall'origine gli scavi sono stati condotti con l'imprescindibile
supporto scientifico e tecnico della Soprintendenza Archeologica. Ai
lavori hanno contribuito con il loro sostegno le Amministrazioni della
Regione Autonoma della Sardegna, della Provincia di Cagliari e del
Comune di Carbonia. Come già accennato, anche il Rotary Club di
Carbonia e Sant'Antioco nonché privati cittadini hanno offerto la loro
preziosa collaborazione.
Il quadro storico ricavabile evidenzia una raggiunta maturità urbanistica nella prima metà del IV sec. a.C. in concomitanza con l'impianto del sistema fortificato. Raggiunto lo status urbano, a Monte Sirai poté dunque essere impiantato il tofet. Nel campo della produzione artigianale, il forte e duraturo legame con Sulky è testimoniato oltre che dalle terrecotte al tornio (per le quali si è pensato ad offerte di visitatori provenienti dal mag- giore centro), anche dalla produzione di stele che mostrano di derivare i propri modelli da specifiche iconografie elaborate nel capoluogo sulcitano. L'impiego di maestranze non puniche nelle esecuzioni delle stele sembra desumibile dalla spiccata tendenza alla schematizzazione di motivi già presenti a Sulky e qui reinterpretati autonomamente in chiave locale e per linee interne, attingendo stilemi e iconografie da tradizioni in parte diverse da quelle proprie delle più affermate scuole di rilievo lapideo punico della Sardegna. Tale processo di semplificazione narrativa è stato ravvisato già nelle prime fasi di utilizzo del santuario sul finire del IV sec. a.C.92 e non costituisce, pertanto, un fenomeno di allontanamento dai modelli caratte- ristici delle fasi più recenti, ma parrebbe confermare piuttosto la tesi secondo cui l'aspetto evocativo o simbolico è forse più rilevante dell'esigenza di fedeltà ai prototipi.
Il dato più significativo emerge senza dubbio dalla constatazione che il raggiunto status urbano coincide col periodo di maggior popolamento del sito, quando il centro, ormai demograficamente consistente, si doterà di un impianto cultuale di tipo comunitario. Infatti negli anni immediatamente successivi alla conquista cartaginese di Monte Sirai le sepolture degli individui deceduti in età prepuberale afferivano principalmente al rito dell'"enkytrismòs" (cioè concernente la sepoltura di un feto o di un nato prematuro all'interno di un contenitore fittile. Questa sorta di tomba era molto diffusa tra i popoli del Mediterraneo e nel VI e VII secolo era in uso anche presso l'area di dominazione bizantina). Le deposizioni comprese tra i primi anni del V e l'inizio del IV sec. a.C., secondo quanto riscontrato dall'indagine stratigrafica, interessarono un'area ben distinta da quella destinata al seppellimento degli adulti e in buona parte sovrapposta al precedente settore utilizzato per l'escavazione delle tombe di età fenicia. Il numero degli "enkytrismòi" rinvenuti, incrementato specialmente negli
ultimi anni, sembrerebbe apparentemente in contrasto con quanto emerso dalle indagini nell'acropoli dove è stata registrata una netta contrazione del tessuto abitativo a causa della distruzione particolarmente violenta av- venuta attorno all'ultimo quarto del VI sec. a.C.
La soluzione potrà essere ricercata ipotizzando che al seguito del ristretto nucleo di militari di stanza sul monte coabitassero anche le rispettive famiglie, seppure in numero esiguo, come è palesemente dimostrato dalla ridotta estensione dell'area della necropoli punica. Il fatto che le sepolture infantili del periodo fenicio non abbiano trovato sistemazione in un tofet, bensì nell'area della necropoli degli adulti seppure con delle discri- minanti ben precise, potrebbe essere indicativo del ruolo svolto da Monte Sirai nel quadro degli insediamenti sub-costieri.Ruolo di avamposto se non propriamente militare, certamente fondamentale dal punto di vista strategico e di controllo dei circuiti commerciali che legavano il Sulcis con le fertili pianure del basso campidano. Future indagini in un sito per certi versi accomunabile a Monte Sirai, come quello di Pani Loriga, potranno
verificare l'esistenza o meno di un ulteriore tofet e contribuire a chiarire, ancorché indirettamente, con quali intenti e finalità l'insediamento sia stato fondato dai fenici di Sulky o - come recentemente proposto - dagli abi- tanti dell'anonimo centro di Portoscuso.
Sarà compito delle future ricerche preoccuparsi di comprendere per quale motivo tale fondazione non sia stata suggellata dall'impianto del santuario tofet considerando, in aggiunta, che da quanto emerso dagli scavi nell'acropoli e nella necropoli, l'impianto urbano di età fenicia era certamente considerevole e le stesse sepolture denotano, in certi casi, un elevato rango sociale e una discreta ricchezza testimoniata dalla presenza di gioielli, scarabei, importazioni ceramiche.
Un altro tassello importante per la ricostruzione delle vicende storiche del popolamento sul sito, riguarda l'ampia ristrutturazione del santuario tofet avvenuta attorno alla metà del III sec. a.C., concordemente all'intensa attività edilizia riscontrata nell'abitato, nel luogo di culto del mastio e nella cosiddetta "Opera Avanzata". Questa situazione potrebbe essere stata favorita dalla perdita della funzione di avamposto di Sulky e dai con- seguenti benefici derivanti da una più autonoma gestione delle risorse economiche del territorio. Recenti studi sulla documentazione ceramica relativa a questo orizzonte cronologico, hanno tuttavia permesso di precisare come la radicale ristrutturazione dell'abitato sia iniziata non più tardi del secondo quarto del III sec. a.C. e pertanto in un arco di tempo se non immediatamente anteriore almeno coincidente col periodo iniziale della prima guerra punica. In ragione di ciò è plausibile pensare ad un'opera di potenziamento del centro fortificato intrapresa da Cartagine con l'immissione di contingenti militari a protezione dei possedimenti metropolitani di Sardegna.
Dal centro abitato provengono le maggiori informazioni che hanno permesso di fissare con certezza i limiti cronologici dell'intero periodo di frequentazione del sito in età storica, dalla fondazione, avvenuta attorno alla metà dell'VIII sec. a.C., al definitivo abbandono del pianoro negli ultimi anni del II sec. a.C. Sebbene le possibili cause che portarono allo spopolamento non sono agevolmente verificabili con sicurezza, l'in- dagine stratigrafica ha evidenziato in modo inequivocabile un abbandono repentino delle abitazioni, nei cui ultimi strati di vita rimangono unicamente i manufatti di grandi dimensioni. L'assenza di piccoli oggetti, come le lucerne, ha indotto ad escludere una eventuale azione distruttrice. L'unico motivo attualmente ipotizzabile con ragionevolezza presume una deportazione o comunque un intervento con intenti di deterrenza svolto dagli eserciti romani per scoraggiare attività di brigantaggio o focolai di revanscismo, in una regione certamente tenace nella conservazione delle tradizioni consolidate e pertanto ostile al processo di romanizzazione ormai inesorabilmente avviato.
Voglio ancora ricordare che l'area della necropoli di Monte Sirai e precisamente il settore occupato dalle tombe ipogee di età punica, è stata esplorata fin dalla prima campagna di scavi del 1963 e negli anni immediatamente successivi, mentre le prime testimonianze della necropoli fenicia arcaica vennero in luce nel 1980 in occasione della costruzione di una canaletta di scolo a protezione di una tomba a camera.
Nel primo ciclo di indagini, svolte tra il 1981 e il 1987, sono state scavate 72 sepolture pubblicate, dopo i primi studi in sede di rapporto preliminare, nell'opera monografica di Piero Bartoloni sulla necropoli di Monte Sirai. Lo scavo, temporaneamente interrotto nel 1987, è stato ripreso nel 1996 a cura di L. Impagliazzo e E. Solinas. Dal 1997 al 1999 i lavori sono stati seguiti da L. Campanella e D. Martini, nel 2000 da G. Balzano. I recenti scavi sono condotti dal 2001 da M. Botto che ha portato a 230 il numero delle tombe esplorate.
I risultati raggiunti, certamente di assoluto rilievo, hanno notevolmente ampliato il quadro delle conoscenze sugli antichi abitanti del pianoro tra il VII e il VI sec. a.C. L'area atualmente scavata non ha restituito, infatti, sepolture anteriori alla seconda metà del VII sec. a.C., ma il fatto che le tombe più recenti siano state realizzate nel settore più distante dall'abitato e ai limiti della successiva necropoli punica, potrebbe far pensare che il nucleo principale delle sepolture più arcaiche non debba trovarsi molto distante dal centro abitato, delineando in tal modo uno sviluppo radiale di indubbio interesse.
Riguardo alla distribuzione spaziale degli interramenti, da intendersi probabilmente come una pianificazione nell'utilizzo dell'area destinata al seppellimento, è stata acclarata, in certi casi, una concentrazione di deposizioni ubicate in settori distinti da spazi privi di interramenti. Una tale evidenza potrebbe alludere all'esistenza di nuclei di consanguinei deposti secondo un raggruppamento di tipo familiare, come indurrebbe a pensare una serie di fattori tra i quali proprio la soluzione di continuità ravvisabile tra alcuni gruppi di sepolture di cui sopra, nonché la presenza di diverse tombe contigue i cui corredi sono visibilmente rapportabili ad una stessa matrice ideologica e che hanno persuaso, a ragion veduta, a considerare stretti rapporti di parentela. Non mancano, d'altronde, esempi di deposizioni "bisome" come la ricca tomba che accoglieva i resti incinerati di una donna adulta col suo bambino. Accertare la presenza di differenziazioni tali da implicare una netta stratificazione sociale all'interno della comunità cittadina di Monte Sirai, risulterebbe senz'altro illuminante per chiarire le dinamiche insediative e l'articolazione del tessuto sociale degli antichi abitanti del pianoro, sebbene una tale analisi possa essere correttamente effettuata soltanto qualora si disponga di un ampio numero di contesti che costituiscano un'affidabile sequenza rappresentativa e una solida base statistica. Il divenire degli studi e le notevoli acquisizioni dovute alle più recenti indagini, risultano particolarmente promettenti su questo specifico aspetto dell'archeologia della morte, benché allo stato attuale delle conoscenze non manchino utili indizi in tal senso. Considerazioni, queste ultime, riportate, nella loro interezza, dalla Rivista di Studi Fenici (XXXIII - 1,2 20005) a firma di Michele Guirguis.
Inviato da: Manuela
il 10/02/2015 alle 23:06
Inviato da: giramondo595
il 30/11/2013 alle 10:19
Inviato da: giramondo595
il 18/05/2013 alle 23:30
Inviato da: giramondo595
il 14/04/2013 alle 19:55
Inviato da: giramondo595
il 01/04/2013 alle 23:46