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CONFERENZA DEL DOTTOR NICOLA CONTINI

Post n°116 pubblicato il 16 Novembre 2011 da ninolutec
 

 

 LE TANTE ANIME  DI
 NICOLA CONTINI

 

 

  PREMIATA        SARTORIA   ZINGARÒ
Un laboratorio artigiano di cinque ragazze rom al centro di un documentario di tre giovani autori.

 

 

 

 

In una strada di Carbonia campeggia la curiosa insegna di un "atelier" di moda e confezioni per uomo, donna e bambini. Dovrà ospitare una piccola impresa creata da cinque ragazze rom, serbe, bosniache e macedoni, che vivono da tempo in due distinti campi alla periferia della città.  Da questo spunto di cronaca è nato un progetto di documentario, scritto da Marilisa Piga, Nicoletta Nesler (autrici di alcuni lavori notevoli come "Santa Greca", "Li Casi", "Inventata da un dio distratto") e Nicola Contini, un giovane autore che con il corto "Maria/Marie", ha vinto il secondo premio del concorso "Cinema e immigrazione". Il titolo del film in lavorazione è appunto "Zingarò": la giuria di un altro concorso, "Il cinema racconta il lavoro", che ha chiuso i suoi lavori preliminari a gennaio, ha assegnato a questo progetto il primo premio. Ieri, nella sede della Cineteca sarda - organizzatrice del concorso assieme all'Assessorato al lavoro della Regione - gli autori hanno organizzato una sorta di "preview" del lavoro già fatto. Sono state presentate alcune sequenze per circa sette minuti che spaziano dal lavoro di apprendistato sotto la guida di una sarta, anche severa ma saggia, ad una festa al campo nomadi; da una gita di istruzione presso una stilista di Ittiri alle dichiarazioni delle protagoniste.  Le ragazze erano presenti all'anteprima e il racconto della loro esperienza, non filtrata dall'entusiasmo iniziale e dagli schemi filmici, ha cambiato le carte in tavola. L'argomento centrale della discussione è stato infatti il cattivo funzionamento delle procedure - gestite dall'Enaip - che dovrebbero consentire di raggiungere il doppio obbiettivo di una maggiore integrazione dei Rom e di una crescita della piccola imprenditoria, soprattutto femminile. Senza inoltrarsi nei meccanismi kafkiani dei permessi mancanti, dei passaporti validi o meno, dei contratti che saltano, il commento di alcuni dei presenti si è naturalmente indirizzato verso la discrepanza tra l'apparente rigida progettualità del cinema documentario, e la realtà che sfugge, si evolve e cambia, appunto, le carte in tavola. Ne è cosciente la stessa Marilisa Piga, pronta a dichiarare l'ovvia sterzata del film in lavorazione verso tutto ciò che non era previsto nel copione. E naturalmente, non è detto che le modifiche e le sequenze non previste non sia comunque utili non solo a migliorare l'opera ma anche a testimoniare la soluzione dei problemi e l'apertura dell'impresa Zingarò. (g.o.)

 

L’accento sulla O e si sente. E’ la parola chiave di una storia vera che sta per diventare film/documentario. Trama: un manipolo di intraprendenti ragazze rom di diverse etnie e fedi religiose, studia per imparare il mestiere della sarta per poi, a fine corso, aprire una modisteria che si chiamerà Zingarò. Sono in nove, disinvolte e belle. Luogo dell’azione: Carbonia, dove vivono in due diversi campi – Iglesias, dove frequentano i corsi di formazione ENAIP – Ittiri, dove lo stilista Gian Giuseppe Pisuttu di De Modé le aggiorna sulla pratica sartoriale. I

l progetto di inclusione sociale attraverso il lavoro e l’imprenditoria femminile, è della Cooperativa San Lorenzo. Tempo dell’azione sul set: dalla primavera all’autunno del 2011, per mano di Pao Film. Ideato e scritto da Marilisa Piga, Zingarò è in fase di realizzazione tra le mani di tre autori: la stessa Marilisa Piga con Nicoletta Nesler, sua abituale partner artistica e Nicola Contini, giovane filmaker. In sintesi Zingarò è l’opera di una triade di autori, riuniti sotto le insegne audiovisive di Pao Film.

Gli autori si muovono in punta di piedi come se si trovassero in un giardino fiorito e imbastito da mani di fata e di zingara. Sembrerebbe una fiaba moderna ma poi la realtà faticosa della vita quotidiana entra nella trama. Le ore di studio in classe, la pratica di taglia e cuci con aghi, ditali, fili, macchine per cucire, pezze di stoffa. La vita nei campi. Le famiglie di provenienza. I soldi da portare a casa. La casa da riparare e ricostruire. Gli alberelli che danno frutti di pesche e prugne. Le aiuole di fiori. Gli spostamenti a piedi o in treno.

I figli. I sentimenti. I rapporti con i nativi. Delle nove ragazze in ballo con la formazione professionale, cinque hanno ruoli stabili nel film: la Maria, una Silvana, una seconda Silvana, la Violeta e la Mariana. Delle altre quattro, due stanno dietro le quinte per contrasti con i formatori e due, essendo mussulmane, non hanno avuto il permesso di comparire da parte dei loro genitori. Quello della sarta è uno dei mestieri più antichi del mondo. Ormai è entrato nel grande elenco dei mestieri manuali in via di estinzione. Riparare, modificare, rivoltare, creare di bel nuovo una forma, questa è l’arte della sarta.

La sarta Pia offre le sue conoscenze tecniche alle ragazze riunite in classe. Lei è la dea madre sarda e sarta. Ora il film è a metà dell’opera e, come tale, è stato presentato in conferenza stampa, alla Cineteca Sarda, giovedì 21. Le idee non mancano. Mancano sostegni alla produzione che finora ha potuto contare solo sull’incentivo derivante dalla vittoria conseguita al Concorso Il Cinema Racconta il Lavoro. Ancora una volta andrà in porto come produzione indipendente e auto finanziata.

Pao Film prova a contare sul sistema delle Produzioni dal Basso. In teoria, punta sul preacquisto di copie, in prenotazione. Funzionerà solo se si raggiungerà il numero minimo di 1.000 prenotazioni. Per fare questo, chi vuole, può iscriversi al sito www.produzionidalbasso.com e sottoscrivere il preacquisto della sua copia. Un certo numero di copie in dvd saranno vestite da una sovracoperta cucita dalle stesse mani di fata e di zingara protagoniste del film.

Storie di lavoro, quelle delle sartine in fieri e quelle dei documentaristi in film, e con il lavoro che non c’è, che non si trova, che si perde... non si scherza. ( Carlo A. Borghi  )
 

 

Intervista
a Nicola Contini

di Salvatore Pinna

 

Come cineasta si paragona al “lupo mannaro che deve andare in cerca delle prede”. Le prede sono le immagini che cerca dove le trova già fatte. Conclude il proprio profilo affermando di essere “un entusiasta che non ama girare”. C’è in queste espressioni il gusto del paradosso ma anche una chiave di lettura interpretativa delle sue opere. Il personaggio in questione è Nicola Contini, un trentenne di Cortoghiana che, attualmente, lavora a Siena dove svolge svariate attività nel settore audiovisivo. Gli spettatori cagliaritani hanno avuto modo di conoscerlo di recente come secondo classificato nel concorso per progetti “Storie di emigrati sardi”, organizzato dalla Società Umanitaria e  dall’Assessorato al lavoro, da cui è nato il film “Marie, Maria” che è stato proiettato a Cineworld il 27 aprile 2010.

Dalle tue produzioni, visibili sul sito www.loadinglab.net, si evince un interesse alle tematiche sociali. Dipende da una precisa scelta artistica o dal tipo di committenza quasi sempre pubblica? O da entrambe le cose?
Alla fine della mia carriera universitaria, decisi di fare la tesi sul cinema multisensoriale (tattile olfattivo ecc.); per questa ragione iniziai a lavorare presso l’ufficio accoglienza disabili dell’Università degli studi di Siena. Cambiai tesi e studiai la percezione dell’arte nelle persone non vedenti e contribuii a creare dal nulla “Vietato non toccare”, la mostra che è stata recentemente anche a Cagliari. Entrando in contatto con la realtà della disabilità ti senti parte di una comunità più vasta che hai voglia di scoprire, di ascoltare… essere tutto occhi. E qui il documentarista deve saper fare il proprio lavoro:  mettersi in gioco e diventare strumento di una narrazione più ampia di quella che saprebbe costruire da solo, con le sue convinzioni, i suoi pregiudizi.

 Ha fatto il  “Master en Teoria y Pratica del Documental Creativo”. Il documentario creativo mi pare si leghi ad una propensione che non è evidente soltanto nei tuoi corti e documentari che ho potuto vedere, ma anche in quella che è senza dubbio la tua opera più complessa, cioè “Marie, Maria”.  
Studiare cinema a Barcellona mi ha dato la possibilità di vivere in un ambiente stimolante da un punto di vista intellettuale, crescere come documentarista, sorprendermi a riflettere sul mio ruolo nella società, sentire l’esigenza di affinare i miei strumenti di narratore, lì inoltre ho potuto conoscere registi come Isaki Lacuesta e Andres Duque, e critici come Josetxo Cerdan.

Cosa si intende per documentario di creazione?
Il documentario non è  solo quello imposto sempre più raramente dalla televisione, con una voce off ad appiattire, normalizzare, informare, se ci riesce; ricordiamoci che il cinema d’avanguardia è fondamentalmente documentaristico. Gioca con la realtà e con i comportamenti umani, relazionali, sociali. Il documentario di creazione riconosce la natura ambigua della realtà, l’impossibilità della ricostruzione univoca; la natura frammentata della memoria, controversa. Il documentario di creazione non si pone il solo obiettivo di raccontare l’accaduto, ma reinterpreta la realtà attraverso un processo di soggettivazione, attraverso lo sguardo obliquo dell’autore e qui si lascia trasportare dalle immagini, ascolta le suggestioni dei suoni come in un gioco un po’ anarchico, dallo sguardo attento, senza pregiudizi.

La nipote di Maria, che ha filmato non solo le sue vacanze in Sardegna ma anche la vita in Germania ha realizzato senza saperlo del materiale che sarà preziosissimo in futuro per la costruzione di una narrazione dell’emigrazione sarda.
Scegliendo di utilizzare questo materiale, volevo in qualche modo trovare un terreno condiviso dagli emigrati stessi; raccontare le loro storie con il loro stesso sistema di autorappresentazione: i filmini familiari, i momenti di festa, di vacanza, di svago.
Volevo in qualche modo rintracciare un punto di vista interno alla comunità più vasta degli emigrati e dire: da qui parte la mia storia, vedete, la stoffa è la stessa, guardata come l’ho cucita io; perché si parla con la loro stessa maniera di raccontarsi… è un incontro tra pari, magari che riesce a dar vita ad un sentimento condiviso, un ritrovarsi attraverso le immagini (“anch’io ho fatto quella strada per tornare in Sardegna, quel patrimonio visivo mi appartiene…”)

Sino a che punto le voci autentiche o autenticate aiutano nella comprensione della storia? Dico un’eresia: delle voci attoriali non avrebbero aiutato meglio il seguire i molteplici fili del racconto delle due Marie? C’è già tanta autenticità nei contenuti!  
Su questo ho riflettuto moltissimo… ma è stata più forte di me la “necessità” di coinvolgere le donne emigrate veramente, il voler fare un documentario non solo su di loro ma anche con loro, inserendole nel processo di creazione, chiamandole in causa in prima persona.
So bene da un punto di vista della fruizione “spettatoriale”, l’effetto non è perfettamente riuscito ma mi è sembrato un omaggio a tutte le donne mettere come voce Carole-Marie, figlia di sardi emigrati in Francia ma poi tornata in Sardegna come ricercatrice; oppure Giovanna, emigrata nelle terre senesi, fortemente legata alla Sardegna, a fare da contraltare con la sua voce carica di nostalgia a quella fiera, indignata di Maria.
E con loro, credimi, è  stato un processo di crescita; non un esercizio stilistico: ho conosciuto le loro difficoltà, loro che hanno accettato di  condividere le storie di altre donne, simili a loro; hanno capito l’importanza del loro ruolo all’interno del documentario; era come un gioco di specchi, potevano rifiutare di specchiarsi per paura, timore di vedere quello che non sarebbe piaciuto o invece guardare allo specchio altre storie per capire la propria nel continuo processo di autonarrazione a cui si sottopongono gli emigrati….  

Vorrei capire meglio le riprese subacquee iniziali che, occorre sottolinearlo, non sono dei riutilizzi ma sono girate per questo film: servono a dire che siamo in Sardegna? E perché il respiro subacqueo accompagna l’inizio del film sino alla prima lettera di Marie?
Isabelle, la protagonista del documentario, ama fare immersioni, da questo punto di vista è  una perfetta turista che sceglie la Sardegna come luogo per le sue esplorazioni subacquee  (la vediamo anche nei filmati in super8 mentre si prepara)…
Ma da un punto di vista narrativo per me, queste esplorazioni subacquee, che poi si collegano con il mare sgranato alla fine, danno il via al racconto; è come un immergersi non solo fisicamente nella storia con tutto sé stessi lasciando che il respiro, sempre più profondo e rarefatto, detti il suo ritmo ipnotico nel tentativo di andare oltre la superficie delle cose.

I concorsi “Storie di emigrati sardi” come “Il cinema racconta il lavoro” si stanno rivelando opportunità importanti per i giovani cineasti sardi. 
Qui mi preme sottolineare come siano importanti le iniziative dirette ad investire nelle piccole produzioni, nei ragazzi che hanno voglia di raccontare la Sardegna, perché le capacità e le professionalità in questo settore non mi pare manchino; manca forse un po’ di coraggio  e lungimiranza da parte delle politiche di governo.
Non resta che affidarsi all’Europa: il programma media contribuisce a dare ossigeno al cinema d’essai europeo e punta a sviluppare delle sinergie positive tra produzioni di vari paesi europei e registi promettenti. Fatih Akin, autore della “Sposa Turca” e di “Ai confini del Paradiso”, è proprio uno dei registi che ha trovato spazio grazie anche ai progetti Media .

 
 
 
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