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CONFERENZA DEL PROFESSOR NINO DEJOSSO

Post n°130 pubblicato il 29 Novembre 2011 da ninolutec
 

 

 

 PARTE SECONDA

 

Pratobello è un territorio alla periferia di Orgosolo, una zona fuori dal paese che si estende per circa tredicimila ettari, dove i pastori di ritorno dai pascoli invernali portano le loro greggi durante l’estate. Zona dove si paga poco l’affitto dei terreni, da sempre tutelata dai pastori stessi, per via della concezione della proprietà comune indivisa della terra, risalente a secoli prima dell’Editto delle Chiudende. La notte del 27 Maggio 1969 i muri di Orgosolo vengono tappezzati da manifesti fatti affiggere dal comando militare: i territori di Pratobello devono essere sgombrati. Il Ministero della Difesa ha deciso che i terreni verranno trasformati in un poligono militare. Temporaneo, si dice, ma quel temporaneo lascia intravvedere un futuro di esercitazioni perenni, di aerei ed elicotteri che bombardano i terreni gelosamente custoditi e difesi dai pastori. A Orgosolo c’è un circolo giovanile del Pci, un circolo di ragazzi che una volta finita l’università sono tornati per dare nuova linfa alla vita del paese. Non si cada nel cliché di immaginare Nuoro e la sua zona come terra esclusivamente di pastori e contadini. Da inizio Novecento infatti, Nuoro viene soprannominata l’Atene sarda. La città e la sua provincia hanno prodotto la più significativa intellettualità sarda del Novecento: Grazia Deledda, Francesco Ciusa, Sebastiano Satta. E poi Antonio Pigliaru, di Orune, Mialinu Pira, di Bitti. Insomma, in quel periodo Nuoro è un importante centro di fermento intellettuale, per nulla tagliata fuori dai dibattiti contemporanei. Giovanni Moro, futuro sindaco di Orgosolo, è uno dei leader del circolo giovanile. Insieme ai suoi compagni comincia una campagna informativa nei confronti della popolazione e dei pastori, forse troppo disorganizzati per potersi opporre alle decisioni calate dall’alto, e armati di volantini ciclostilati indicono una serie di riunioni pubbliche nella piazza del paese.I quattro gatti maoisti” vennero soprannominati dalla stampa, in virtù di presunte simpatie, sempre rinnegate, nei confronti della rivoluzione cinese. Va detto che in quegli anni la stampa isolana era completamente controllata dal gruppo di Angelo Rovelli, patron della SIR, industriale petrolifero molto vicino alla DC e proprietario del petrolchimico di Porto Torres. E a dir la verità, il circolo giovanile non era ben visto nemmeno all’interno del PCI. Le riunioni pubbliche richiamano quasi tutta la popolazione nella piazza del paese. Dopo diversi giorni di discussione la decisione viene presa: occupazione ad oltranza. Il 19 giugno all’incirca 3500 persone si recano nella zona di Pratobello. Tutta la popolazione: pastori, studenti, donne, anziani e bambini. Si trovano di fronte ai militari e avviene qualcosa di molto strano. La popolazione si dispone sul terreno e le donne si mettono in prima fila. Vanno a parlare con i militari, in numero decisamente inferiore, e raccontano loro il perché della protesta. È qualcosa di mai visto prima. Un intero paese, un’intera popolazione che si batte per l’obiettivo di tutelare il proprio territorio. Alla faccia dei luoghi comuni sui sardi. L’occupazione vera e propria dura quattro giorni, la vicenda ha risalto nei giornali locali ma è quasi invisibile nei quotidiani italiani. Non si può raccontare che un paese intero può opporsi alla volontà dello stato. Lo stato che paradossalmente era rappresentato proprio da un sardo. Sottosegretario alla difesa era, nel governo Rumor di allora, un giovane Francesco Cossiga. La popolazione rimane nel territorio di Pratobello fino a che lo stato non accetta le sue condizioni: due mesi di esercitazioni e poi via. Nessun poligono a Pratobello. “Concimi, non proiettili” c’era scritto sui cartelli della popolazione, cartelli che ancora oggi sono ricordati nelle decine di Murales che tappezzano Orgosolo. C’è un dialogo, non si sa se veritiero o meno, raccontato in un libro di Gianfranco Pintore “Sardegna, Regione o colonia?” (Mazzotta editore, Milano, 1974),  che spiega, meglio di qualsiasi altra immagine o racconto, verbale, lo stato d’animo e il comune sentire degli abitanti di Orgosolo in quei giorni. Un dialogo tra un ufficiale dell’esercito e un pastore.

«E quanti siete, voi, a Orgosolo?»
«Cinquemila siamo»
«Non ce la fate con lo Stato», disse l’ufficiale.
L’ex pastore, sorridendo, lo rassicurò: «Oh, non si preoccupi, ce la facciamo, ce la facciamo!»

 Orgosolo e il muralismo

 Il primo murale fu realizzato nel 1969 da un gruppo anarchico milanese che si firmò “Dioniso”, durante  gli anni della contestazione giovanile. Comunque il fenomeno muralistico a Orgosolo è nato nel 1975, quando il professor Francesco Del Casino, senese di nascita, ma sposato e residente ad Orgosolo,  iniziò la sua opera di abbellimento di alcune pareti spoglie. In questo venne aiutato dagli alunni della scuola media, ed in seguito altri artisti si cimentarono nell’opera, tra i quali un grande contributo è stato apportato dall’orgolese Pasquale Buesca. Francesco del Casino con questa sua iniziativa volle commemorare il trentesimo anniversario della Liberazione d’Italia. Il suo singolare stile pittorico caratterizza i murales sulla denuncia delle ingiuste reclusioni, le condizioni delle carceri, la sofferenza di detenuti e familiari, la vita del latitante, ma anche  una serie di dipinti a sfondo politico come  il volto di Gramsci e il cosiddetto “Indiano”, immagine simbolo di Orgosolo che accoglie chiunque arrivi in paese. Negli anni 80, con l’attenuarsi della tensione politica, Del Casino dipinse scene di vita quotidiana: uomini a cavallo, donne con in grembo i propri figli, pastori che tagliano la lana alle pecore e contadini con in mano la falce. Inizialmente , quind,i i murales, oggi circa 150, rappresentarono fatti legati alla resistenza contro i nazisti ed i fascisti, per poi rivolgersi a problematiche di politica locale e internazionale, o fatti molto più attuali come l’istituzione del parco del Gennargentu. La tecnica di pittura più utilizzata è quella del “vero fresco”, in cui i vari pigmenti vengono applicati direttamente sulla superficie del muro appena intonacato, permettendo così il completo assorbimento dei colori. Gli alunni invece sono soliti utilizzare un episcopio, strumento che può proiettare una qualsiasi immagine sul muro: dell’immagine proiettata vengono poi tracciati i contorni ed infine si procede a colorare le varie parti. Chiunque può lasciare il suo contributo all’abbellimento delle vie del paese, molto gradito è stato il murales di alcuni turisti tedeschi che ringraziavano Orgosolo per l’ospitalità, raffigurando un gruppo di persone che siedono ad una tavola conversando e bevendo allegramente. Il murale riporta la  scritta  “Grazie della vostra grande ospitalità ad Orgosolo”.

I murales non sono altro che frammenti di memoria e vita sociale. Narrano le fatiche, le denunce e le grandi conquiste della piccola comunità orgolese, passando con estrema disinvoltura dai colorati racconti di storia quotidiana alla raffigurazione di eventi e di lotte politiche di respiro mondiale: i fatti di Pratobello, vissuti in prima persona dalla popolazione, la voce dei disoccupati, la lotta in favore dell’emancipazione femminile, la guerra di Spagna, la siccità, la pastorizia, la politica, sono solo alcune delle tematiche affrontate. Purtroppo nessuna tutela è garantita ai murales, perciò molti di questi sono andati perduti in seguito ad opere di ristrutturazione degli edifici che li ospitavano, altri stanno scomparendo a causa dell’opera del tempo, ma fortunatamente si è, tuttavia,  provveduto alla restaurazione di alcuni di questi, oltre ovviamente alla creazione di nuovi dipinti, in maniera da salvaguardare un bene che, pur nella sua semplicità, non appartiene più solamente alla comunità orgolese, ma è patrimonio di chiunque riesca ad apprezzarne il valore artistico e culturale. nativo o straniero non ha importanza.

Caratteristica comune di un importante numero di murales è la ripresa dello stile cubista, a volte con vere e proprie citazioni (come nel caso di Guernica di Picasso, raffigurato nella via principale del paese). A volte si ritrovano i codici espressivi dei muralisti messicani degli anni ’20. I colori sono brillanti, le figure solide e squadrate. L’’influenza cubista è evidente: figure femminili dai fianchi larghi e uomini dalle mani e volti asimmetrici, nodosi e ipertrofici. Recentemente i murales si sono arricchiti di altri stili artistici come  il trompe-l’oeil e il surrealismo, con un’intera piazza dedicata a Joan Miro. In linea generale i murales esprimono un linguaggio semplice, per agevolare la comunicazione e,comunque, l’artista si avvale spesso di una didascalia, non di rado  anche in dialetto orgolese.

Breve storia del muralismo

 

Il "muralismo", vale a dire quella forma d'arte figurativa realizzata principalmente sulle superfici murarie esposte al pubblico, nasce in Messico nei primi anni del '900. I tre maggiori esponenti sono David Alvaro Siqueiros, Diego Rivera e José Clemente Orozco che intendevano il muralismo come un'arte pubblica utilizzabile dalla collettività e legata ai problemi reali della gente. I temi dominanti nei loro murales sono, infatti, la libertà, la rivoluzione, la giustizia sociale sociale e tematiche più strettamente legate alla realtà messicana e all'America Latina, come le rivoluzioni e il golpe.  Ad un certo punto si trovarono in disaccordo col regime ed emigrarono negli USA. Era il 1930 e si ha la prima esportazione del Muralismo oltre i confini del Messico. Intanto il Muralismo arriva anche in Uruguay, Argentina e soprattutto in Cile ai tempi di Salvador Allende. Il murale si diffonde perché forma di manifestazione immediata, chiara ed elementare. Il tema è svolto da sinistra verso destra su di una fascia lunga e stretta, i segni sono semplici e i simboli di facile interpretazione. Il colpo di stato del '73, in Cile,  provoca la fuga degli intellettuali e degli attivisti culturali che emigrano prevalentemente verso Francia e Italia, dove viene importato l'uso del murale. Un gruppo di artisti arriva in Sardegna e fa riferimento a Villamar dove lavora Antioco Cotza.

La pittura murale in Sardegna.

Nel 1968 a San Sperate (CA) è eseguito, ad opera di Giuseppe Sciola, il primo murale in Sardegna. Primo di una lunga serie che fanno diventare San Sperate il Paese Museo con il maggior numero di murali in Sardegna. Nel 1975 ha inizio l'attività muralistica a Orgosolo con tematiche di protesta. L'anno successivo, nel 1976 il muralismo arriva a Villamar grazie all'opera dei due esuli cileni Alan Jofrè e Uriel Parvex . Ma è il '77 l'anno a partire dal quale il muralismo assume una più grande dimensione, soprattutto grazie alle iniziative del Gruppo Arte e Ambiente guidato dal Villamarese Antioco Cotza e degli artisti di Serramanna. Con la collaborazione di alcuni esponenti della “Brigata Muralista Salvador Allende” essi danno il via all'attività della Marmilla dove il diffondersi delle pitture si associa ad un momento di forti tensioni.

La conclusine è stata dedicata alla rubrica "Idee di Viaggio" con la proposta di una gita di due giorni a Gadoni, per la visita del sito minerario "Funtana Raminosa" e a Orgosolo per i murales e una escursione in fuoristrata a "Foresta Montes".  Come alternativa e costi molto più ridotti una gita nei paesi dei "tacchi", in Ogliastra. Jerzu, Ulàssai, Osini, Arzana.

 

 
 
 
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