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CONFERENZA DEL PROFESSOR FRANCO FERRO

Post n°132 pubblicato il 03 Dicembre 2011 da ninolutec
 

 

Da una settimana mi sto occupando di "immagine e comunicazione" in favore della nostra Associazione. Tutti i comunicati stampa relativi alle conferenze programmate vengono regolarmente pubblicati su "L'Unione Sarda", "La Nuova Sardegna" e il portale del Comune di Carbonia, nella sezione "IN PRIMO PIANO". A partire da questo mese, e con cadenza quindicinale, verrà inoltre pubblicata, su "La Provincia" di Giampaolo Cirronis, la sintesi dell'attività  della LUTEC nel periodo immediatamente precedente l'uscita del giornale. 

 

 

 

 

« Eduardo è un puro napoletano; ma non c’è attore più avaro di lui nei movimenti. Non si accontenta di dominare la scena; concentra su di sé la sala intera… E questo, con un’economia fisica quasi irreale. Non c’è un suo equivalente fra gli attori di cinema, che si pensa siano costretti a trattenersi dalla vicinanza della macchina da presa. Ma, anche quando recita nella sala più grande, Eduardo riesce a proiettarsi in «primo piano» fino in fondo al loggione. È il più grande attore del mondo. » (Orson Welles)

MIA FAMIGLIA 
Di Eduardo De Filippo
 

Giovedì 1 e venerdì 2 dicembre 2011, si è svolta la conferenza del professor Franco Ferro, che, dopo una chiara ed esauriente introduzione, ci ha proposto i tre atti dell'intensa commedia di Eduardo de Filippo, "Mia  famiglia", una commedia in tre atti, scritta e interpretata da Eduardo De Filippo nel 1955, inserita dallo stesso autore nel gruppo di opere che ha chiamato “Cantata dei giorni dispari.”  Alberto Stigliano ha una famiglia che ha attraversato apparentemente indenne il dopoguerra. Siamo ormai nel 1955 e in Italia sta per arrivare il benessere economico accompagnato dal consumismo. La famiglia del protagonista è dunque una famiglia "moderna", al passo con i tempi. La moglie Elena è come se non ci fosse, vive fuori casa, presa dagli incontri con le amiche. I figli ormai grandi, sono abbandonati a se stessi: Beppe che pure potrebbe lavorare alla radio con il padre, noto lettore radiofonico, preferisce frequentare strambe amicizie che lo persuadono delle sue grandi possibilità di lavorare come attore nel cinema. La figlia Rosaria si atteggia a donna spregiudicata e straparla di liberazione della donna e di sesso libero. Anche Stigliano però ha qualcosa da farsi perdonare: ha con un'altra donna una relazione che divide con la famiglia regolare. Gli avvenimenti precipitano quando il figlio Beppe se ne va con l'amico Guidone, giovane dalle tendenze particolari, a Parigi dov'è in lavorazione un importante film in cui ha ottenuto una parte. La crisi della quasi famiglia di Alberto diviene evidente quando la moglie, costretta dalle "amiche", che sono andate a reclamare in casa, deve a confessare al marito di aver perso una grossa somma di denaro al gioco contraendo un debito che ora non può pagare. Alberto forse colpito da quanto sta accadendo smette improvvisamente di parlare. Ma i guai non sono finiti: Elena ha capito il suo errore e per pagare i debiti lavora in casa come sarta, quando ritorna dalla Francia il figlio Beppe per rifugiarsi e nascondersi poiché è sospettato per un fatto di sangue accaduto al regista del film. A questo punto il padre recupera la parola e denuncia il figlio alla polizia. È passato del tempo: Beppe riconosciuto innocente, lavora con il padre alla radio e la figlia Rosaria si è sposata con il manesco fidanzato Corrado, con cui ha sempre condiviso le sue idee avanzate e ultramoderne. Per l'occasione Alberto,che ha lasciato la famiglia andando a convivere con la sua amante, è tornato per festeggiare il matrimonio insieme ai genitori di Corrado. Stanno amabilmente conversando quando arriva il novello sposo che riporta infuriato Rosaria a casa dei genitori perché dice che solo ora la giovane gli ha confessato di avere avuto un innocente, e senza conseguenze, passato amore per un altro. Insomma Corrado, l'uomo dalle moderne idee, è furiosamente geloso e Rosaria, antesignana del libero amore, è ancora vergine. Alberto capisce il dramma di quei giovani sbalestrati, che si atteggiano ad anticonformisti e antiborghesi ma che sono rimasti ingenui e semplici, e li farà riconciliare. Dopo un dialogo chiarificatore con la moglie che vorrebbe che il marito tornasse in casa, perché quella è la sua famiglia, Alberto risponde quasi rassicurandola: «Mo' vedimmo...».
In questa commedia Eduardo affronta ancora una volta il tema della famiglia. Questa volta lo fa in modo esplicito mettendo al centro dell'opera i complessi rapporti familiari che legano i classici membri di una famiglia tipo: madre , padre, un figlio e una figlia. Dei componenti la famiglia secondo Eduardo nessuno ha le carte in regola per essere considerato membro di una vera famiglia: ognuno ha una propria vita e i membri della famiglia vivono assieme perché si ritrovano nella stessa casa non perché li unisca un vincolo di affetto familiare.
Inutilmente il protagonista cerca di tenere assieme i pezzi della famiglia e del resto anche lui, sia pure per disamore e disillusione si è creato una sua vita privata da nascondere. I suoi ammonimenti alla moglie e ai figli passano inosservati e allora tanto vale non parlare più, fare il muto.
Questo del personaggio che ammutolisce, poiché non c'è più nessuno che lo ascolta, oltre ad essere una prova di grande recitazione mimica è un tema che si ritroverà nell'ultimo dramma de "Gli esami non finiscono mai" dove il pessimismo di Eduardo sulle sorti future della famiglia è arrivato al culmine: quella del 1973 è infatti la storia di un uomo distrutto dalla sua ingenua fede nella famiglia e non è più possibile il lieto fine che qui sia pure solo accennato fa ancora sperare in una ricostruzione dei rapporti familiari.
In quest'opera Eduardo poi affronta un argomento ancora molto delicato per i tempi in cui si svolgono gli avvenimenti rappresentati: quello dell'omosessualità. Il personaggio che interpreta questo tema è Guidone che Eduardo tratteggia all'inizio del primo atto in un modo bonario ma su cui alla fine esprime una duro giudizio quando rimprovera al figlio la sua amicizia con Guidone: «...quante volte avevo predicato che quel disgraziato non doveva mettere piede in casa nostra...da un uomo che appartiene a una categoria di gente che non ha niente da perdere e che una famiglia non se la potrà mai creare che ti puoi aspettare di buono? Una setta diabolica che funziona da un capo all'altro del mondo...S'impongono servendosi dell'Arte per corrompere e distruggere quel tanto di buono che ci serve a credere nella vita...E si servono del gusto "raffinato". Mettono su negozio? e tutti di corsa al negozio dei "raffinati"...In quella strada c'è la sartoria del "raffinato", in quell'altra c'è il parrucchiere "raffinato"».
Certo non è un caso che Eduardo, seguendo l'irriflessa opinione comune, si riferisca agli omosessuali, che negli anni cinquanta incominciavano a fatica a costruirsi il proprio spazio nella vita sociale, come quelli che si stavano affermando in quelle attività che vengono superficialmente giudicate adatte e riservate ai "raffinati". Come se gli omosessuali fossero destinati ad esercitare per loro natura professioni solo "raffinate", consone alla loro naturale femminea predisposizione. Egli addirittura arriva a pensare ad una sorta di "diabolica" setta omosessuale i cui membri sparsi nel mondo sono legati da un vincolo di reciproco aiuto.
Sorprende questo giudizio di Eduardo, che pur non avendo all'epoca ancora idee politiche precise, non era certo uomo di idee sociali retrograde: ma non c'è tanto da stupirsi se ci riferiamo alla società italiana degli anni cinquanta quando la stessa classe dirigente del Partito Comunista Italiano, espellendo Pier Paolo Pasolini nel 1949 per "indegnità politica", non dava sugli omosessuali giudizi poi tanto diversi da quelli di Alberto Stigliano.

 
 
 
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