11 - DELLA PROIBIZIONE DI EVOCARE I MORTI
1 - La Chiesa non nega affatto le manifestazioni: le ammette tutte, al
contrario, come si è visto nelle citazioni precedenti, ma le attribuisce
all’intervento esclusivo dei demoni. A torto alcuni invocano l’autorità del
Vangelo per proibirle, perché il Vangelo non dice nulla in proposito.
L’argomento supremo che viene fatto valere è la proibizione di Mosè. Ecco in
quali termini si esprime, in proposito, l’autore citato nei precedenti capitoli:
«Non è permesso mettersi in rapporto con essi (gli Spiriti), sia direttamente,
sia attraverso la mediazione di coloro che li invocano e li interrogano. La legge
mosaica puniva con la morte queste pratiche detestabili, in uso tra i gentili.
“Non andate dai maghi”, è detto nel libro del Levitico, “non rivolgete alcuna
domanda agli indovini, per non incorrere nel peccato rivolgendovi a loro”.
(Cap. XIX, v. 31). “Se un uomo o una donna ha uno spirito di Pitone o di
divinazione, sia punito con la morte; sarà lapidato, e il suo sangue scorrerà
sulla sua testa”. (Cap. XX, v. 27). E nel Deuteronomio: “Non vi sia tra voi
alcuno che consulti gli indovini, che osservi i sogni e gli auguri, o che si serva
di malefici, di sortilegi e di incantesimi, o che consulti coloro che hanno lo
spirito di Pitone e praticano la divinazione, o interrogano i morti per
apprendere la verità; poiché il Signore ha in orrore tutte queste cose, e
distruggerà, al vostro arrivo, le nazioni che commettono queste colpe”» (Cap.
XVIII, v. 10, 11, 12).
2 - E’ utile, per comprendere bene il vero senso delle parole di Mosè,
ricordare il testo completo, che nella citazione è un po’ abbreviato:
«Non distoglietevi dal vostro Dio per andare a cercare i maghi, e non
consultate gli indovini, per timore di macchiarvi rivolgendovi a loro. lo sono il
Signore Dio vostro». (Levitico, cap. XIX, v. 31).
«Se un uomo o una donna ha uno Spirito di Pitone, o uno spirito di
divinazione, sia punito con la morte: sarà lapidato, e il suo sangue scorrerà
sulla sua testa». (Id., cap. XX, v. 27).
«Quando sarete entrati nella terra che il Signore vostro Dio vi darà,
guardatevi dall’imitare le abominazioni di quei popoli: e che non vi sia tra voi
alcuno che pretenda di purificare il figlio o la figlia facendoli passare
per il fuoco, o che consulti gli indovini, o che osservi i sogni e gli auguri, o
che ricorra ai malefici, ai sortilegi e agli incantesimi, o che consulti coloro che hanno lo spirito di Pitone, e praticano la divinazione o interrogano i morti per
apprendere la verità. Perché il Signore ha in orrore tutte queste cose, e
sterminerà tutti quei popoli al vostro arrivo, per le colpe che hanno
commesso». (Deuteronomio, cap. XVIII, v. 9, 10, 11 e 12).
3 - Se la legge di Mosè deve essere rigorosamente osservata su questo punto,
deve essere egualmente osservata anche su tutti gli altri, perché è insensato
supporre che sia valida per quanto riguarda le evocazioni e non valida per
quanto riguarda altre cose. Bisogna essere coerenti: se si riconosce che questa
legge non è più in armonia con i nostri costumi e con i nostri tempi per certe
cose, non vi è ragione perché non accada lo stesso per quanto riguarda la
proibizione in questione.
Bisogna del resto ricordare i motivi che hanno ispirato tale proibizione, motivi
che allora avevano una ragione d’essere, ma che oggi certo non esistono più. Il
legislatore ebraico voleva che il suo popolo rompesse con tutti i costumi
appresi in Egitto, dove si usava e si abusava delle evocazioni, come provano
queste parole di Isaia: «Lo Spirito dell’Egitto si annienterà in lui, e io
rovescerò la sua prudenza; essi consulteranno i loro idoli, i loro indovini, i
loro pitoni e i loro maghi». (Cap. XIX, v. 3).
Inoltre, gli israeliti non dovevano contrarre alleanza con le nazioni straniere;
ora, avrebbero trovato le stesse pratiche nelle nazioni in cui stavano per
entrare e che dovevano combattere. Quindi Mosè dovette, per motivi politici,
ispirare al popolo ebraico l’avversione per tutti i costumi di quei popoli, che
sarebbero stati punti di contatto, se fossero stati assimilati. Per motivare tale
avversione, bisognava presentare quei costumi come se Dio stesso li
riprovasse; per questo è detto: «Il Signore ha in orrore tutte queste cose, e
distruggerà, al vostro arrivo, le nazioni che commettono questi crimini».
4 - La proibizione di Mosè era tanto più giustificata in quanto i morti non
venivano evocati per rispetto e per affetto, né con un sentimento di pietà; era
un mezzo di divinazione, come lo erano gli auguri ed i presagi, sfruttati dalla
ciarlataneria e dalla superstizione.
Mosè, comunque, non riuscì a sradicare questa abitudine diventata oggetto di
un traffico, come dimostrano i seguenti passi dello stesso profeta:
«E quando vi diranno: “Consultate i maghi e gli indovini che mormorano i
loro incantesimi”, rispondete: “Ogni popolo non consulta forse il suo Dio? E
parla forse ai morti di ciò che riguarda i vivi?”» (Isaia, cap. VIII, v. 19).
Sono io che mostro la falsità dei prodigi della magia; che tolgono il senno a
coloro che praticano la divinazione; che sovverto lo spirito dei saggi, e che
convinco di follia la loro scienza vana». (Cap. XLIV, v. 25).
«Gli auguri che studiano il cielo, contemplano gli astri, contano i mesi per
trarne le predizioni che vogliono darvi dell’avvenire, vengano ora, e vi salvino.
Essi sono diventati come la paglia, il fuoco li ha divorati; non potranno
liberare le loro anime dalle fiamme ardenti; di loro non rimarranno neppure
braci alle quali ci si possa riscaldare, né fuoco davanti al quale ci si possa
sedere. Ecco ciò che sarà di tutte le cose cui vi siete dedicati con tanto
impegno; questi mercanti che avevano trafficato con voi fin dalla vostra
giovinezza fuggiranno tutti, l’uno di qua e l’altro di là, senza che se ne trovi
uno solo che vi tragga dai vostri mali». (Cap. XLVII, v. 13, 14 e 15).
In questo capitolo, Isaia si rivolge ai babilonesi, sotto la figura allegorica della
vergine figlia di Babilonia, figlia dei Caldei. (Vers. 1). Egli dice che gli
incantatori non impediranno la rovina della loro monarchia. Nel seguente
capitolo, si rivolge direttamente agli israeliti.
«Venite qui, voi, figli di una indovina, prole di un uomo adultero e di una
prostituta. Di chi vi siete burlati? Contro chi avete aperto la bocca e scagliato
le vostre lingue taglienti? Non siete forse figli perfidi e bastardi reietti, voi che
cercate la consolazione nei vostri Dei sotto tutti gli alberi carichi di fronde,
che sacrificate i vostri figlioletti nei torrenti sotto le rocce sporgenti? Voi
avete riposto la vostra fiducia nelle pietre del torrente; voi avete sparso liquori
per onorarli; voi avete loro offerto sacrifici. E dopo tutto questo, la mia
indignazione non si accenderà?». (Cap. LVII, v. 3, 4, 5 e 6).
Sono parole inequivocabili: provano chiaramente che, a quei tempi, le
evocazioni avevano come scopo la divinazione, e che se ne faceva commercio;
erano associate alle pratiche della magia e della stregoneria, ed erano
addirittura accompagnate da sacrifici umani. Mosè aveva quindi ragione di
proibire queste cose, e di affermare che Dio le aveva in orrore. Queste
pratiche superstiziose si sono perpetuate fino al medioevo; ma oggi la ragione
ne ha fatto giustizia, e lo Spiritismo è venuto a mostrare il fine esclusivamente
morale, consolatore e religioso delle relazioni con l’oltretomba; poiché gli
spiritisti non sacrificano i figlioletti e non spargono liquori per
onorare gli dèi; poiché non interrogano gli astri, né i morti, né gli auguri
per conoscere l’avvenire che Dio ha saggiamente nascosto agli uomini; poiché
ripudiano ogni traffico della facoltà di comunicare con gli Spiriti, che alcuni
hanno ricevuto; poiché non sono mossi né dalla curiosità né dalla cupidigia,
ma da un sentimento pio e dal desiderio di istruirsi, di migliorarsi e di
consolare le anime sofferenti, la proibizione mosaica non li riguarda affatto; e lo avrebbero compreso coloro che l’invocano contro di essi, se avessero
approfondito meglio il senso delle parole bibliche; avrebbero riconosciuto che
non esiste alcuna analogia tra ciò che avveniva tra gli ebrei ed i principi dello
Spiritismo; anzi, che lo Spiritismo condanna esattamente le cose che
motivavano la proibizione di Mosè; ma, accecati dal desiderio di trovare un
argomento da opporre alle idee nuove, non si sono accorti che questo
argomento è completamente falso.
La legge civile dei nostri giorni proibisce tutti gli abusi che Mosè intendeva
reprimere. Se Mosè ha stabilito la pena capitale per i delinquenti, è perché era
privo di mezzi rigorosi per governare quel popolo indisciplinato: perciò la sua
legislazione è così prodiga in fatto di pene di morte; del resto, non aveva
molto da scegliere, tra i mezzi di repressione; non aveva né carceri, né
riformatori nel deserto, e il suo popolo non avrebbe certo temuto pene
puramente disciplinari; non poteva graduare le pene come si fa ai giorni
nostri. E’ quindi a torto che ci si basa sulla severità del castigo per dimostrare
il grado di colpa dell’evocazione dei morti. Per rispettare la legge di Mosè, si
dovrebbe quindi applicare la pena capitale in tutti i casi in cui essa la
prescrive? Allora, perché si insiste tanto su questo passo, mentre si passa
sotto silenzio l’inizio del capitolo che proibisce ai sacerdoti di possedere i
beni della terra, di partecipare a qualunque eredità, perché la loro
eredità è il Signore stesso? (Deuteronomio, cap. XXVIII, v. 1 e 2).
5 - Vi sono due parti distinte nella legge di Mosè: la legge di Dio vera e
propria, promulgata sul monte Sinai, è la legge civile o disciplinare, adatta ai
costumi e al carattere del popolo; l’una è invariabile, l’altra si modifica con il
tempo, e nessuno può pensare che noi potremmo venire governati con gli
stessi mezzi con cui erano governati gli ebrei nel deserto, così come i
capitolari di Carlomagno non potrebbero venire applicati nella Francia del
secolo decimonono. Chi penserebbe, ad esempio, di riesumare oggi questo
articolo della legge mosaica: «Se un bue ferisce con le sue corna un uomo o
una donna, e quelli muoiono, il bue sarà lapidato, e non si mangerà la sua
carne; ma il padrone del bue sarà considerato innocente»?. (Esodo, cap. XXI,
v. 28 e segg.).
Questo articolo, che ci sembra così assurdo, non aveva lo scopo di punire il
bue e di assolvere il suo padrone: equivaleva semplicemente alla confisca
dell’animale che era la causa dell’incidente, per costringere il proprietario a
esercitare una sorveglianza più attenta. La perdita del bue era la punizione del
padrone, una punizione che doveva essere abbastanza pesante, per un popolo
di pastori, perché non fosse necessario aggiungerne altre; ma non tornavautile a nessuno, perché era proibito mangiare la carne del bue colpevole. Altri
articoli, poi, stabiliscono i casi in cui il padrone è responsabile.
Tutto aveva la sua ragione d’essere nella legislazione mosaica, perché tutto vi
era previsto nei minimi particolari; ma sia la forma che la sostanza erano
determinate dalle circostanze in cui si trovava Mosè. Certo, se Mosè
ritornasse oggi a dare un codice a una nazione civile dell’Europa, non le
darebbe quello che diede agli ebrei.
6 - Si obietta che tutte le leggi di Mosè sono emanate in nome di Dio, come la
legge del Sinai. Se le si considerano tutte di origine divina, perché i
comandamenti sono limitati al Decalogo? Quindi, si stabiliva una differenza:
se tutte promanano da Dio, sono tutte egualmente obbligatorie; perché non
vengono osservate tutte quante? Perché, inoltre, non si è conservata la
circoncisione, che Gesù non ha affatto abolito? Si dimentica che tutti gli
antichi legislatori, per dare maggiore autorità alle proprie leggi, dicevano di
averle ricevute da una divinità. Mosè, anche più di ogni altro, aveva bisogno di
questo appoggio, a causa del carattere del suo popolo: se, nonostante questo,
faticò tanto a farsi obbedire, le cose sarebbero andate ben peggio, se avesse
promulgato le leggi a nome proprio.
Gesù non è forse venuto per modificare la legge mosaica, e la sua legge non è
forse il codice dei cristiani? Non ha forse detto: «Voi avete appreso che agli
antichi è stata detta la tale e la tal cosa, e io ve ne dico un’altra»?. Ma ha forse
toccato la legge del Sinai? No, assolutamente: l’ha confermata, e tutta la sua
dottrina morale non fa altro che svilupparla.
Ora, egli non parla mai della proibizione di evocare i morti. Tuttavia era un
problema abbastanza grave perché non l’omettesse nei suoi insegnamenti, che
trattavano di questioni molto più secondarie.
7 - Riassumendo, si tratta di sapere se la Chiesa pone la legge mosaica al di
sopra della legge evangelica, cioè se è più ebrea che cristiana. Bisogna inoltre
osservare che, tra tutte le religioni, quella che ha fatto meno opposizione allo
Spiritismo è stata proprio l’ebraica, e che non ha affatto invocato, contro i
rapporti con i morti, la legge mosaica cui si richiamano invece le sette
cristiane.
8 - C’è un’altra contraddizione, se Mosè ha proibito di evocare gli Spiriti dei
morti, lo ha fatto perché gli spiriti potevano presentarsi, altrimenti la sua
proibizione sarebbe stata inutile. Se potevano presentarsi ai suoi tempi, possono farlo anche oggi; se sono gli Spiriti dei morti, allora non sono
esclusivamente demoni. Del resto, Mosè non parla affatto di questi ultimi.
E’ quindi evidente che non ci si può basare logicamente sulla legge di Mosè, in
questa circostanza, per la duplice ragione che essa non regge il cristianesimo,
e non è adatta ai costumi della nostra epoca. Ma, attribuendole tutta l’autorità
che taluni le accordano, non può egualmente, come abbiamo visto, essere
valida per lo Spiritismo.
Mosè, è vero, include nella sua proibizione l’interrogazione dei morti; ma in
modo secondario, come accessorio delle pratiche della stregoneria. La parola
interrogare, posta accanto agli indovini e agli auguri, dimostra che, presso
gli ebrei, le evocazioni erano un mezzo di divinazione: ora, gli spiritisti non
evocano i morti per ottenere rivelazioni illecite, ma per riceverne saggi
consigli e procurare consolazione a coloro che soffrono. Certo, se gli ebrei non
si fossero serviti delle comunicazioni d’oltretomba che per questo fine, Mosè,
anziché proibirle, le avrebbe incoraggiate, perché avrebbero reso più trattabile
il suo popolo.
9 - Se alcuni critici faceti o malintenzionati si sono compiaciuti di presentare
le riunioni spiritiche come assemblee di stregoni e di negromanti, e i medium
come indovini; se alcuni ciarlatani mescolano il nome dello Spiritismo a
pratiche ridicole che esso sconfessa, molti sanno bene quale è il carattere
essenzialmente morale e serissimo delle riunioni dei vari spiritisti; la dottrina
scritta per tutti denuncia gli abusi di ogni genere quanto basta perché la
calunnia ricada su chi se la merita.
10 - L’evocazione, ci viene detto, è una mancanza di rispetto verso i morti, di
cui non bisogna disturbare le ceneri. Chi lo dice? Gli avversari di due
schieramenti avversi che in questo caso si danno la mano: gli increduli, che
non credono alle anime, e quelli che, credendovi, pretendono che esse
non possano presentarsi, e che si presenti soltanto il demonio.
Quando l’evocazione viene fatta religiosamente e nel raccoglimento; quando
gli Spiriti vengono chiamati non per curiosità, ma per un sentimento d’affetto
e di simpatia, e con il desiderio sincero di istruirsi e di diventare migliori, non
si capisce perché chiamare qualcuno dopo la morte debba essere più
irrispettoso che chiamarlo quando è in vita. Ma vi è un’altra risposta
perentoria a questa obiezione, ed è che gli Spiriti si presentano liberamente, e
non perché vi sono costretti; vengono addirittura spontaneamente, senza
essere chiamati; testimoniano la loro soddisfazione nel comunicare con gli uomini e spesso si lamentano dell’oblio in cui vengono lasciati. Se fossero
disturbati nella loro pace, o scontenti della nostra chiamata, lo direbbero, o
non si presenterebbero affatto. Poiché sono liberi, quando si presentano lo
fanno perché a loro sta bene.
11 - Si allega poi un’altra ragione: «Le anime», si dice, «stanno nella dimora
che ha assegnato loro la giustizia di Dio, cioè nell’inferno o in paradiso»;
quindi quelle che stanno all’inferno non ne possono uscire, benché questa
libertà venga accordata ai demoni; quelle che stanno in paradiso sono troppo
assorte nella loro beatitudine; sono troppo al di sopra dei mortali per
occuparsi di loro, e troppo felici per tornare su questa terra di miseria e per
interessarsi dei parenti e degli amici che hanno lasciato. Quindi, sono come
quei ricchi che distolgono lo sguardo dai poveri, per paura che tale vista
disturbi la loro digestione? Se fosse veramente così, sarebbero ben poco degne
della felicità suprema, che sarebbe allora il premio dell’egoismo. Rimangono
soltanto quelle che sono in purgatorio: ma quelle soffrono, e devono pensare
soprattutto alla propria salvezza; quindi non possono venire né le une né le
altre, e al loro posto viene soltanto il diavolo. Se non possono venire, non c’è
quindi da aver paura di disturbare il loro riposo.
12 - Ma a questo punto si presenta un’altra difficoltà. Se le anime che stanno
nella beatitudine non possono lasciare la loro lieta dimora per venire in
soccorso dei mortali, perché la Chiesa invoca l’assistenza dei santi che devono
godere della beatitudine più grande? Perché dice ai fedeli di invocarli nelle
malattie, nelle afflizioni, e per preservarsi dalle sventure? Perché, secondo la
Chiesa, i santi e la stessa Vergine si mostrano agli uomini ed operano
miracoli? Dunque lasciano il cielo per venire sulla terra. Se coloro che stanno
nel più alto dei cieli possono lasciarlo, perché non possono farlo coloro che
sono meno elevati?
13 - E’ facile capire perché gli increduli neghino la manifestazione delle
anime, dato che non credono all’anima; ma ciò che è strano è vedere coloro
che basano le proprie credenze sulla sua esistenza e sulla sua immortalità
accanirsi contro i mezzi atti a provarne l’esistenza, e sforzarsi di
dimostrare che è impossibile. Parrebbe naturale, al contrario, che quanti
hanno più interesse alla sua esistenza dovrebbero accogliere con gioia, quale
beneficio della Provvidenza, i mezzi di confondere i negatori con prove
irrefutabili, poiché sono i negatori della religione. Essi deplorano continuamente il diffondersi dell’incredulità che decima i greggi dei fedeli, e
quando si offre loro il mezzo più potente per combatterla, lo rifiutano con
ostinazione anche maggiore degli increduli. Poi, siccome le prove sono così
numerose da non lasciare alcun dubbio, ricorrono, quale argomento supremo,
alla proibizione di occuparsene, e per giustificarla vanno a cercare un articolo
della legge di Mosè al quale nessuno pensava più, e al quale si vuol dare
un’applicazione che non è possibile. Si è così felici di questa scoperta da non
accorgersi neppure che quell’articolo è una giustificazione della dottrina
spiritista.
14 - Tutti i motivi allegati contro i rapporti con gli Spiriti non possono reggere
ad un esame serio: tuttavia, dall’accanimento con cui vi si ricorre, si può
dedurre che a tale problema si attribuisce un interesse grandissimo:
altrimenti non si insisterebbe tanto. Nel vedere questa crociata di tutti i culti
contro le manifestazioni spiritiche, si direbbe che ne abbiano paura. Il vero
motivo potrebbe essere proprio il timore che gli Spiriti, troppo
chiaroveggenti, vengano a illuminare gli uomini sui punti che si preferisce
lasciare nell’ombra, ed a far conoscere loro la verità sull’altro mondo e sulle
vere condizioni per esservi felici o infelici. Come si dice a un bambino:
«Non andare là, c’è il lupo mannaro», si dice agli uomini: «Non chiamate gli
Spiriti, è il diavolo».
Ma non serve a nulla: se si proibisce agli uomini di chiamare gli Spiriti, non si
può impedire agli Spiriti di venire agli uomini.
Il culto che sarà nella verità assoluta non avrà nulla a temere dalla luce,
perché la luce farà apparire la verità, e il demonio non può vincere la verità.
15 - Respingere le comunicazioni d’oltretomba significa rifiutare il possente
mezzo d’istruzione che deriva dall’iniziazione alla vita futura, e dagli esempi
che ci fornisce. L’esperienza ci insegna, inoltre, il bene che si può fare
distogliendo dal male gli Spiriti imperfetti, aiutando coloro che soffrono a
liberarsi dalla materia ed a migliorarsi; proibirlo significa privare quelle
anime sventurate dell’assistenza che noi possiamo dar loro. Le seguenti parole
di uno Spirito riassumono mirabilmente le conseguenze dell’evocazione
praticata con un fine caritatevole:
«Ogni spirito che soffre e si lamenta vi racconterà la causa della sua caduta,
gli allettamenti ai quali è soggiaciuto; vi dirà le sue speranze, le sue lotte, i
suoi terrori; vi dirà i suoi rimorsi, i suoi dolori, le sue disperazioni; vi
mostrerà Dio, giustamente sdegnato, che punisce il colpevole con tutta la severità della sua giustizia. Ascoltandolo, voi sarete mossi a compassione per
lui e proverete timore per voi stessi; seguendolo nei suoi pianti, vedrete che
Dio non lo perde mai di vista, e attende il peccatore pentito aprendogli le
braccia, purché quello si sforzi di migliorare. Voi vedrete il progresso del
colpevole, cui avrete la fortuna e la gloria di avere contribuito, voi lo seguirete
con sollecitudine, come il chirurgo segue i progressi della ferita che medica giornalmente (Bordeaux 1861).
Estratto dal libro "Il Cielo e l'Inferno" di Allan Kardec. Questo libro fu pubblicato in italiano da Casa del Nazareno Edizioni www.casadelnazareno.it
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