Creato da pierrde il 17/12/2005

Mondo Jazz

Il Jazz da Armstrong a Zorn. Notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video.

IL JAZZ SU RADIOTRE

 

martedì 9 ottobre 2018 alle 20.30

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JAZZ & WINE OF PEACE

Pipe Dream

violoncello, voce, Hank Roberts

pianoforte, Fender Rhodes, Giorgio Pacorig

trombone, Filippo Vignato

vibrafono, Pasquale Mirra

batteria, Zeno De Rossi

Registrato il 26 ottobre 2017 a Villa Attems, Lucinico (GO)



 

 

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JAZZ DAY BY DAY

 

 

L'agenda quotidiana di

concerti rassegne e

festival cliccando qui

 

I PODCAST DELLA RAI

Dall'immenso archivio di Radiotre č possibile scaricare i podcast di alcune trasmissioni particolarmente interessanti per gli appassionati di musica nero-americana. On line le puntate del Dottor Djembč di David Riondino e Stefano Bollani. Da poco č possibile anche scaricare le puntate di Battiti, la trasmissione notturna dedicata al jazz , alle musiche nere e a quelle colte. Il tutto cliccando  qui
 

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TRASLOCHIAMO

Post n°4104 pubblicato il 29 Ottobre 2018 da pierrde

Questo blog è nato il 17 dicembre del 2005 quando ancora non era cosi' usuale e diffuso come mezzo di comunicazione. Figuriamoci poi se l'argomento fondante diventa la musica jazz, cosi' poco considerata dai media nazionali e cosi' maltratta da tanti, troppi, addetti ai lavori che la sviliscono e svendono per puerili tornaconti economici.

Dopo dieci anni di vita, un considerevole numero di post scritti, molti contatti e diverse amicizie nate e cresciute, il blog è diventato parte del portale Tracce di Jazz, un esperimento unico, almeno in Italia, di magazine creato e scritto da non professionisti, bensi' da semplici appassionati senza scopo di lucro, senza pubblicità, senza mani in pasta e senza peli sulla lingua (dove altro potreste leggere pareri negativi su festival che di jazz hanno solo il nome?).

Abbiamo raccolto consensi e critiche, come è giusto e normale, abbiamo visto transitare diversi collaboratori, alcuni ci hanno lasciato socchiudendo la porta, altri sbattendola, l'ultimo si è portato via la chiave, tant'è che l'esperienza Tracce di Jazz dopo tre anni si è chiusa bruscamente ed i pochi rimasti sono tornati momentaneamente al blog originario, Mondo Jazz. 

Ora, rinsaldate le fila e abbandonate le inadeguatezze di Libero, facciamo un ulteriore passo e approdiamo a WordPress. Se vorrete continuare a leggerci e a seguirci questo è il nuovo indirizzo:

 https://traccedijazz.com/ 

 

 
 
 

SOPRAVVIVERSI

Post n°4103 pubblicato il 26 Ottobre 2018 da juliensorel2018
 

Raggiungere i 90 anni è traguardo ragguardevole. Ancor più per un jazzman: è pur vero che la stagione dei drug habits e delle implicazioni di emarginazione sociale è ormai alle spalle, ma anche il forzato, frenetico vagabondaggio da una camera d’albergo all’altra facendo il surf tra i fusi orari e collezionando jet lags a catena non è certo un buon viatico per la longevità.

Resta però da domandarsi se giunti ad età così estreme si sia ancora in grado di rimanere all’altezza di una reputazione spesso faticosamente costruita in una musica in cui la fisicità ha una parte importante, particolarmente quando si parla di trombettisti e sassofonisti.   

Un paio di giorni fa ho fatto un tentativo: ho iniziato ad ascoltare alla radio un concerto di un musicista che ho molto amato sin dai primi temi delle mie frequentazioni jazzistiche: Lee Konitz. Ero avvertito: un paio di anni fa lo avevo ascoltato in concerto a Milano, una delle rarissime occasioni in cui sono stato tentato di abbandonare la sala prima del tempo. La prova di appello si è conclusa dopo qualche minuto di fraseggi erratici e lacunosi, pur volenterosamente sostenuti da un gruppo di sidemen forzatamente ridotti al ruolo di meri accompagnatori dalla necessità di non metter in difficoltà un leader che, oltre che evidenziare delle scontate carenze strumentali (messe in conto e perdonate in partenza), rivelava una chiara mancanza di visione e discorso musicali complessivi. Concediamo comunque a Konitz la possibile – ma forse improbabile – attenuante di esser costretto da necessità economiche a continuare ad esibirsi anche ad avvenuto esaurimento delle proprie risorse creative. Non possiamo comunque sottacere la miglior scelta di stile di un Sonny Rollins, che dopo aver offerto sino all’ultimo le sue doti di artista creativo, si è ritirato in una casetta del New England, tuttora oggetto di pellegrinaggi da parte di molti che giustamente tentano di cogliere il miglior contributo che solo questi rarissimi ‘grandi vecchi’ del jazz possono ancora dare: quello alla costruzione di una sorta di ‘storia orale’ ed in prima persona di questa musica, che, ricordiamolo, è stata molto più spesso raccontata ‘dall’esterno’.

Ma distacchiamoci dalla questione della scelta personale di Konitz di continuare a calcare le scene fuori tempo massimo. Veniamo invece a quella di proporre occasioni di ascolto di questo tipo. Accantoniamo senza tanti complimenti l’ipotesi dell’intento benefico, completamente incompatibile con la dura realtà dell’impresariato musicale, soprattutto di questi tempi. Mettiamo tra parentesi anche il calcolo commerciale insito nel far leva sulla nostalgia alimentata da uno dei pochissimi miti ancora viventi di questa musica. Mi sbaglierò, ma sul piano delle motivazioni artistiche mi sembra di intravedere dietro queste scelte una certa ‘estetica dell’abnorme’, che sembra quasi un tratto di corda di quelle remote e recondite catene che legano dalle sue origini più remote la musica afroamericana al mondo dell’intrattenimento di grana grossa, direi dell’avanspettacolo. Considerato il sempre precario status culturale di questa musica, mi sembra che di tutto abbia bisogno tranne che di un’estetica venata di una certa morbosa spettacolarità e, in fondo, di un certo masochismo.

Sarò un sentimentale, ma per quanto mi concerne preferisco conservare dei bei ricordi  (anche se un po’ ingialliti) che assistere all’autopsia di un talento. My five cents, ovviamente.

 

 
 
 

Tracce Sensibili Relazioni Improvvise - 26 ottobre / 1 dicembre 2018

Post n°4102 pubblicato il 16 Ottobre 2018 da sandbar
 

Con il suggestivo titolo di “Tracce Sensibili Relazioni Improvvise”, una dichiarata devozione all’improvvisazione come scuola di vita, ed una doppia dedica ai due Misha, Asperin e Mengelberg, sta per partire la ventitreesima edizione di Parma Frontiere, uno dei festival più originali ed interessanti del panorama nazionale, diretto da Roberto Bonati,  che dal 21 ottobre al 1 dicembre occuperà sale e luoghi di musica della cittadina emiliana. Tanti gli appuntamenti del fitto programma che inizia con la mostra fotografica "Another kind of blue” a cura di Fabio Gamba, presso l’enoteca Ombre rosse (21/10 -29/11), omaggio ai musicisti catturati nei momenti blue più raccolti e meditativi, e prosegue con il primo appuntamento con la musica venerdì 26 ottobre alle 21:00 presso il Teatro Farnese, con il concerto “Remembering Misha. A celebration in music". Protagonisti Sergej Starostin voce, Arkady Shilkloper corno francese Evelina Petrova fisarmonica e Roberto Dani percussioni, tutti componenti degli storici gruppi di Alperin, Moscow art trio ed Oslo art trio. Quindi il via ad una lunga carrellata di appuntamenti, fra presentazioni di libri ( “Grande musica nera” dedicato all’Art Ensemble of Chicago è previsto il 29.10 alle 18  alla Feltrinelli), anteprime discografiche e tanti concerti ospitati per la maggior parte negli splendidi spazi della Casa della Musica. Da segnalare due appuntamenti con altrettanti trii targati ECM, quello composto dal chitarrista danese Jakob Bro, Thomas Morgen e Joey Baron il giorno 7 novembre alle ore 21 ed il gruppo del contrabbassista Arild Andersen, con Tommy Smith al sassofono e Paolo Vinacca alla batteria il 23 novembre sempre alle 21. Ma il programma , fra nomi nuovi come il vincitore del Premio Giorgio Gaslini 2018 Mathias Hagen e le invenzioni notturne del direttore e contrabbassista Bonati, è ricco di sorprese che meritano una visita a Parma.

Qui tutti gli eventi : parmafrontiere.it/eventi

 
 
 

COLTRANE HOME

Post n°4101 pubblicato il 11 Ottobre 2018 da pierrde

La casa in cui John e Alice Coltrane vivevano a Huntington, New York - dove John scrisse il leggendario capolavoro del jazz  A Love Supreme  e dove Alice registrò la maggior parte dei suoi primi cinque fantastici album - è stata ufficialmente dichiarata "National Treasure" dal National Trust per la conservazione storica. La notizia è stata annunciata martedì mattina (10/9) in una conferenza stampa nella casa di Coltrane. 

Fonte: http://www.brooklynvegan.com/john-alice-coltranes-ny-home-named-national-treasure-go-visit/#photogallery-1=1 

 
 
 

RIAPRE L'ALEXANDER PLATZ

Post n°4100 pubblicato il 11 Ottobre 2018 da pierrde

L' Alexander Platz Jazz Club, lo storico locale di Roma in via Ostia fondato nel 1984 e considerato uno dei 100 migliori locali jazz al mondo, riapre i battenti da giovedi 18 ottobre 2018. Ospite della serata inaugurale per la stagione 2018/2019 sarà il batterista Roberto Gatto accompagnato da Alessandro Presti alla tromba, Domenico Sanna al piano e Matteo Bortone al basso. A seguire, venerdì 19 i Doctor 3: Danilo Rea al piano, Enzo Pietropaoli al basso e Fabrizio Sferra alla batteria. 

Fonte: https://www.ilmessaggero.it/spettacoli/roma/alexander_platz_jazz_roma_riapre_storico_locale_roberto_gatto-4025186.html 

 
 
 

The Moon is a harsh mistress

Post n°4099 pubblicato il 10 Ottobre 2018 da pierrde
 

Spesso la musica trascina in viaggi nel tempo, lanciando segnali che collegano storie personali o collettive secondo una trama che aspettava solo di essere svelata o riscoperta a distanza di anni.

Una di queste parte dall'acquisto un po' casuale di una raccolta di canzoni di Glen Campbell, icona del country pop statunitense da poco scomparso, che, insieme a tanti successi espone in bella vista un titolo evocativo :"The moon is a harshmistress". Una melodia esemplare costruita su un crescendo di cinque note che ha il pregio di catturare immediatamente cuore ed attenzione dell'ascoltatore.

Una canzone che anche il jazz ha fatto propria, con un' esemplare versione per chitarra e contrabbasso a firma Pat Metheny e Charlie Haden contenuta nell'album del 1997 "Beyond the Missouri sky", ascoltata anche in versione live in un raccolto concerto di Umbria Jazz nel 2002. Ed allora si ricostruiscono sentieri già percorsi all'epoca, sulle tracce di quella straordinaria invenzione melodica.

E si (ri)scopre l'autore del brano, il compositore Jimmy Webb, che di Campbell fu uno dei principali collaboratori, incidendo la canzone sull'album "Reunion" nel 1974, una vecchia conoscenza della collezione discografica dello zio, che in tenera età ero solito scandagliare. E si riascoltano le diverse versioni del brano, fra le più celebri quelle di Joe Cocker, di Linda Ronstadt, di Joan Baez, capaci di aggirare le insidie virtuosistiche dello spartito in modo molto più efficace di quanto potesse il suo autore.

Il quale, per chiudere il cerchio dei collegamenti, riprese il titolo della canzone, le cui liriche narrano una simbolica parabola sentimentale, da un libro pubblicato nel 1966 dallo scrittore Robert A.Heinlein. Il romanzo, ambientato nell'anno 2075 e considerato un omaggio agli ideali libertari, racconta  la ribellione degli abitanti della colonia penale ospitata sulla luna, fino alla dichiarazione di indipendenza rispetto al potere terrestre.  

La luna, in versione letteraria o musicale, è una severa padrona. Ma se avete occasione, ascoltatela almeno una volta.

Andrea Baroni

 
 
 

IL PODCAST DI BATTITI: AEOC

Post n°4097 pubblicato il 09 Ottobre 2018 da pierrde
 

Malachi mi disse: "Noi diffondiamo LIBERTA', che ci piaccia o meno." Capivo perfettamente cosa intendesse

Joseph Jarman, Black Case

La notte di Battiti, Radiotre podcast,  dove si racconta un po' della storia dell'Art Ensemble of Chicago, avvalendosi della pubblicazione in italiano del volume di Paul Steinbeck, Grande Musica Nera. Storia dell'Art Ensemble Of Chicago - Quodlibet
Intervista a Claudio Sessa
con una nota di Fabio Ferretti

Nella scaletta degli ascolti:


ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Song For Charles, da "A Jackson In Your House / Message To Our Folks / Reese And The Smooth Ones" - CHARLY 649 X
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, The Ninth Room, da "Tutankhamun" - Black Lion BLCD760199
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Enlorfe, pt.2, da "Chi-Congo" in "Go Home + Chi Congo" - Free Factory o66
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Ohnedaruth, da "Phase One" - America #02/Universal 067 866-2
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Introduction By John Sinclair, da "Bap-Tizum" - Atlantic 7567-80757-2
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Odwalla, da "Bap-Tizum" - Atlantic 7567-80757-2
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Barnyard Scuffel Shuffel, da "Fanfare For The Warriors" - Atlantic Jazz 7567-90046-2
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Nice Guys, da "Nice Guys" - ECM 1126 
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Charlie M, da "Full Force" - ECM 1167 829 197-2
LESTER BOWIE, Sardegna Amore, da "The 5th Power" - Black Saint 120020-2
ROSCOE MITCHELL AND THE NOTE FACTORY, For Lester B, da "Nine To Get Ready" - ECM 1651 539 725-2
ART ENSEMBLE OF CHICAGO, Thème de Yoyo, da "Les stances à Sophie" - Universal Sound US CD11 

Vai al programma: https://www.raiplayradio.it/audio/2018/08/BATTITI---Art-Ensemble-Of-Chicago-5aa06641-1252-4dbb-a501-701b8251aefe.html 

 
 
 

RUGGITI E MIAGOLII

Post n°4096 pubblicato il 07 Ottobre 2018 da pierrde

Alcuni hanno avuto il coraggio di dirmi che ascoltano il bop perché li rilassa. La ritengo un'offesa personale. Il jazz non è un gattino o un pesce rosso: è una bestia feroce

Pierpaolo Vettori, Lanterna per illusionisti (p.166).


Sarebbe bello che il jazz fosse SEMPRE, anche oggi, una bestia feroce. Purtroppo questa idea romantica mi sembra appartenere al passato e spesso il jazz contemporaneo miagola innocuo.  

Franco Bergoglio

Fonte: https://magazzinojazz.wordpress.com/2018/10/03/lanterna-per-jazzisti/ 

 
 
 

JAZZMI, ANCORA CONSIDERAZIONI ..

Post n°4095 pubblicato il 06 Ottobre 2018 da pierrde

Ecco un altro articolo della serie "È Dell' Ava che traccia il solco, ma è Riccardi che lo difende" (come vedete cerchiamo di tenerci al passo con i tempi...).

Scherzi a parte, vorrei aggiungere qualche considerazione su questa grande kermesse, in aggiunta e talvolta in alternativa a quelle di Roberto.

Una premessa indispensabile: ad una coca cola nel deserto non si dice mai di no, non c'è salutismo o gourmandise che tengano. La manifestazione irrompe in un vuoto pneumatico della scena milanese, soprattutto in termini di apertura su quello che succede all'estero, sia negli States che in Europa. L'unica boccata di aria fresca in una stanza che sa molto di chiuso.

Non si può certo rimproverare a JazzMi di essere quel che è, un ricchissimo, direi pantagruelico banchetto munificamente offerto 'una tantum' ad una platea di invitati tenuti a digiuno ascetico per tutto il resto dell'anno. In sintesi, dall'inedia alla congestione.

Il richiamo al compianto Aperitivo in Concerto quindi rischia di portare fuori strada: quella era una stagione stabile che aveva creato un pubblico, aiutandolo a crescere gradualmente verso proposte sempre più sofisticate e inedite, spesso accolte dagli aficionados sulla fiducia nel 'marchio di fabbrica' di una rassegna che ha sempre seguito una linea precisa, coerente e leggibile. Questo è un lusso che a JazzMi non è consentito: a prescindere dalle sole due edizioni alle spalle, il Festival milanese (o romano? J) proprio per la sua occasionalità ed unicità deve necessariamente servire più platee con gusti, orientamenti e disponibilità all'ascolto molto differenziati. Non può quindi permettersi una 'linea' unica, né fughe in avanti su terreni largamente inesplorati. Del resto nel molto (direi anche nel troppo...) offerto, troviamo Art Ensemble of Chicago, John Zorn e Bill Laswell, Antonio Sanchez che non sono nomi che ricorrono di frequente nei cartelloni di tanti autopromossi e già consolidati festival estivi, cartelloni spesso e volentieri partoriti dall'intramontabile ciclostile. Anche nel gran fiume del mainstream si notano scelte non banali e di insolita ricercatezza (attenzione soprattutto a Marquis Hill e Christian Sands, ma anche le 'riscoperte' dei nostri Napoli Centrale di James Senese e dell'appartato Mario Rusca denotano gusto e memoria non comuni in tempi di stucchevole ed amnesica superficialità).

I festival 'di tendenza' purtroppo presuppongono una base di pubblico omogeneo e consapevole (in città al momento assente o quantomeno da tempo disperso) e soprattutto un deciso, lungimirante e tenace supporto in fase di avvio da parte di sponsorizzazione privata e soprattutto di sostegno pubblico, entrambi purtroppo ormai inesistenti in città (tra i partner della manifestazione brilla l'assenza del Comune, nemmeno un platonico patrocinio). Milano 'città europea' surclassata dalle Cormons, Novara, Sant'Anna Arresi etc? Facciamocene una ragione, come si diceva tempo fa: magari il non rivelarsi all'altezza di certe supponenze può risvegliare un po' di amor proprio, chissà...

Altra questione importante, già postasi nella precedente edizione. La densità del programma - compresso per di più in una decina di giorni - porta a delle sovrapposizioni che gridano vendetta. E' clamoroso (ma non unico) il caso del 6 novembre, che vede simultaneamente andare in scena in luoghi diversi ed alla stessa ora Zorn & Laswell, Jason Moran e Steve Kuhn, figure ciascuna a suo modo di primissima grandezza e i cui passaggi a Milano hanno la stessa frequenza di quelli delle comete. Se da un lato è molto positivo che il festival abbia adottato una struttura 'federale' ed abbia 'fatto sistema' con le realtà locali esistenti (che ne guadagnano in visibilità) , forse sarebbe stato il caso di richiedere a queste ultime la sensibilità di evitare controproducenti protagonismi ed autosufficienze individuali che si risolvono in un autentico gioco al massacro. Ma si sa, sin dai tempi del nostro aureo Rinascimento le faide di contrada hanno sempre la precedenza sui Lanzichenecchi che premono alle porte con tanto di licenza imperiale di saccheggio....

 

 

Infine, l'offerta di JazzMi non si esaurisce nella sola musica: anche quest'anno abbiamo una selezione di rari ed altrimenti pressocchè invisibili documentari di grande interesse, proposti ciascuno in due sole repliche in un Palazzo del Cinema da 10 sale....Raccomando a tutti anche le interessantissime conferenze di Claudio Sessa e Maurizio Franco sul jazz dell'anno 1968, che, celebrazioni cerimoniali a parte, rappresenta in effetti un punto di svolta che ha segnato l'inizio di un'autentica trasformazione genetica di questa musica. La serie si integrerebbe alla perfezione in "Body and Soul", la 'storia disinvolta del jazz' di produzione RAI cui tra l'altro hanno intensamente collaborato sia Sessa che Franco. Domanda per Via Asiago: una diffusione radiofonica in differita ed in podcast a beneficio di un pubblico più ampio no? Mi rendo conto, si tratta di attraversare la Linea Gotica su molti infidi viadotti... ma in Corso Sempione a Milano non c'è un bel palazzo con tanto di antenna formato grattacielo?

Franco Riccardi

 

 

 
 
 

HAMIET....

Post n°4094 pubblicato il 05 Ottobre 2018 da pierrde

My dad Hamiet Bluiett, passed away yesterday. He was a world renowned baritone saxophone player. A master musician whose music influenced others all over the world. Daddy you will be greatly missed. I love you!!! Rest In Heaven

Bridgett VasQuez

 
 
 

GREAT BLACK MUSIC

Post n°4093 pubblicato il 05 Ottobre 2018 da pierrde

Favors:

Molta gente ci critica per l'uso diquesta espressione ma, per quel che so della storia, nessuno riconosce mai al popolo nero di aver fatto qualcosa. Nessun altro dirà mai che la tal cosa è Nera o Africana. Hanno tentato di portarci via anche il cosiddetto jazz, oppure hanno detto che l'ha creato un tizio, mentre in realtà sono stati i nostri antenati a crearlo. Ecco perchè dobbiamo sottolineare i termini della cosa.

Bowie:

Sono andato a vedere la Compagnia di Danza Senegalese, c'era uno che ha suonato una canzone di 2500 anni fa e aveva tutte le caratteristiche della forma-sonata. ora, cosa succedeva in Italia 2500 anni fa ? Ci hanno sempre fatto credere che tutto ciò che si faceva in Africa era suonare tamburi e ballare. Non abbiamo mai saputo nulla di quei tipi che usavano la respirazione circolare, le ance, gli oboi, i cori e tutto il resto...L'uomo viene dall'Africa, anche gli scienziati devono ammetterlo ! E lo stesso la music, ecco perchè è tanto potente.

Grande Musica Nera, Storia dell'Art Ensemble of Chicago, Paul Steinbeck

 
 
 

SASSI NELLO STAGNO

Post n°4092 pubblicato il 05 Ottobre 2018 da pierrde

La musica di Monk è inclassificabile, inassimilabile. (...) E' un sasso nello stagno che, una volta gettato, cola a picco e scompare. Lo guardiamo affondare, e non sappiamo se dobbiamo seguire con gli occhi questa massa che si inabissa o contemplare l'onda regolare del suo risucchio. (...) Nessuna filiazione, nessuna grande scuola, nessun padre spirituale, nessun discepolo, nessun allievo. Padre e madre sconosciuti. Senza discendenza.

Laurent de Wilde, Thelonious Monk himself)

 

 

 
 
 

Ugo Moroni - Pinturas

Post n°4091 pubblicato il 02 Ottobre 2018 da sandbar
 

 

 

A testimoniare un periodo fecondo per le avventure su ampia scala nel jazz italiano, da poco pubblicato su Dodici Lune ecco il secondo cd del chitarrista campano di adozione bolognese Ugo Moroni “Pinturas”, che affida composizioni originali e standards ( "A Foggy day" di George Gershwin e "Demon’s dance" di Jackie Mclean) ad un organico variabile fra l’ottetto ed il diecimino. Intento dichiarato dall’autore : “rappresentare l’incontro tra arte figurativa e musica, con dedica particolare a  Francisco Goya cui sono dedicati i brani “Pinturas Negra”, “La V° di Goya” e “Saturno divora i suoi figli”, nei quali, come nelle “Pitture Nere” di Goya, “Eros e Thanatos” sono interpretati come aspetti unilaterali dell'essenza umana ed espressi in musica attraverso gli opposti: melodia e rumore, pieno e vuoto”. Ed un analogo metodo sembra avere guidato la scelta per la composizione del largo ensemble protagonista dell’incisione, che  affianca musicisti di estrazione propriamente jazz come i sassofonisti Gaetano Santoro, Giovanni Benvenuti e Marco Vecchio, improvvisatori come il clarinettista Daniele D’Alessandro, sperimentatori dadaisti come la violinista Valeria Sturba, ed una pianista classica appassionata di canto jazz come Irene Giuliani, insieme, o in alternanza, al sax di Federico Eterno, al clarinetto di Olivia Bignardi, alla tromba di Gabriele Polimeni, al trombone di Roberto Solimando, ai bassi di Filippo Cassanelli e Gabriele Quartarone ed alla batteria di Vincenzo Massina. Il clima di “Pinturas” alterna un disinvolto uso ritmico ed armonico dell’orchestra nelle sezioni tematiche con effetti che spaziano dalla sontuosità di una big band (“Saturno divora i suoi figli”) all’essenzialità della  banda (vedi il sobbalzante motivo di “La V di Goya”), a momenti di  improvvisazione e spazi solisti gestiti sempre in senso funzionale al disegno complessivo. Che è ritmicamente vivace, ricco di contrasti fra la tradizione del jazz (l’eleganza formale di “A foggy day”) e richiami anche a mondi diversi (il theremin e le citazioni hendrixiane su “Demon’s dance”),  impresso con una vena di inventiva lucida ed un po' folle su una tela collocata in una nowhere land fra Ellington e Zappa. Unico appunto, la brevità del lavoro, che esaurisce in poco più di mezz’ora il proprio sviluppo, lasciandoci immaginare, sui duetti fra la tromba, il trombone e la batteria del brano conclusivo, quale potrebbe essere la resa del progetto in una dimensione live dai confini meno ristretti.

Andrea Baroni

 
 
 

JAZZMI: QUALCHE CONSIDERAZIONE

Post n°4090 pubblicato il 02 Ottobre 2018 da pierrde

I nomi sono frutto di un attento mixage tra coloro che riempiono un teatro, ed in genere si tratta spesso di musicisti abusati fino alla noia, c'è poi una differenziazione di stili che può servire a rappresentare al meglio più gusti e più tendenze, ed infine una minoranza di artisti che, almeno a mio parere, rappresentano quanto di più nuovo in fatto di idee e soluzioni oggi si possa ascoltare. 

Questo scrivevo giusto un anno fa, e ora, programma del festival alla mano, mi pare che ben poco sia cambiato (vedi i due poster). I soliti noti (ci sarà, nascosto in qualche landa isolata, un italiano che ancora non ha visto Bollani, Rava  o Fresu ?), qualche deragliata di linea (Paolo Conte ? Che ci azzecca ? ), qualche ottimo nome da tempo non visto a Milano (Zorn, Kuhn, Art Ensemble of Chicago, Dave Holland, Abdullah Ibrahim), qualche altro visto anche troppo spesso (Frisell, Maceo Parker,Chick Corea, John Scofield) e infine qualche proposta del tutto intrigante, italiana e non.

Sia chiaro, dopo la fine di Aperitivo in Concerto avere un festival a Milano è importante, e accontentare tutti i gusti non è semplice, ma, come lo scorso anno, manca quel colpo di reni che fa la differenza tra un festival ed un grande festival. Parlo da appassionato che esprime un parere in base alle proprie preferenze e ai propri gusti, ma è ovvio che il mio plauso va comunque agli organizzatori. Ai quali auguro di proseguire a lungo, magari strada facendo arriverà anche il coraggio di osare oltre il prevedibile.

 
 
 

FRANCESCO CHIAPPERINI VISIONARY ENSEMBLE - "THE BIG EARTH"

Post n°4089 pubblicato il 01 Ottobre 2018 da pierrde
 

FRANCESCO CHIAPPERINI VISIONARY ENSEMBLE - "THE BIG EARTH"

Francesco Chiapperini, arrangiamento e composizione, clarinetto e clarinetto basso

Andrea Jimmy Catagnoli, alto sax

Gianluca Elia, tenor sax

Eloisa Manera, violino

Vito Emanuele Galante, trumpet

Marco Galetta, trumpet

Andrea Baronchelli, trombone e tuba

Simone Quatrana, piano

Luca Pissavini, cello

Andrea Grossi, bass

Filippo Sala, drums

Filippo Monico, drums e percussions

Una volta tanto, sono felice di esser stato bruciato sul tempo: per una giovane orchestra italiana esser recensiti su Down Beat, ed in termini decisamente lusinghieri, non è cosa di poco conto. Soprattutto quando alla tua formazione non è concessa alcuna occasione di visibilità ed ascolto nel circuito concertistico del tuo paese. Una ulteriore riprova che gli assenti, o meglio gli inerti, hanno sempre torto. Del resto, Chiapperini ed i suoi non si dedicano ai 'tributi', che teste dure...( per nostra fortuna, dico io).

Una precisazione in margine al pezzo del recensore americano: "The Big Earth" è la registrazione live di un concerto tenutosi nel 2016 presso il circolo milanese "La Schighera" (onore a chi osa, pur non potendo contare sulle ben più massicce platee dei Festival). Una bella prova di coraggio, essendo in campo un organico ampio ed alquanto composito, per di più alle prese con materiale molto particolare. Ma la fortuna premia gli audaci (persino in Italia), ed alla dimensione live il disco deve un calore ed un'esplosiva vitalità che molto raramente è dato di incontrare in altre prove discografiche nostrane. A completare l'inventario delle novità inedite, non ricordo di aver visto in passato Chiapperini alla testa di una banda così ampia.

Ho scritto "banda" non a caso: la musica del Visionary Ensemble infatti punta dichiaratamente ad evocare la grande tradizione bandistica italiana, particolarmente viva tuttora nella avita Puglia del leader, una regione che da qualche tempo rappresenta un insolito melting pot creativo (cui deve molto il cinema nostrano) che spicca in un panorama nazionale ben più grigio e statico. A noi jazzofili ha donato un paio delle etichette discografiche più vivaci e sensibili (Auand, Dodici Lune). Al di là di ricordi ed echi sentimentali, Il nostro ha avuto modo di lavorare concretamente e direttamente sulle partiture originali di una banda della sua terra. E lo ha fatto in maniera creativa e non meramente illustrativa, come testimonia l'inserimento nell'organico - e con ruoli di gran rilevo - di strumenti ad arco come il violino ed addirittura il violoncello (voce ancora più esoterica anche nel nostro jazz di ricerca).

Sgombriamo subito il campo da un equivoco: non ci troviamo in presenza di uno di quei tanti tentativi di rianimare con aromi arcaici ed esotici il tronco di una più anemica routine compositiva e strumentale preesistente. Da una parte c'è la sopravvivenza nella periferia italiana (di questi tempi più stimolante e vivace delle c.d. 'metropoli'- quali?) di un legame

popolare con la musica per banda, quasi sempre associata alla dimensione della festa, e, cosa non trascurabile, palestra per la pratica musicale di molti dilettanti (da noi pressochè ignorati dal mondo musicale ufficiale, al contrario di quanto avviene altrove), talvolta passati nelle file del nostro jazz. Se non sbaglio, inoltre, molti studiosi che si sono soffermati sulla genesi storica della musica afroamericana hanno attribuito peso non trascurabile nella sua evoluzione alla tradizione di musica francese di musica per ottoni che aveva attecchito nel bacino francofono di New Orleans e della Louisiana.

Niente gratuità di concezione quindi: e la riprova sta nella compattezza di questo lavoro, che sembra quasi ricordare la struttura di una suite, con episodi singoli incastonati nel ricorrere di un brano - "Gatti" - che ritorna ripetutamente come un 'fil rouge'.

Gli episodi bandistici, sono caratterizzati da una studiata enfasi, quasi ad imprimergli un certo carattere stilizzato, evocativo dei momenti rituali che spesso vedono protagoniste le orchestre di ottoni : essi si alternano al riaffacciarsi di una dinamica e contemporanea big band, capace sia di compatti e swinganti passaggi di assieme che di infuocati collettivi improvvisati. In queste continue metamorfosi ha un ruolo cruciale il piano di Simone Quatrana (vecchio compagno di strada di Chiapperini nei suoi piccoli ensemble), anche qui come altrove capace di notevoli e rigorose transizioni solistiche, ricche di echi delle più diverse tradizioni jazzistiche e contemporanee: un talento che non passa più inosservato ormai, a Sant'anna Arresi (dove hanno orecchie dritte) è stato invitato in duo con il sax Stefano Ferrian il mese scorso.

In questa complessa costruzione si inseriscono armonicamente vari anche vari momenti individuali, nessuno dei quali si rinchiude in una 'nicchia' distinta dal discorso orchestrale, ma anzi ne rilancia tensione e concentrazione. Particolarmente notevoli e swinganti gli interventi al violino di Elisa Manera, mentre il violoncello di Luca Pissavini ci regala momenti di intensa e concentrata espressività ("La Varc du Pescator"). Purtroppo lo spazio non ci consente di render giustizia anche ad altri solisti di valore. Importante ricordare, però, che tra le fila del Visionary Ensemble abbondano molti musicisti (Chiapperini in testa) con legami con quella che io chiamo la tribù dei Nexus, mohicani tenaci e cocciuti cui la nostra scena deve in questi anni molte pagine intense e vitali, che controbilanciano tante altre esangui e calligrafiche, ma asfissiantemente pubblicizzate.

Infine una doverosa menzione di merito per la piccola etichetta Rudi Records, per la quale questo disco non è un exploit occasionale, ma l'ultimo passo di un cammino anche qui nitido e coerente, vedi il catalogo ( https://www.rudirecords.com/): aspettiamo altre uscite come questa di Chiapperini, nel mio taccuino già candidata a registrazione italiana dell'anno.

Franco Riccardi

 

 
 
 
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