Creato da pierrde il 17/12/2005

Mondo Jazz

Il Jazz da Armstrong a Zorn. Notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video.

IL JAZZ SU RADIOTRE

 

Giovedì 19 luglio 2018 | ore 22.30
Una striscia di terra feconda: Dominique Pifarely/Daniele Roccato/Michele Rabbia "Requiem"
Registrato a Roma, Auditorium Parco della Musica, il 21.9.2017
Dominique Pifarely, violino, elettronica;
Daniele Roccato, contrabbasso, elettronica;
Michele Rabbia, percussioni, elettronica;
Rocco Castellani, contrabbasso;
Mauro Tedesco, contrabbasso

Mercoledì 25 luglio 2018 | ore 22.30
Ai confini tra Sardegna e Jazz 2017: Sylvie Courvoisier & Kenny Wollesen Duo
Registrato a Sant'Anna Arresi, Piazza del Nuraghe, il 2.9.2017
Sylvie Courvoisier, pianoforte; Kenny Wollesen, batteria

Mercoledì 1 agosto 2018 | ore 23.00
Una striscia di terra feconda: Gabriele Evangelista Quartet
Registrato alla Casa del Jazz, Roma, il 23.9.2017
Gabriele Evangelista, contrabbasso;
Pasquale Mirra, vibrafono;
Gabrio Baldacci, chitarra;
Bernardo Guerra, batteria 

Sabato 4 agosto 2018 | ore 23.00
Ai confini tra Sardegna e Jazz 2017: Tiziano Tononi & Susie Ibarra  "Drums, Gongs & Bamboo: a percussion dialogue" 
Registrato a Sant'Anna Arresi, Piazza del Nuraghe, il 6.9.2017
Tiziano Tononi, batteria, percussioni; Susie Ibarra, batteria, percussioni

Mercoledì 8 agosto 2018 | ore 22.30
Ai confini tra Sardegna e Jazz 2017: Dobet Gnahoré Band
ospita Boni Gnahorè, Aly Keita and Hamid Drake
Registrato a Sant'Anna Arresi, Piazza del Nuraghe, l'1.9.2017
Dobet Gnahorè, voce; Boni Gnahorè, percussioni, voce; Aly Keita, balafon; Mike Dibo, batteria; Colin laroche De Feline, chitarra; Valery Assouan, basso; Hamid Drake, batteria

 

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L'agenda quotidiana di

concerti rassegne e

festival cliccando qui

 

I PODCAST DELLA RAI

Dall'immenso archivio di Radiotre è possibile scaricare i podcast di alcune trasmissioni particolarmente interessanti per gli appassionati di musica nero-americana. On line le puntate del Dottor Djembè di David Riondino e Stefano Bollani. Da poco è possibile anche scaricare le puntate di Battiti, la trasmissione notturna dedicata al jazz , alle musiche nere e a quelle colte. Il tutto cliccando  qui
 

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I DUE VOLTI DI KENNY GARRETT

Post n°4038 pubblicato il 21 Luglio 2018 da pierrde
 

Concerto ricco di energia quello di giovedi' sera a Lecco, prima serata del Jazz Festival quest'anno in tono minore per quantità e qualità. Sul palco il quintetto dell'ex pupillo di Miles Davis, oggi cinquantottenne leader e un tempo giovane promessa a fianco dell'ultimo Miles.

Indubbiamente Garrett ha una idea precisa su come gestire un proprio gruppo, concentrando su di se la maggior parte dello spazio solistico e propositivo, ma proprio questo, unitamente ad una seconda parte del concerto piuttosto discutibile, è apparso anche il maggior limite del quintetto.

Solamente il pianismo di stretta derivazione monkiana di Vernell Brown, che ad un certo punto in pieno assolo ha citato letteralmente Blue Monk,  ha dato a tratti il cambio al tenore del leader, mancando del tutto un dialogo a piu' voci con la sezione ritmica chiamata esclusivamente a punteggiare e sostenere i voli di stampo post coltraniano di Garrett.

Brani lunghi e dal tema semplice e ben marcato, lunghissimi assoli del sax, un interessante duetto con il batterista Marcus Baylor, un lungo solo accompagnato solo dal battito del piede (una reminiscenza alla Jimmy Giuffre, solo a velocità supersonica...) e per poco più di un'ora il gruppo, seppur con i limiti descritti, è parso distribuire con generosità, se non un dialogo tra strumentisti, una energia notevole r coinvolgente.

Poi, di colpo, la svolta. Come recita il titolo dell'ultimo album uscito giusto due anni fa, Do you dance !, Garrett si improvvisa rapper invitando i John Travolta e le Olivia Newton John del Lario a scendere in pista, ed è subito festa (e notte fonda per quanto riguarda la parte musicale).

Sarebbe stato un epilogo accettabile e simpatico se solo fosse durato il giusto. Invece la vicenda è andata oltre i limiti, e da possibile chiusura in gloria è diventata una festa di piazza di grana grossa.

Che dire ? Che Garrett è solista preparato, intelligente, duttile e formidabile al fianco di un leader come ha ampiamente dimostrato con celebri collaborazioni. Meno interessante come titolare, oscillando tra diversi modi interpretativi  e senza una precisa direzione da intraprendere. 

 
 
 

Another side of Bill Frisell

Post n°4037 pubblicato il 20 Luglio 2018 da pierrde
 

Tre fuoriclasse del jazz contemporaneo ed una cantante dalle indiscutibili doti vocali, ed una manciata di canzoni, ispirate, direttamente o meno, al mondo del cinema. E'iniziata così la quindicesima edizione del festival Gezmataz a Genova giovedì 19 luglio con un' Arena del mare gremita di fans di Bill Frisell, alla fine contenti ma con un pizzico di rimpianto per quello che tre maestri come il chitarrista, il batterista Rudy Royston ed il contrabbassista Thomas Morgan avrebbero potuto esprimere in diverso contesto.

Ma stavolta la partita è questa, il progetto "When you wish upon a star", che dal vivo diventa una vetrina per le estese ottave di Petra Haden, figlia del grande Charlie, con un gruppo che la supporta con creatività, ma senza particolari guizzi improvvisativi, nell'excursus attraverso una piccola parte del patrimonio cine musicale mondiale. Il pregio maggiore dell'operazione risiede forse nella capacità di Frisell e soci di ricostruire, in una dimensione volutamente rarefatta ed emotivamente pacata, classici delle colonne sonore costruiti in origine con sontuosi arrangiamenti orchestrali.

Qui tutto è evocato da pochi accordi, un loop della chitarra, un solo del contrabbasso di Morgan ed il drumming mai invadente di Royston. E naturalmente dalla splendida voce della Haden che, dal centro del palco, coinvolge la platea nel gioco della memoria a chi indovina più titoli, spaziando dall' Henry Mancini dell'iniziale "Moon river", al Nino Rota di "The Godfather" fino al Morricone di "Once upon a time in the west" con la title track e la versione lievemente reggata di "Farewell to Cheyenne".

Presenti in scaletta ovviamente John Berry con "You only live twice" ed il tema di "Goldfinger", le novità rispetto al disco sono una bella versione del classico di Jackson Browne "These days", una "Space oddity" immersa nella bambagia ed il Burt Bacharach di "What the world needs now", tutte canzoni che hanno lasciato il segno anche sul grande schermo.

Finale con il brano che ispira l'intero progetto tratto dal film Pinocchio ed ulteriore bis con il traditional "Shenandoah" titolo originale anche del film del 1965 La valle dell'onore con James Steward. Alla fine resta l'impressione di un grande divertissment per Frisell che se la ride tutto contento dopo un'oretta e mezzo di (tranquilla) musica, lasciando all'immaginazione dei presenti gli altri orizzonti del proprio mondo musicale. 

Andrea Baroni

 
 
 

CHARLES LLOYD AND THE MARVELS AD EMPOLI JAZZ

Post n°4036 pubblicato il 17 Luglio 2018 da pierrde
 

Esasperati dall'interminabile astinenza di grande musica che caratterizza una scena milanese sempre più depressa (altro che la 'Capitale del Jazz' di cui alcuni van parlando), con un'amico abbiamo preso il treno che ci ha portato ad Empoli, inattesa sede di un piccolo e giovane festival diffuso, che peraltro offre un cartellone di tutto rispetto per la rappresentatività della scena internazionale di oggi (vedere per credere: http://www.eventimusicpool.it/festivals/empoli-jazz/. Complimenti all'organizzazione ed al Comune di Empoli, quest'ultimo per la sede di cui si dirà ).

Noi abbiamo scelto la piccola gemma di una data (forse l'unica italiana) di Charles Lloyd and The Marvels. Reduci da recente seduta discografica per una Blue Note che si sta sempre più caratterizzando per la sua attenzione alla scena più comunicativa del momento, i Marvels si sono presentati sulla scala di San Miniato senza la voce di Lucinda Williams.

A dir la verità, l'assenza ha inciso poco dell'equilibrio della band, salvo forse che per la minimizzazione della componente di 'Americana' che era lecito attendersi. Poco male, trattandosi di un'etichetta molto vaga e forse posticcia (la world music del jazz?), una volta tanto partorita oltreoceano e non alle nostre latitudini.

Lloyd ha alle sue spalle un movimentato ed avventuroso passato di volgarizzatore del verbo coltraniano e di carismatico dominatore di folle giovanili in un'epoca in cui queste frequentavano ben poco le platee del jazz. Di questi trascorsi oggi poco è rimasto, sia nell'impostazione strutturale che in quella strumentale.

Del resto, l'organico sottile, con chitarra di Frisell a sostituire il piano, poco si prestava anche ad una sola evocazione della calda eloquenza tipica del Lloyd di fine anni '60 . Infatti la frontline formata da Lloyd e Frisell si è dedicata a tracciare dei sottili, trasparenti acquerelli, in cui il leader si è fatto beffe dei suoi 80 anni suonati (parecchi dei quali poco tranquilli...) sfoggiando un'impeccabile padronanza delle nuances timbriche e dinamiche necessarie a sbozzare queste miniature . Personalmente mi ha sorpreso la modestia con cui Frisell ha messo tra parentesi il suo mirabolante solismo, per mettersi al servizio del gruppo con un supporto di ammirevole sobrietà ed efficacia, che però apportava alla band l'indispensabile componente di un drive discreto, ma incessante e sempre pronto a sbocciare in improvvise, avventurose aperture (forse la traccia più percepibile dei trascorsi carismatici della musica del leader).

La lontananza delle maniere coltraniane avrebbe potuto far presagire un ripiegamento di Lloyd sul lirismo sottile, ma anche un po' monocorde, tipico del suo periodo ECM, da poco conclusosi. Invece il veterano Charles ha dato una bella prova di versatilità con sfumature occasionali di lieve ironia nella scelta di materiali tematici apparentemente lontani dalle sue abituali fonti di ispirazione: è stato cosi per un brano d'apertura che suggeriva sottili debiti con il Warne Marsh più maturo ed intellettuale, e soprattutto con un'inatteso, elegantemente dinoccolato 'Ramblin' che ha portato Lloyd e Frisell sugli scoscesi ed avventurosi sentieri melodici dell'Ornette che mostrava il suo nascosto cuore più antico ed earthy . Molto pregevoli e raffinati anche alcuni articolati e sottili assoli che Lloyd ci ha regalato al flauto.

Ma anche in un acquerello spesso è necessario tracciare linee nitide e decise: a questa necessità provvede il drumming compatto e pieno di Harland, che, assolto questo contributo alla consistenza strutturale del gruppo, ha mostrato poi ammirevole ricchezza di accenti e sfumature, sfociata da ultimo un lungo assolo ammirevole per sobrietà e limpidezza costruttiva (l'Harland sicuro 'architetto di musiche' lo ricordavamo già dal gruppo di Dave Holland): il pubblico ha percepito questa nitida chiarezza premiandola con un'ovazione significativamente

seguita ad un attimo di raccolto, concentrato silenzio, cosa che non accade spesso con gli assoli dei batteristi . Il basso elettrico di Reuben Rogers ha generosamente rinunziato ad un più ampio spazio solistico per creare un riuscito blend timbrico e ritmico con la chitarra di Frisell, donando maggior corpo e slancio al drive di cui si è detto.

Il pubblico che ha riempito la splendida, raccolta Piazza Farinata degli Uberti (uno di quei teatri a cielo aperto di cui era capace la grande cultura architettonica italiana dei secoli scorsi) ha premiato con lungo, convinto applauso la riuscita performance di una band accuratamente calibrata e bilanciata, interprete di un repertorio raffinato e sostanzialmente inatteso.

Franco Riccardi, aka milton56

 

 
 
 

RITORNA BODY AND SOUL

Post n°4035 pubblicato il 16 Luglio 2018 da pierrde
 

Body & Soul
dal 7 luglio al 9 settembre, il sabato e la domenica alle 18.00

Come ogni estate ritorna Body & Soul, la nostra storia disinvolta del jazz. Quest'anno replicheremo l'intero ciclo andato in onda nell'estate del 2016: a partire da sabato 7 luglio e fino a domenica 9 settembre ogni fine settimana proporremo pagine di quella che ci piace immaginare come una piccola enciclopedia portatile del jazz, scomponibile e ricomponibile a piacere in un continuo gioco di rimandi tra la radio e il web dove si possono riascoltare tutte le vecchie puntate. L'attenzione di questo ciclo è puntata sugli strumenti. Ogni sabato, Pino Saulo ospiterà un musicista che racconterà il proprio strumento, tracciandone una traiettoria che inevitabilmente si interseca con la propria vicenda artistica e dandone quindi una visione più intima, più personale, mentre la domenica Claudio Sessa parlerà dello stesso strumento ricostruendone una prospettiva storica e più oggettiva.


Questi gli appuntamenti con la musica più eccitante del mondo. Buon ascolto!


sabato 7 luglio Maurizio Giammarco racconta il sax tenore

domenica 8 luglio Claudio Sessa racconta il sax tenore

sabato 14 luglio Bruno Tommaso racconta il contrabbasso

domenica 15 luglio Claudio Sessa racconta il contrabbasso

sabato 21 luglio Enrico Pieranunzi racconta il pianoforte

domenica 22 luglio Claudio Sessa racconta il pianoforte

sabato 28 luglio Roberto Gatto racconta la batteria

domenica 29 luglio Claudio Sessa racconta la batteria

sabato 4 agosto Enrico Rava racconta la tromba

domenica 5 agosto Claudio Sessa racconta la tromba

sabato 11 agosto Maria Pia De Vito racconta la voce

domenica 12 agosto Claudio Sessa racconta la voce

sabato 18 agosto Giancarlo Schiaffini racconta il trombone

domenica 19 agosto Claudio Sessa racconta il trombone

sabato 25 agosto Eugenio Colombo racconta il sax contralto

domenica 26 agosto Claudio Sessa racconta il sax contralto

sabato 1 settembre Francesco Diodati racconta la chitarra

domenica 2 settembre Claudio Sessa racconta la chitarra

sabato 8 settembre Mario Raja racconta l'orchestra

domenica 9 settembre Claudio Sessa racconta l'orchestra

Ascolta Body & Soul >> 

 
 
 

HUDSON IN RIVA AL CERESIO

Post n°4034 pubblicato il 14 Luglio 2018 da pierrde
 

Chi mi conosce o mi legge sa che per me Estival Jazz, la manifestazione luganese che quest'anno festeggia i 40 anni, è un festival da bollino nero per qualsiasi appassionato di musica jazz.

Due i motivi principali. Il primo sta nella deriva che da ormai molti anni i due direttori artistici hanno impresso al festival: dai nomi più prestigiosi e significativi della musica afro americana ad un etno pop di facile presa e di altrettanto facile dimenticanza. 

D'altronde basterebbe leggere il libretto stampato per questa edizione e scorrere i nomi che dal 1977 hanno calcato il palcoscenico di Piazza della Riforma. Credo si tratti di un formidabile autogol da parte di Jacky Marty e soci, si è passati infatti da Miles Davis ai New Trolls o, per rimanere sull'attualità di quest'anno, da Keith Jarrett a Renzo Arbore.

Il secondo motivo per il quale sconsiglio dal frequentare Estival è lo scarso rispetto (un eufemismo) verso gli appassionati. La piazza infatti è praticamente occupata per tre quarti da transenne che delimitano lo spazio per i vip a vario titolo, che naturalmente si presentano a concerto iniziato, chiacchierano amabilmente tra loro, salvo poi applaudire freneticamente a fine brano. Non parliamo poi dei clienti dei ristoranti che fiancheggiano la piazza: apertamente disinteressati all'ascolto, si dilettano nel rendere impossibile fruire del motivo principale per il quale, in teoria, si è li sulla piazza, in piedi, scomodi e purtroppo rassegnati.

Ci sono poi tutti gli effetti collaterali dei concerti gratuiti: folle di passaggio del tutto poco interessate alla musica, voci alte, rumori di gozzoviglie e altre piacevolezze tipiche di situazioni simili.

Insomma, molto meglio stare a casa. Ma dopo tanti anni in cui ho messo in pratica il mio stesso consiglio, venerdi' ho ceduto alle insistenze di amici, e, contando sul fatto che i gruppi jazz vengono fatti esibile in primissima serata (ovvio, la festa vera comincia dopo, quindi prima ci salviamo la faccia con l'opinione pubblica (ahahahah, ma quale ? ) e poi finalmente ci divertiamo con salsa, merengue e i cori russi (il noto cantautore qui aggiungeva il free jazz ed il punk inglese...).

Sta di fatto che in programma c'era il nuovo gruppo di Jack De Johnette, Hudson, come l'album uscito un anno fa, e come la vallata in riva al fiume omonimo dove abitano i quattro musicisti.

Rispetto all'album Scott Colley ha preso il posto di Larry Grenadier, ma nulla è cambiato nella proposta musicale: un funky blues ricchissimo di groove, con una spinta indiavolata della sezione ritmica a sostenere i voli pindarici di John Medeski alle tastiere e John Scofiled alla chitarra.

Repertorio costituito, come sull'album, da alcuni classici del rock anni sessanta (Dylan, Hendrix, Mitchell) e da originals da parte dei componenti del gruppo. Sentito anche il leader in veste di cantante, molto dignitoso, ma rimane molto piu' impresso il beat scatenato e l'energia profusa che smentisce i 76 anni registrati all'anagrafe da De Johnette.

Quattro maestri del rispettivo strumento, indubbiamente, ed un concerto che ha confermato le qualità dell'album. Tuttavia....tuttavia almeno a mio parere non si tratta certo del gruppo più significativo messo in piedi nella sua lunga carriera da De Johnette. Non ci sono gli impasti sonori ne gli arrangiamenti ricercati delle Special Edition, tanto per fare un paragone piuttosto distante nel tempo.

La mia  impressione è che il leader abbia preferito un progetto dal successo sicuro e dall'impatto sonoro decisamente impressionante piuttosto che scavare alla ricerca di qualcosa di inudito o di inaudito. Tant'è che, per quanto apprezzi i funambolismi di Medesky sia all'Hammond che al Fender Rhodes, il brano più convincente, l'ultimo in programma (Woodstock), ci ha fatto aprezzare il pianista in veste acustica gettando una luce completamente diversa sulle possibilità inespresse del gruppo.

Successo pieno comunque, applausi convinti sia dai vip seduti che dai peones accaldati e all'impiedi, e poi rapida fuga verso casa prima che si scatenino le danze !    

 
 
 

PUBBLICO DI IERI, PUBBLICO DI OGGI

Post n°4033 pubblicato il 14 Luglio 2018 da pierrde
 

E' ormai destino che io diventi il chiosatore ufficiale del collega Dell'Ava. Ma il suo recente post, nel quale si riportano lapidariamente le dichiarazioni di Carlo Pagnotta sulle metamorfosi del pubblico di Umbria Jazz mi sembra meritevole di ulteriori, espliciti approfondimenti, da non lasciare all'iniziativa ed all'intuito del lettore.

L'intervista nel suo complesso merita la massima attenzione, non foss'altro per il fatto che a parlare è colui che può a ragione esser definito il 'padre padrone' di Umbria Jazz, con tutte le responsabilità che ne conseguono. Chi ci segue dai tempi di 'Tracce' conosce benissimo la compatta posizione di questa redazione sul corso recente di questa importante e - ai suoi tempi - gloriosa manifestazione: molto significativa quest'unanimità, soprattutto ove si considerino la notevole diversità di inclinazioni e gusti musicali dei vari componenti.

Ma veniamo alle dichiarazioni di Pagnotta sul pubblico - o meglio sui pubblici - di Umbria Jazz. Innanzitutto il patron del festival merita dovuti complimenti. In un periodo in cui in commercio dilaga il cinismo più sfacciato e protervo, vedere qualcuno che si preoccupa di coccolare i suoi consumatori è cosa che scalda il cuore. Intendiamoci: questa attenzione è indubbiamente doverosa nei riguardi di un pubblico che mette mano alla carta di credito 'oro' per acquistare i biglietti da 50/80 euro che consentono di ascoltare le Lady Gaga ed i Mika in una arena estiva scoperta, in balia degli incerti metereologici.

Non siamo meschini, e quindi sorvoliamo sul fatto che questi spettacoli di gran rilievo commerciale finiscono di fatto per esser cofinanziati dalla mano pubblica attraverso un recente riconoscimento di rilievo culturale nazionale, che sarebbe stato giusto ed anzi doveroso (soprattutto considerate le rilevanti ricadute economiche) se non fosse arrivato 'alla memoria' di quel Umbria Jazz è stata  nei suoi primi decenni, un unicum culturale  di prima grandezza (e che è stato rapidamente riconosciuto come tale all'estero e soprattutto negli States e dalla comunità jazzistica). Oggi si tratta solo di un rivolo in più in quel fiume che sostiene i cachet certo non modesti delle vedettes che monopolizzano il palco dell'Arena Santa Giuliana. 

Quanto a quest'ultima, è senz'altro vero quel che osserva Pagnotta circa la difficoltà di riempire una struttura che ormai appare un autentico 'monstre' senza ricorrere a celebrità (a volte un po' impolverate...) che fanno facile presa su un pubblico 'generalista'. Da ex frequentatore del festival, però, mi limito a rammentare che di gigantismo spesso si muore e che non più tardi di sei-sette anni fa (già in piena crisi, dunque), ricordo di aver visto sfilare su quel palco Sonny Rollins, Herbie Hancock ed altri musicisti sulle cui credenziali artistiche e di continuità con una certa tradizione musicale nulla era possibile eccepire: non ricordo viceversa di aver notato posti vuoti, nemmeno sulle 'gradinate'.

Viceversa, nell'edizione di quest'anno siamo giunti alla paradossale conseguenza che di jazz di qualsiasi caratura e livello se ne ascolta proprio pochino, a parte Quincy Jones (che forse si sarebbe divertito di più con una delle bistrattate, ma collaudate big band italiane....). La cosa più dignitosa sul piano artistico rimane la serata brasiliana, che accanto ad un carioca autentico di grandissima levatura ne appare un altro... come dire? "postito"? su cui volentieri sorvoliamo con un sorriso. 

Nonostante le passate delusioni ed il crescente sconforto, tuttavia anche quest'anno ho esaminato programma e relativo listino prezzi del festival. Scartati i concerti di Santa Giuliana (non siamo all'altezza di comprendere le ardite contaminazioni che lì vanno in scena a beneficio del pubblico 'gold'...), qualcosa di interessante ed intrigante si nota, ma rigorosamente segregato e ghettizzato nella pur esteticamente  splendida cornice del Teatro Morlacchi.

Da ex frequentatore di questa mirabile Scala in miniatura, posso tranquillamente affermare che andare ad ascoltare un concerto in un pomeriggio di luglio in questa splendida 'bomboniera' priva di aria condizionata è una delle più grandi prove di amore per la musica che uno spettatore possa tributare, immergendosi per due ore in una fornace quasi sempre sovraffollata per capienza limitata. A proposito: ai miei tempi, i biglietti per il Morlacchi andavano acquistati almeno con un mese di anticipo, e non era escluso il rischio di trovarsi relegati in un angusto recesso del teatro.

Quest'anno, viceversa, ho notato che a pochi giorni dal concerto si rilevavano ancora apprezzabili disponibilità di posti in ogni ordine del teatro per il concerto del Vijay Iyer Sextet. Stiamo parlando di una formazione che per miracolosa unanimità della critica è stata riconosciuta come la punta di diamante della scena jazzistica odierna: a tutto onore dell'organizzazione, va altresì notato che il concerto era proposto ad un prezzo più che onesto, considerata la tournee transatlantica di un gruppo che raduna musicisti che singolarmente già risultano molto impegnati.

Si tratta di un strana circostanza su cui il direttore artistico dovrebbe riflettere: a mio avviso è il segnale del fatto che il pubblico 'hard core' di Umbria Jazz, quello 'zoccolo duro' stabile che per decenni ne ha assicurato non solo la sopravvivenza, ma anche il crescente successo, la sta ormai gradualmente disertando, cercando analoghe occasioni di ascolto in contesti meno 'glamour' e sacrificati. Ipotesi da ponderare con molta attenzione, anche da un mero punto di vista commerciale e di immagine.

Commovente è poi la lacrimuccia spesa da Pagnotta per i pubblici degli anni '70, naturalmente più naif, turbolenti e meno acculturati musicalmente rispetto a quelli muniti di carta 'gold' e che esigono le Lady Gaga, i Mika etc.... Tuttavia il nostro Direttore Artistico sorvola sul fatto che i saccopelisti di allora (sprovveduti quanto si vuole, ma che per la musica dormivano all'addiaccio...) hanno poi costituito la spina dorsale di una nuova generazione del pubblico italiano del jazz, consentendogli nei decenni '80 e '90 una fioritura sconosciuta in passato (sugli sviluppi più recenti, anche qui sorvoliamo....).

Quello stesso pubblico che, tenuto a balia dall'Umbria Jazz degli happening in piazza (a cui però jazzmen insospettabili di compiacenze gaglioffe hanno dedicato addirittura degli album....), ha poi sostenuto nei decenni successivi la manifestazione nelle sue edizioni più raffinate e coraggiose, quelle che hanno fatto la sua grande reputazione presso jazzmen di consumata professionalità, che non a caso facevano ben attenzione a presentarsi a Perugia con formazioni in gran spolvero.

Ma tant'è, accontentiamoci pure di una menzione 'alla memoria' per questo pubblico naif che purtroppo si è fermato alla musica da cocktail di Vijay Iyer e compagni, invece di evolversi sino all'altezza delle mirabili 'fusioni' in scena a Santa Giuliana. Tanto più che c'è da ritenere che questo pubblico sempliciotto abbia levato il disturbo da solo, forse per sempre.

Franco Riccardi

 
 
 

SUPERQUARK MUSICA

Post n°4032 pubblicato il 12 Luglio 2018 da pierrde

Subito dopo la tradizionale puntata (di Superquark) parte Superquark Musica, un nuovo programma di Piero Angela in onda sempre su Rai 1 il mercoledi' dalle 23.50 a partire dal 4 luglio. Cinque puntate, per 5 settimane, ciascuna dedicata a una diversa famiglia di strumenti: pianoforte e dintorni; archi; ottoni; ance e strumenti a corda. Per l'occasione Piero Angela sarà nel suo studio con due storici della musica: il Maestro Giovanni Bietti per la musica classica e il giornalista Adriano Mazzoletti, grande esperto e storico del jazz. Con loro spiegherà come sono fatti, come funzionano e che storia hanno questi strumenti.

Ma SuperQuark Musica è anche l'occasione per riproporre in una ideale antologia i migliori incontri realizzati da Piero Angela con i grandi solisti italiani di musica classica e jazz: tra i protagonisti il violinista Uto Ughi (con il suo Stradivari), il violoncellista Mario Brunello, l'arpista Elena Zaniboni, il clavicembalista Enrico Baiano, il chitarrista classico Emanuele Segre, il contrabbassista Franco Petracchi, oltre ai musicisti delle varie sezioni dell'orchestra sinfonica di Santa Cecilia a Roma.

Per il jazz ci saranno grandi solisti come Paolo Fresu, Gianni Basso, Franco Cerri, Francesco Cafiso, Andrea Dulbecco, Alberto Marsico

Fonte: http://www.tvblog.it/post/1549687/superquark-2018-prima-puntata-diretta-anticipazioni?refresh_cens 

Per vedere le prime due puntate:

https://www.raiplay.it/video/2018/06/SuperQuark-Musica-fc0dd65b-d6df-4c7a-b17f-745885d6ecc0.html 

 

 
 
 

HARBIE E LA CRISI DI MEZZA ETA' DI MILES

Post n°4031 pubblicato il 11 Luglio 2018 da pierrde
 

Le vite dei musicisti e dei cantanti sono spesso oggetto di romanzi biografici, film e serie TV. Anche il mondo del fumetto ha dedicato le sue tavole ai miti della musica e, di recente, lo ha fatto con Miles Davis (...)

Tra i musicisti di jazz capaci di produrre uno stile e comunicare una vera e propria visione del mondo, c'è di sicuro Miles Davis. Trombettista, arrangiatore e compositore, Davis è stato un artista dal segno inconfondibile. A lui Lucio Ruvidotti ha dedicato il graphic novel Miles. Assolo a fumetti (Edizioni BD), in cui racconta la sua musica, gli aspetti più estremi e l'esperienza del suo periodo elettrico.

La scelta di Ruvidotti è quella di non raccontare in maniera lineare la vita del musicista, ma di cambiare spesso epoca e scenario. Qualcosa di simile a una improvvisazione, individuando ciò che più di tutto meritava di essere condiviso.

Nel suo fumetto Ruvidotti racconta i tanti aspetti di Miles Davis, quello appassionato di musica e impegnato a creare un suo stile, quello cool e snob attento al modo di vestire, quello ruvido nella vita familiare, quello indebolito dalla droga, quello immensamente curioso che non smette mai di sperimentare.

La tavolozza di colori utilizzata (dal blu del periodo più cupo ai colori fluo della psichedelia) e l'impostazione grafica sono elementi che caratterizzano una varietà stilistica, necessaria per raccontare i cambiamenti che hanno tenuto viva la musica di Davis.

Fonte: https://www.mondofox.it/2018/07/09/musica-a-fumetti-le-vite-di-miles-davis-e-syd-barrett/ 

L'articolo di Tanina Cordaro racconta il libro con passione, ma non è esente da qualche svarione:

A metà degli anni '60 forma una nuova band con Harbie Hancock e altri musicisti neri giovani che lo considerano un ispiratore, una guida. Alla fine degli anni '60, Davis stupisce il mondo della musica fondendo il suo jazz al rock psichedelico. Alcuni associano questo periodo a una crisi di mezza età del musicista e una voglia irrefrenabile di far parte del giro "in" della musica. 

 

 
 
 

Pubblico

Post n°4030 pubblicato il 10 Luglio 2018 da pierrde
 

AAJ: Come è cambiato il pubblico di UJ nei decenni? 

CP: Per rispondere ci vorrebbe un libro. Forse Umbria Jazz è stato un fenomeno di costume ancor prima che un evento culturale. Il pubblico delle prime edizioni, quelle degli anni Settanta, ed il tipo di audience di oggi hanno davvero poco in comune. La manifestazione ha cercato di seguire questi mutamenti, spesso addirittura anticipandoli, cambiando essa stessa. Oggi abbiamo un pubblico più consapevole, esigente, musicalmente colto. I complimenti più belli al pubblico di Umbria Jazz li fanno i musicisti. Ma senza quei ragazzi degli anni Settanta, magari ingenui, talvolta turbolenti, ma anche curiosi di capire quell'oggetto per loro sconosciuto che era il jazz, Umbria Jazz, semplicemente, non sarebbe diventata il fenomeno che è oggi.  

Intervista di Libero Farnè a Carlo Pagnotta

fonte: https://www.allaboutjazz.com/carlo-pagnotta-direttore-artistico-di-umbria-jazs-brad-mehldau-by-libero-farne.php?pg=2 

 
 
 

Duke's Flowers per Ambria Jazz

Post n°4029 pubblicato il 06 Luglio 2018 da pierrde
 

Foto di Marina Magri

Serata d'apertura della decima edizione di Ambria Jazz nell'Auditorium Trabucchi di Castione, con protagonista il gruppo Duke's Flowers di Riccardo Fioravanti, Roberto Cecchetto, Alessandro Rossi e Daniele Raimondi.

Una formazione abbastanza inusuale per effettuare riletture delle pagine ellingtoniane, ma proprio per questo originale ed intrigante quanto basta per ascoltare classici senza tempo e brani meno battuti in una versione oltremodo contemporanea.

Un concerto generoso, con il leader nella doppia veste di bassista e comunicatore, fatto che mi ha lasciato una piacevole dimensione narrativa: ogni brano veniva raccontato nella sua esegesi e nella posizione storica all'interno della sterminata produzione del duo Ellington-Strayhorn. 

Inutile ma comunque doveroso soffermarsi sulle qualità strumentali di Cecchetto, da anni ai vertici della scena nazionale per quanto riguarda il suo strumento. Unica nota dolente, per me arrivato in leggero ritardo, la posizione nella retrovia dell'Auditorium: l'effetto della batteria e del basso elettrico produceva un rombo che rendeva poco distinguibile ogni strumento. Meglio quando i volumi sono calati, come nei due finali Blue Rose e Blue Flowers.

Bis richiesto a gran voce ed ecco Caravan, unico brano che esula dalla scelta di Fioravanti di eseguire brani con il titolo a soggetto floreale. 

 
 
 

IL GALLO E' MORTO

Post n°4028 pubblicato il 06 Luglio 2018 da pierrde

 

 

50 years ago, headliners at the Montreux Jazz Festival were Nina Simone and Bill Evans.

Ted Gioia 

Reuters Showbiz @ReutersShowbizAlice Cooper, Johnny Depp, Joe Perry storm Montreux stage 

https://t.co/SnoJ3nxywG 

Tanti anni fa i Gufi cantavano questa simpatica canzoncina:

Il gallo è morto, il gallo è morto,il gallo è morto il gallo è morto,

non canterà più coccodì e coccodà, non canterà più coccodì e coccodà 

Son staa mì che hoo mazzaa el gall. 
Te see staa tì che t'hee mazzaa el gall? 
El m'ha rott i ball col coccodì e coccodà! 
El m'ha rott i ball col coccodì e coccodà!

Sostituite "gallo" con "jazz" e ...cercate l'assassino !

 
 
 

Polemiche e annullamenti

Post n°4027 pubblicato il 06 Luglio 2018 da pierrde
 

Polemica al Montreal Jazz Festival, appuntamenti storico della città canadese. Quest'anno, tra i vari concerti in cartellone, c'era anche quello Moses Sumney, che ha però deciso di cancellare il suo show, per la presenza in cartellone di "SLAV".

"SLAV", secondo la descrizione, è una "Odissea teatrale basata sulle canzoni degli schiavi", curata da Betty Bonifassi, musicista locale e già nominato al premio Oscar per il suo lavoro nelle colonna sonore cinematografiche. Ma eseguire le canzoni è un cast principalmente composto da bianchi: il tema dell'appropriazione culturale è molto sentito in america, e nella comunità afroamericana in particolare, e Sumney ha voluto dare un segnale:

Non c'è niente di sbagliato nel fatto che i bianchi vogliano raccontare la schiavitù. Il modo in cui viene eseguito in questo spettacolo, tuttavia, è appropriativo, egemonico e neo-imperialistico. Con biglietti da  $ 60- $ 90 avrei tanto preferito vedere i veri americani neri cantare le loro canzoni degli schiavi.

Così oggi il Festival ha comunicato l'annullamento di SLAV, con questa motivazione

Per il Montreal Jazz Festival, l'inclusione e la riconciliazione tra le comunità sono valori essenziale. Assieme all'artista Betty Bonifassi abbiamo preso la decisione consensuale di annullare tutte le esibizioni dello spettacolo al festival.


Fonte: https://www.rockol.it/news-692949/montreal-jazz-festival-annullato-polemiche-show-dedicato-alla 

 

 
 
 

SENTIRSI BENE

Post n°4026 pubblicato il 02 Luglio 2018 da pierrde
 

 

Wynton Marsalis è uno dei trombettisti più famosi al mondo. È una star che riempie le sale dei concerti. Di tanto in tanto chiama Hans Zurbrügg (il fondatore del Berna Jazz Festival), chiedendogli se può suonare per alcuni giorni nel suo piccolo jazz club.

Il motivo per cui una star di questo calibro è disposta a "svendersi", va cercato nell'affinità di pensiero che accomuna Marsalis e Zurbrügg: ambedue sono amanti del buon jazz, quello puro e legato indissolubilmente alla tradizione. I due si sentono in dovere di difenderlo. Rifiutano il jazz elettronico, rock, free o influenzato da generi musicali affini.

swissinfo.ch: Winton Marsalis è molto legato alla tradizione, tuttavia i musicisti con cui collaborava erano degli innovatori nella loro epoca.Per lei, il jazz è musica che non evolve più? O può ancora svilupparsi in una direzione ancora sconosciuta?

H. Z.: Secondo me, la storia del jazz è stata scritta. Ciò non significa che i musicisti jazz di oggi non possano più realizzarsi e sviluppare un loro stile o una loro personalità. Credo che si sia già provato tutto ciò che era possibile.

Fonte: http://www.swissinfo.ch/ita/40esima-edizione-_jazzfestival-di-berna---da-sempre-fedele-alla-tradizione/41329834?rss=true

Il discorso del fondatore del Jazz Festival di Berna non fa una piega. In questa epoca in cui Dio è morto, Marx è morto, il jazz è morto, anche Hans Zurbrugg ha il diritto di non sentirsi troppo bene.....

http://www.thejazzandbluesartbox.com/index.php?id=20&L=3 

 

 
 
 

CARTE DIMENTICATE (COME ERAVAMO)

Post n°4025 pubblicato il 30 Giugno 2018 da pierrde
 

Apro uno borsa inutilizzata da anni, ed ecco cosa spunta da un suo recesso:

Parliamo quindi di venti anni fa, esatti. Apro il pieghevole e scopro il motivo della sua sopravvivenza:

Io ho partecipato a questo Festival, forse l'ultima di varie sortite a Verona. Il depliant innesca i ricordi: il debutto italiano di Matthew Shipp nella splendida cornice di Piazza Dante con i passanti che si fermavano incuriositi, l'impatto delle big band di David Murray, George Russell (!!) e William Parker (anche lui ai suoi primi passi in Italia come bandleader) e via discorrendo. Incredibile a dirsi, mi sembrò un'edizione quasi 'in tono minore' rispetto ad altre precedenti (perdono.... non lo faccio più...).

Mi vengono spontanee delle riflessioni, stimolate dall'inevitabile confronto con il presente.Innanzitutto, una precisazione dedicata ai professionisti di oggi: muovendomi con un mese di anticipo, arrivai come si suol dire 'in curva'. Per conquistare dei posti non troppo remoti sulle gradinate 'non numerate' del Teatro Romano bisognava presentarsi all'ingresso  MUNITI DI BIGLIETTO almeno un'ora prima: si sfilava accanto alla coda di quelli che, non avendolo trovato, speravano in qualche vuoto da rinunce o forfait dell'ultimo minuto.

Il Teatro Romano (en passant, un gioiello di acustica e di bellezza paesistica, soprattutto nelle sere di estate) poteva contenere non meno di un migliaio di persone. Ricordo la riconoscenza con cui si versava un piccolo obolo alla Croce Rossa per ottenere in prestito uno smilzo cuscino che avrebbe attutito l'impatto con la granitica Romanità. Rapportati all'economia del tempo, i prezzi non erano nemmeno molto 'popolari' ("cultura alla portata di tutti? ..... volgare demagogia" già allora si pontificava).

Contesto sociale e culturale circostante? La Verona di fine anni '90 non era certo la Berlino di oggi...... Negli scorsi giorni ho fatto un rapido giro tra i siti web di festival estivi di una certa tradizione: in molti casi, e spesso a meno di un mese dalle loro date tradizionali, ho trovato pagine 'in costruzione', 'in aggiornamento'... . Brutto segno, si sta improvvisando sperando di cogliere qualche imprevista occasione dell'ultimo minuto oppure..... siamo all'equivalente di certi cartelli "chiuso per ferie" che rimangono ad ingiallire sulle saracinesche di alcuni negozi per vari inverni a seguire.

Nella seconda ipotesi, addito il recente esempio di Udine Jazz, che, di fronte alla soppressione annunziata da una vera lista di proscrizione, è 'morto in piedi' ed in pubblico, creando un salutare fracasso (purtroppo molto imprecisamente amplificato anche da certa stampa d'opinione che non è stata capace di andare al fondo del problema).  Non infieriamo con il confronto tra il cartellone del 1998 e certi attuali, che farebbero inarcare il sopracciglio anche ad un navigato gestore di night degli anni '60.

Mi limito solo ad osservare che molti dei musicisti del 1998 sono ancora in attività, tra l'altro con formazioni e 'progetti' (altra parolina su cui sarebbe opportuno concordare una salutare moratoria per qualche annetto...)  di gran lunga meno pesanti ed impegnativi sotto il profilo organizzativo. Le ultime volte che ho visto transitare Murray, Metheny o Ribot dalle nostre parti non ricordo di aver visto sedie vuote..... piuttosto ne ho notato parecchie 'abusive', infilate nei più vari anfratti.

Ma non spariamo sulla Croce Rossa, si cade nel moralismo (e cioè l'etica predicata agli altri.... ex cathedra, superflui ed anzi esibizionisitici gli esempi forniti in prima persona). Facciamoci una domanda: dov'è il pubblico del 1998 che si scomodava con un'ora d'anticipo per inerpicarsi sulle gradinate di un anfiteatro, godendosi nell'oretta di attesa uno splendido  tramonto sull'ansa dell'Adige .... con temperature medie mai inferiori ai 30 gradi? Beh, in buona parte questo pubblico eravamo noi, certo più giovani e più avvezzi agli strapazzi, ma soprattutto più CURIOSI.

Ai miei colleghi ex combattenti e reduci (tempo fa sono stato iscritto d'ufficio alla categoria), ricordo un paio di cose: la fine della meraviglia è l'inizio della vecchiaia. Nel jazz, che oltre ad essere una musica, è anche una visione del mondo, la nostalgia fine a sè stessa, l'esangue calligrafismo  non possono e non devono star di casa. Quello che abbiamo amato in questa musica è quel quid di miraggio intravisto, ma irrealizzato, che contiene nei suoi momenti migliori: un seme destinato per forza di cose a germogliare in mani successive.

Certo ci sono giardinieri più bravi ed altri meno: al riguardo ricordiamo che di qualche fischio non è mai morto nessuno (anzi, a volte hanno conciliato la nascita qualche talento.... anche per sola reazione). Fischiare fa tanto 'borghese in poltrona'? Mi verrebbe da citare un grande critico letterario, che pensa che  in fatto di cultura in Italia la borghesia propriamente detta sia stato un esperimento abortito sul nascere, ma offriamo un' alternativa: starsene a braccia conserte in mezzo a tripudi di folle festanti è altrettanto efficace - se non più - e fa anche tanto 'bon ton', che di questi tempi non guasta.

Siccome sicuramente non si passerà inosservati, argomentare   compiutamente i motivi del disappunto e dell'indifferenza: chiarirà le idee prima a noi e poi agli altri, che spesso si entusiasmano per la bigiotteria farlocca semplicemente perché nessuno si preso la briga di fargli vedere - ed apprezzare - un gioiello vero. Ricordiamo quanto siamo stati fortunati noi a trovare libri, dischi, programmi radio 'giusti' che hanno forgiato ed educato il nostro gusto.

Oggi purtroppo queste opportunità sono scarse (se non inesistenti), e comunque di difficile individuazione: rimettiamo in circolo un po' della nostra fortuna condividendo con altri le risorse di cui noi abbiamo goduto, senza supponenze né alterigie professorali, ma cogliendo le diverse sensibilità e domande altrui verso l'esperienza musicale.  Infine, guardiamoci dall'eterno, decrepito 'nuovismo' italico, che spasima per l'Epifania dell'Inaudito e sistematicamente approda solo all'ennesima replica del Kitsch: per quel che si è detto , abbiamo tutti gli strumenti per riconoscerlo e quindi nessuna scusante.

Il meglio della musica che amiamo è nato da mesi, anni di esperimenti, di false partenze, di abbozzi da rifinire: non pretendiamo il 'capolavoro pret-a-porter' ogni volta che ci sediamo ad ascoltare musica. Impariamo anche a 'riascoltare' in profondità e fuori dall'occasionalità quotidiana: ma questa è materia di prossima omelia....  

Franco Riccardi, alias Milton56

 

 
 
 

66th ANNUAL DOWNBEAT CRITICS POLL WINNERS

Post n°4024 pubblicato il 28 Giugno 2018 da pierrde
 

Il pianista Vijay Iyer,la cantante Cécile McLorin Salvant, la flautista Nicole Mitchell, il trombettista Amir ElSaffar, la direttrice d'orchestra Maria Schneider e l'artista hip-hop Kendrick Lamar sono tra gli artisti di talento che hanno vinto in più categorie nel 66 ° Annual DownBeat International Critics Poll.


Iyer ha vinto nella categoria jazzista dell'anno (un'impresa che ha realizzato anche nel 2012 e nel 2015), e il suo sestetto, che ha pubblicato l'album Far From Over (ECM), ha vinto nella categoria Jazz Group. Prodotto da Manfred Eicher, l'album presenta Iyer (piano, Fender Rhodes), Graham Haynes (cornetta, flicorno, elettronica), Steve Lehman (sassofono contralto), Mark Shim (sax tenore), Stephan Crump (contrabbasso) e Tyshawn Sorey ( batteria).


Salvant trionfa nella categoria  Vocalist femminile, e il suo ambizioso doppio album, Dreams And Daggers (Mack Avenue), è stato votato come Jazz Album of the Year.
Mitchell ha vinto nella categoria Flauto e la sua band Black Earth Ensemble, che ha avuto una formazione fluida e rotante per decenni, ha vinto la categoria Rising Star-Jazz Group. Uno dei collaboratori di lunga data di Mitchell, la violoncellista Tomeka Reid, ha vinto la categoria Rising Star-Miscellaneous Instrument.


Il compositore, trombettista, suonatore di santur e cantante Amir ElSaffar ha vinto in due categorie: Rising Star - Tromba e Rising Star-Arranger. 
Maria Schneider ha vinto la categoria Arranger e la Schneider Orchestra ha vinto la categoria Big Band.


L'artista hip-hop Kendrick Lamar, vincitore di un Grammy, il cui album Damn . (Interscope / Top Dawg Entertainment) ha venduto un milione di copie e gli è valso un premio Pulitzer, ha vinto la categoria Beyond Artist e Beyond Album.


C'e' stato un pari merito nella categoria Rising Star-Jazz Artist, quindi la pianista Kris Davis (nella foto) e il chitarrista Julian Lage condivideranno l'onore come co-vincitori.
Il sondaggio ha anche portato a due nuovi ingressi nella Downbeat Hall of Fame. Ad unirsi al club d'élite ci sono il compositore e sassofonista di 89 anni, Benny Golson, e la pianista e personaggio radiofonico Marian McPartland (1918-2013), che sono stati votati dal Downbeat Veterans Committee.


Tra le composizioni di Golson che sono diventate standard ci sono "Whisper Not", "Killer Joe", "I Remember Clifford" e "Along Came Betty".
Per decenni, Marian McPartland è stata una voce familiare ascoltata nel programma radiofonico NPR Marian McPartlad's Piano Jazz , che presentava interviste e collaborazioni con musicisti ospiti.


"DownBeat è orgogliosa di dare il benvenuto a Benny Golson e alla defunta Marian McPartland nella Hall of Fame", ha dichiarato Bobby Reed, editor di DownBeat. "Golson e McPartland sono entrambi titani i cui contributi al jazz sono incommensurabili. Questi due artisti sono legati dal fatto che entrambi sono apparsi nell'iconica fotografia di Art Kane del 1958 A Great Day In Harlem . Altre due cose che hanno in comune sono una lunga carriera che ha diffuso la popolarità del jazz in tutto il mondo e un corpus di opere che sarà venerato dai fan del jazz per decenni ".


Tra gli altri vincitori del 66 ° sondaggio annuale di DownBeat International Critics figurano Ambrose Akinmusire (Tromba), Mary Halvorson (chitarra), Steve Swallow (basso elettrico), Kurt Elling (cantante maschile), Jacob Garchik (Rising Star-trombone ), Caroline Davis (Rising Star-Alto Saxophone), Ingrid Laubrock (Rising Star-Tenor Saxophone) e Johnathan Blake (Rising Star-Drums).
Di seguito l'elenco completo dei vincitori.

Jazz Artist: Vijay Iyer

Jazz Album: Cécile McLorin SalvantDreams And Daggers (Mack Avenue)

Hall of Fame: Benny Golson and Marian McPartland

Historical Album: Miles Davis & John Coltrane, The Final Tour: The Bootleg Series, Vol. 6 (Columbia/Legacy)

Jazz Group: Vijay Iyer Sextet

Big Band: Maria Schneider Orchestra

Trumpet: Ambrose Akinmusire

Trombone: Wycliffe Gordon

Soprano Saxophone: Jane Ira Bloom

Alto Saxophone: Rudresh Mahanthappa

Tenor Saxophone: Charles Lloyd

Baritone Saxophone: Gary Smulyan

Clarinet: Anat Cohen

Flute: Nicole Mitchell

Piano: Geri Allen (1957-2017)

Keyboard: Robert Glasper

Organ: Dr. Lonnie Smith

Guitar: Mary Halvorson

Bass: Christian McBride

Electric Bass: Steve Swallow

Violin: Regina Carter

Drums: Jack DeJohnette

Percussion: Hamid Drake

Vibraphone: Stefon Harris

Miscellaneous Instrument: Akua Dixon (cello)

Female Vocalist: Cécile McLorin Salvant

Male Vocalist: Kurt Elling

Composer: Muhal Richard Abrams (1930-2017)

Arranger: Maria Schneider

Record Label: ECM

Producer: Manfred Eicher

Blues Artist or Group: Bettye LaVette

Blues Album: Taj Mahal & Keb' Mo', TajMo (Concord)

Beyond Artist or Group: Kendrick Lamar

Beyond Album: Kendrick Lamar, Damn. (Interscope/Top Dawg Entertainment)

Rising Star Categories

Rising Star-Jazz Artist (TIE): Kris Davis and Julian Lage

Rising Star-Jazz Group: Nicole Mitchell's Black Earth Ensemble

Rising Star-Big Band: John Beasley's MONK'estra

Rising Star-Trumpet: Amir ElSaffar

Rising Star-Trombone: Jacob Garchik

Rising Star-Soprano Saxophone: Jimmy Greene

Rising Star-Alto Saxophone: Caroline Davis

Rising Star-Tenor Saxophone: Ingrid Laubrock

Rising Star-Baritone Saxophone: Alex Harding

Rising Star-Clarinet: Matana Roberts

Rising Star-Flute: Rhonda Larson

Rising Star-Piano: Orrin Evans

Rising Star-Keyboard: Elio Villafranca

Rising Star-Organ: Roberta Piket

Rising Star-Guitar: Jakob Bro

Rising Star-Bass: Thomas Morgan

Rising Star-Electric Bass: Mimi Jones

Rising Star-Violin: Scott Tixier

Rising Star-Drums: Johnathan Blake

Rising Star-Percussion: Satoshi Takeishi

Rising Star-Vibraphone: Behn Gillece

Rising Star-Miscellaneous Instrument: Tomeka Reid (cello)

Rising Star-Female Vocalist: Jazzmeia Horn

Rising Star-Male Vocalist: Jamison Ross

Rising Star-Composer: Tyshawn Sorey

Rising Star-Arranger: Amir ElSaffar

Rising Star-Producer: Flying Lotus

 

 

 
 
 
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