Creato da pierrde il 17/12/2005

Mondo Jazz

Il Jazz da Armstrong a Zorn. Notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video.

IL JAZZ SU RADIOTRE

 


 

 

 

mercoledì 19 settembre 2018  alle 20.30

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MUSICAFOSCARI/SAN SERVOLO JAZZ FEST 2017

 

The Claudia Quintet

batteria, John Hollenbeck

sax tenore, clarinetto, Jeremy Viner

fisarmonica, Red Wierenga

vibrafono, Matt Moran

contrabbasso, Adam Hopkins

 

Registrato il 26 ottobre 2017 presso l'Auditorium Santa Margherita, Venezia

 

 

 

 

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JAZZ DAY BY DAY

 

 

L'agenda quotidiana di

concerti rassegne e

festival cliccando qui

 

I PODCAST DELLA RAI

Dall'immenso archivio di Radiotre è possibile scaricare i podcast di alcune trasmissioni particolarmente interessanti per gli appassionati di musica nero-americana. On line le puntate del Dottor Djembè di David Riondino e Stefano Bollani. Da poco è possibile anche scaricare le puntate di Battiti, la trasmissione notturna dedicata al jazz , alle musiche nere e a quelle colte. Il tutto cliccando  qui
 

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R.I.P. BIG JAY MCNEELY

Post n°4075 pubblicato il 17 Settembre 2018 da pierrde

E' scomparso Big Jay McNeely (1927-201 8) che ha anticipato gran parte delle sonorità rock 'n'roll nei primi anni cinquanta con il suo sassofono honking & shouting.

È stato anche il soggetto di una delle più belle ed espressive foto della musica jazz che vi ripropongo nel suo splendore.

 
 
 

I percorsi dell’Improvvisatore Involontario

Post n°4074 pubblicato il 16 Settembre 2018 da sandbar
 

 

 

Tre nuove pubblicazioni in contemporanea per il collettivo/associazione Improvvisatore Involontario, una realtà nata nel 2004 per iniziativa del batterista Francesco Cusa (già protagonista qualche mese fa del notevole "From Sun Ra to Donald Trump", con Atti, Graziano ed Evangelista) e dei chitarristi Paolo Sorge e Carlo Natoli, che  da Catania si è affermata sul panorama nazionale ed internazionale offrendo strumenti diretti ed innovativi per la produzione e distribuzione di proposte musicali nel segno dell’eclettismo e di una irrequieta curiosità. Oltre a dare sviluppo alla principale creatura di casa, l’orchestra d’improvvisazione Naked Musicians diretta da Cusa, l’associazione, nel corso degli anni, ha offerto ospitalità ad un discreto numero di progetti che costituiscono oggi un significativo campionario del sottobosco del jazz nazionale. Le recenti uscite, a nome del Glenn Ferris Italian Quintet, del Late sense Quartet e del S.d.b. project, arricchiscono il catalogo con opere che si collocano fra la tradizione e l’innovazione, e testimoniano la vitalità di una musica che, fra mille stenti e problemi, si ostina caparbiamente ad essere suonata e divulgata. Beninteso, non siamo al cospetto di capolavori sconvolgenti o di capitoli imperdibili della storia del genere, ma di opere che manifestano progettualità, amore artigianale e non sono prive di alcuni guizzi di creativa follia nella propria realizzazione. Insomma, quello che può convincere l’appassionato a dedicare un ascolto non prevenuto. Dei tre il lavoro più accattivante e comunicativo è quello del quintetto italiano (Mirco Mariottini al clarinetto, Giulio Stracciati alla chitarra, Franco Fabbrini al basso e Paolo Corsi alla batteria)  del trombonista statunitense Glenn Ferris, uno che in carriera ha spaziato da Frank Zappa a Tim Buckley e da Stevie Wonder a James Taylor, e che qui mette il proprio estro compositivo e le note ironiche e profonde del proprio trombone al servizio di una musica dalla forte componente ritmica (subito evidente nella title track “Animal Love”,  imbastita su un robusto groove) , ma non priva di sfumature e profondità, evidenziate in particolare dall’originale impasto timbrico fra i due fiati e la chitarra bluesy di Stracciati, in evidenza nell’unica cover del disco, una versione straziante di “St James Infirmary”. Da segnalare anche le due composizioni originali di Mariottini “Five in China”, sospesa in un intrigante mistero strumentale, ed il tema arioso di “W Ernest” a firma del bassista Franco Fabbrini. La presenza del trombone in veste di ospite di  Massimo Morganti costituisce il motivo di collegamento con “Meetings….” esordio del Late sense quartet (Gaetano Santoro al sax, Edoardo Ponzi al vibrafono e marimba, Francesco Marchetti al basso e Mauro Cimarra alla batteria). Il quartetto cavalca il confine fra una solida impostazione bop e forme maggiormente propense ad un linguaggio libero, omaggiando Bill Evans con le cover di “Interplay” e “Nardis” entrambe riarrangiate dal batterista Cimarra, e dando il meglio nei pezzi a tempo lento come “Ballad for my Valentine” e “Come una rima semplice” dove il vibrafono crea una spazialità di fondo ideale per gli assorti dialoghi fra gli strumenti a fiato. Non mancano pezzi più movimentati come “Broken blue” o l’arrembante ghost track che chiude il disco, né si fa a meno di quel pizzico di elettronica a cura di N2B , chiunque o qualunque cosa sia, che spezia ulteriormente una proposta ricca di tanti umori diversi. Un solo di pianoforte introduce invece “Red and blue”, opera di un quartetto diretto dal giovane, ma già ricco di esperienze, contrabbassista Simone Di Benedetto, che viene affiancato dal sax alto e clarinetto di Achille Succi, dal pianoforte di Giulio Stermieri e dalla batteria di Andrea Burani. In programma un ampio catalogo di influenze e suggestioni che si combinano in una dimensione paritaria fra i quattro musicisti: si alternano echi di Ornette (“The big wuedra in the sky” e “Bei denti ‘sto demone”), spunti di provenienza nordica ed accostamenti classici, dialoghi improvvisati e l’ estroversa comunicativa della title track, a sottolineare l’ attenzione per le componenti tematiche e melodiche. Una prova in raro equilibrio fra scrittura ed improvvisazione, dove la dinamica collettiva lascia spazio ad incisive performance in solo del leader, dei fiati di Succi e del pianoforte di Stermieri che  imprimono carattere ed incisività alle articolate composizioni di Di Benedetto. Un lavoro ed un gruppo da non trascurare.

Andrea Baroni

 

 
 
 

E PROVARE CON IL SILENZIO ?

Post n°4073 pubblicato il 15 Settembre 2018 da pierrde

Il ristorante vegano Kajitsu nel quartiere di Murray Hill a New York © Melissa Hom 

Io amo il vostro cibo,  adoro questo ristorante, ma non sopporto la musica che mettete. Chi l'ha scelta? Chi ha deciso di mettere insieme una simile accozzaglia? Lasciate che ci pensi io. Perché il vostro cibo è buono quanto è bella la villa imperiale di Katsura (palazzo millenario di Kyoto, ndr), mentre la musica del vostro ristorante sembra quella della Trump Tower 

R.Sakamoto

Minata ogni giorno dalle playlist indotte dallo streaming e dalla muzak dei non-luoghi, la nostra capacità di immaginare o evadere attraverso la musica sta scomparendo. I paesaggi sonori che danno forma acustica ai nostri stati mentali svaniscono nonappena mettiamo piede in un qualsiasi negozio, centro commerciale, ristorante, spazzati via dagli algoritmi e dal cattivo gusto. Ma, finalmente, la voce di un musicista e compositore autorevole come Ryuichi Sakamoto si è sollevata per dire basta.


Assiduo frequentatore di Kajitsu, un ristorante giapponese vegan di Manhattan a pochi isolati dalla sua abitazione, Sakamoto lo scorso febbraio ha comunicato al cuoco del locale il fastidio di dover ascoltare pessima musica di sottofondo durante il pasto. Il problema non era tanto il volume alto, quanto la selezione a suo avviso scriteriata. L'artista si è quindi proposto di curarla lui stesso, gratuitamente, pur di sentirsi a suo agio. Accolta la richiesta, il maestro ha creato una playlist per il ristorante, e da quel momento ne è diventata la colonna sonora.

Fonte: https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/playlist-ristorante-ryuichi-sakamoto

 
 
 

POVERI NOI

Post n°4072 pubblicato il 14 Settembre 2018 da pierrde

Che musica ascoltano i ricchi americani ? Una risposta viene da una inchiesta che si può leggere su Moneyish.com, e che divide in fasce di reddito i gusti musicali dei più abbienti. Ecco qui il risultato:

How much income each type of music lover rakes in:
· Classical - $114,000
· Electronic - $92,000
· Rap/Hip-hop - $69,000
· '80s/'90s - $67,000
· Hard rock - $65,000
· Pop/Top 40 - $61,000
· Country - $58,000 

Come si può notare il jazzofilo non rientra in nessuna fascia di reddito presa in considerazione, di conseguenza non rimane che immaginare il jazzfan americano come un poveraccio che si arrabatta per arrivare a fine mese, magari rinunciando a qualche concerto...Ma sarà vero ?

P.S. per quanto mi riguarda il mio reddito non arriva neppure alla metà di un country fan americano....

Link: https://moneyish.com/ish/rich-people-are-way-more-likely-to-listen-to-this-type-of-music/amp/  

 
 
 

ANTHONY BRAXTON: FORCES IN MOTION

Post n°4071 pubblicato il 13 Settembre 2018 da pierrde
 

"Forces in Motion: Anthony Braxton and the Meta-reality of Creative Music"Graham Lock412 pgs.Dover Publications (2018) 

Chiunque ami il lavoro del sassofonista e compositore Anthony Braxton , 73 anni, sa che la sua carriera musicale è stata oggetto di numerosi libri. La più antica opera sul lavoro di Braxton, Forces in Motion , venne pubblicata la prima volta nel 1988. Ora riceve una nuova edizione riveduta e corretta nell'anniversario dei 30 anni dalla prima stampa. Questo libro è nato dal monitoraggio fatto nel 1985 dall'autore, Graham Lock, che ha seguito un tour di undici giorni in Gran Bretagna del quartetto di Braxton - all'epoca con Marilyn Crispell, Mark Dresser e Gerry Hemingway.  
Dietro le quinte, interviste, critiche e note di concerti costituiscono il nucleo del libro, dimostrando di essere un testamento interessante per un periodo chiave nella carriera di Braxton, oltre a rappresentare un'opportunità per conoscerlo in contesti e momenti più informali, dalla musica, agli scacchi all'astrologia. 
Questa nuova edizione è arricchita di un nuovo capitolo, frutto delle successive conversazioni di Lock con il musicista. Infine, il sottotitolo dell'edizione datata 1985, "The Music and Thoughts of Anthony Braxton" è diventato "Anthony Braxton and the Meta-reality of Creative Music".

Ecco un passaggio estrapolato dal libro :

Lock: "Let's finish today with Ornette Coleman."


Braxton: "Mr Coleman... his work was a landmark for me. In grammar school I had two friends, Pierre and Tommy Evans, they lived about two blocks away, and one day - I had been well into my Desmond records in this period - one day I went with Tommy over to their house and. Mr Evans, he was like one of the guys in the neighbourhood who listened to jazz, not hip but maybe hip, a nice man, though, he knew about the music, he told me, look, take this record home, this is where the music's going, you listen to this.

The record was The Shape of Jazz to Come. I put it on - G-o-o-o-o-d-d-dd-a-a-a-a-m-m-m-m!!! Thissaxophonist!!!... I mean, he doesn't sound like Desmond, this is not a Desmond sound, this isn't where the music's going! There must be some mistake! I took the record back - Mr Evans, please, that was the strangest shit I ever heard in my life. Then, over the next couple of weeks - Wow! That was a strange record! Let me borrow it again. I put it on - hmm, this is not music, it's just not music.

I took it back. The next week I'd be listening again - hmm! His compositions Lonely Woman and Peace were on that record, so it was like - Wow, this is really beautiful, I've never heard compositions like this. And the solos Ornette took on that record were so special."  

 
 
 

SIAMO AVANTI CULTURALMENTE...

Post n°4070 pubblicato il 12 Settembre 2018 da pierrde

Via Orefici, la stella di Lucio Dalla coperta dai dehors
„L'angolo del centro di Bologna che celebra il grande jazz merita "più attenzione"."

"I quattro tavolini e le 12 sedie proprio sulla stella di Lucio (Dalla, ndr) mi fanno sempre incazzare e tutte le volte che passo le faccio spostare, anche i commercianti dovrebbero capire"."

"Il fatto che questi ragazzi (lo Stato sociale, ndr) vengano ci riempie di gioia- rivendica la scelta Alberti- perché lo spettacolo è anche mescolare le carte e contaminazione". In altre parole: "Se si è avanti culturalmente si capiscono le cose, altrimenti- sbotta Alberti- si scrivono puttanate sui social". Per l'organizzatore del festival, poi, basta la risposta data dalla band stessa: "Sono stati geniali, dicendo- riporta Alberti- di essere talmente jazz da non avere un'opinione in proposito..."."
Potrebbe interessarti: http://www.bolognatoday.it/cronaca/VIA-OREFICI-STELLA-DALLA-DEHOR.HTML

 

 
 
 

STEVE LEHMAN SU RADIOTRE

Post n°4069 pubblicato il 10 Settembre 2018 da juliensorel2018
 

Facciamo un po’ di servizio pubblico, visto che la promessa newsletter con la programmazione jazzistica del canale latita già dopo il primo invio.

Mercoledì sera 12 settembre, ore 20:30 (come al solito indicative, nel senso del ritardo), andrà in onda su RadioTre la registrazione di un concerto live del gruppo di Steve Lehman, effettuata lo scorso 29 ottobre 2017 presso l’Auditorium Santa Margherita di Venezia, nell’ambito di Musicafoscari/San Servolo Jazz 2017.

L’occasione è ghiotta, perché consentirà anche ai dubbiosi ed agli incerti di farsi un’idea di Selbeyonè, uno dei progetti a mio avviso più validi e stimolanti ascoltati negli ultimi mesi: ascolto particolarmente raccomandato a tutti coloro che guardano con scetticismo alla confluenza in un alveo squisitamente jazzistico delle ‘musiche di strada’, e ciò al di fuori di superficiali ed esteriori giustapposizioni. La formazione è quasi la stessa dell’ottimo disco PI Recording dell’anno scorso, e cioè:

STEVE LEHMAN, sax alto

JACOB RICHARDS, batteria

DREWGRESS, basso

CARLOS HOMS, tastiere

GASTON BANDIMIC, rap

HPRIZM, rap

MACIEK LASSERRE, sax soprano

 

Franco Riccardi

 

 
 
 

CALDE NOTTI A FANO 3: BUONE VIBRAZIONI PER TUTTI

Post n°4068 pubblicato il 08 Settembre 2018 da pierrde
 

Foto Maurizio Tagliatesta

Continuiamo a rendere giustizia a questo riuscito Festival, che, pur lontano da strepiti mediatici, ha saputo offrire un cartellone che spiccava vistosamente nel panorama italiano di quest'estate per curiosità, equilibrio e qualità. Del resto, vent'anni di storia non sono trascorsi invano e molti semi sparsi nel tempo sono ben germinati: in primis un solido rapporto con le autorità locali, che ha consentito a Fano Jazz di godere di locations non solo quanto mai suggestive dal punto di vista ambientale e monumentale, ma anche ideali per i diversi tipi di proposte musicali avanzate dal Festival.

Va tra l'altro osservato che, se non ci si fosse messa di mezzo la sfortuna, il programma di Fano Jazz avrebbe potuto esser ancora più attraente con delle occasioni di ascolto pressocchè uniche nel panorama dell'estate jazzistica italiana. Infatti è stato purtroppo annullato il concerto del trio di James Brandon Lewis, che ha ahimè cancellato l'intera tournee europea: si è perduta così un'occasione rara di toccare con mano il calore e l'energia di una piccola formazione che, insieme a quelle 'parallele' del dioscuro JD Allen, sembra ormai tracciare una precisa e ben caratterizzata nuova linea evolutiva del sax tenore. A mo' di consolazione, segnalo che Brandon Lewis ci risarcirà comparendo prossimamente a Sant'Anna Arresi (che il Grande Spirito della Musica ci conservi anche questo gioiello, prossimamente su questi schermi), accompagnato in duo da quel formidabile batterista che è Chad Taylor: occasione assolutamente imperdibile, soprattutto per chi è stato stregato da "Radiant Imprints", che sin d'ora si annunzia uno dei migliori dischi apparsi quest'anno.

Purtroppo anche dei molto attesi Go Go Penguin è pervenuta nello stesso pomeriggio del concerto solo una istantanea che li ritraeva sconsolati a bivaccare nell'aeroporto di Monaco paralizzato da un allarme sicurezza: è rimasto quindi nell'aria l'interrogativo circa l'apparizione di possibili eredi del molto rimpianto Esbjorn Svensson Trio. I Go Go hanno comunque solennemente promesso al Direttore Artistico, per un attimo immalinconito ("è la terza volta che mi scappano...."), che l'estate prossima si rimedia senza meno.

Si diceva di grande varietà di proposte: infatti al rovente e corposo James Brandon Lewis si è sostituita la raffinata e delicata "Romaria" di Andy Sheppard, paracadutata in soccorso con pochi giorni di preavviso, tant'è vero che ha dovuto ricorrere al proteiforme e camaleontico Michele Rabbia alle percussioni. Un passaggio dal giorno alla notte: le sottili, quasi impalpabili filigrane timbriche e melodiche che rappresentano la cifra del gruppo hanno dato luogo ad un set di insistita linearità e sottigliezza, che a mio avviso però non trova la sua dimensione ideale nel palco di un festival estivo, che esige proposte un po' più caratterizzate nel senso del drive e dell'incisività.

En passant, questo set un po' 'al ralenti' mi ha fatto sorgere qualche interrogativo sulla tenuta in ambito 'live' di molte musiche di pura scuola ECM, cui 'Romaria' di diritto appartiene. All'interno della formazione mi è sembrato di percepire nell'ottimo chitarrista Eivind Aarset qualche impulso di impazienza, qualche sortita che sembrava un po' 'mordere il freno' rispetto al passo del resto della formazione, che forse avrebbe potuto anche meglio sfruttare la notevole creatività e versatilità di Michele Rabbia (che in altro contesto a Fano ha brillato da par suo).

Stanley Clarke. Disclaimer personale e preventivo: la Fusion non è mai stata 'my cup of tea', nemmeno nel suo momento di maggior fulgore a metà anni '70. Un manipolo di precursori geniali (talvolta oltre il limite della follia, cfr. Pastorius), presto seguiti e sostituiti da una schiera di enfatici officianti che hanno sfornato opere seriali che, avulse dal clima del momento, sono subito avvizzite. Non ho però fatto i conti con la schiera di bassisti e chitarristi dilettanti, tuttora sedotti da certi disinibiti e compiaciuti esibizionismi strumentali, dilettanti che sono calati organizzati ed in massa con i loro pullman gran turismo: tra me gli auguro

buon divertimento e soprattutto di perfezionarsi nell'emulazione del loro modello. Nel chiuso delle loro cantine, però . Che dire delle quasi due ore di kitsch ad alto voltaggio, dispensate da Clarke con divertito ed ammiccante compiacimento: tra uno sbadiglio ed un ronzio ai timpani, mi sono quantomeno servite a ritarare la scala della mia estetica musicale, facendomi rivalutare la non ovvietà e naturalità di molta buona musica, che, a forza di sentire solo quella, ci sembra quasi pericolosamente scontata e non viceversa frutto di precise, determinate scelte ideali ed estetiche, che spesso costano molto care nel music business.

Infatti la plastica anabolizzata di Clarke ha avuto il merito di farmi ascoltare con piacere e sollievo il Devil Quartet di Fresu: abissi di misura e finezza separavano questa musica da quella di Clarke, la formazione poi comprende uno dei miei bassisti preferiti, Paolino Dalla Porta. Ma, pur grato per il sollievo apportato, in tutta franchezza devo osservare che a mio avviso la 'cutting edge' della scena jazzistica italiana è altrove, e lo stesso Fano Jazz ha offerto ampie verifiche a riguardo, sulle quali riferiremo in futura, apposita cronaca.

Del gruppo di Frisell con Petra Haden ha già ampiamente parlato qualche tempo fa il collega Baroni: diciamo che si tratta di una formazione tutta costruita intorno alla bella, ma ancora acerba ed esile voce della Haden. Francamente non c'era bisogno di una ritmica del livello di Thomas Morgan al basso e soprattutto del formidabile Eric Harland alla batteria per procedere al piccolo trotto, passo diligentemente tenuto anche dal leader Frisell, pressocchè irriconoscibile in un palese mood disimpegnato e vacanziero (niente a che vedere con la splendida performance di Empoli al fianco di Charles Lloyd).

Ma la febbre era destinata a risalire sul palco della Rocca la sera del 25 luglio, con l'arrivo del gruppo di Dee Dee Bridgewater che presentava "Memphis", quel che poi si è rivelato un vero e proprio show dedicato agli anni d'oro del soul. La Bridgewater è da anni a casa a Fano, ed il concerto si annunziava sin dalla vigilia come un vero evento cittadino: ovunque occhieggiavano avvisi che segnalavano il "sold out", compresi i posti in piedi aggiunti negli ultimi giorni. L'attesa non è andata minimamente delusa, sin dal primo istante, quando sul palco la Bridgewater, altrove sofisticata jazz singer, è comparsa travestita da autentica 'pantera soul', con tanto di miniabito di strass, acconciatura a riccioli (i suoi?), ed occhiali neri.

Ad accompagnarla una poderosa 'soul machine', con tanto di coriste di supporto (Sharisse Norman e Shontelle Norman-Beatty, anche qui mises perfettamente in linea) , l'imperturbabile Dell Smith che ha dispensato tonnellate di organo Hammond per la gioia degli appassionati (io, per esempio), e la formidabile coppia Charlton Johnson alla chitarra e Barry Campbell al basso elettrico, due hendrixiani di stretta osservanza (bassisti e chitarristi delle cantine, questi dovevate venire a sentire...), Curtis Pulham alla tromba, l'aitante Brian Lockhart al sax (vittima di alcune ironiche provocazioni della leader) e Carlos Sargent alla batteria.

Nelle successive due ore e passa di musica rovente e coinvolgente (dopo pochi minuti nessuno era più seduto), la Bridgewater è riuscita a ricreare nella Rocca la Memphis della sua adolescenza tra gli anni '50 e 60, narrando tra un song e l'altro della sua radio 'all-black' (la prima d'America), delle sue chiese piene di musica, dei suoi attivisti... . Radio Dee Dee - una radio senza controlli di toni e volume - ha fatto scorrere con calore e passione, non scevre da un filo di affettuosa ironia (le parodie delle pose aggressivamente sexy delle dive del soul e delle loro forzate coloriture) i brani più famosi dell'epoca, mobilitando impavidamente e senza risparmio (e con qualche azzardo) i suoi raffinati mezzi vocali.

Il pubblico, già in partenza totalmente complice, ha letteralmente imposto alla cantante ben tre bis, con tanto di richieste notificate al palco a mezzo cartello, con esilaranti scambi di battute tra la Bridgewater ed i fan postulanti ("quel song l'ho registrato quarant'anni fa, Darling, non ricordo bene le parole". Il cartello sventola perentoriamente, e Brigewater di rimando: "Allora facciamo così, Darling, NOI lo suoniamo, e

TU lo canti....". Ma alla fine la cantante si fa strappare l'agognato Stevie Wonder, sia pur vocalizzato sui versi dimenticati). Una stremata, ma felice Dee Dee sceglie di concludere il lungo concerto con una sentita interpretazione di "Purple Rain" di Prince ("dedicata a tutti coloro che hanno perso qualcuno"): ancora una volta si conferma l'intuizione dello scontroso rabdomante Miles, che aveva percepito nel musicista recentemente scomparso una segreta consonanza con la sua ricerca.

Franco Riccardi

 

 

 
 
 

A SONNY, CHE OGGI COMPIE 88 ANNI

Post n°4067 pubblicato il 07 Settembre 2018 da pierrde
 

Lo Hot-Dog era un locale minuscolo, con un bancone e pochi tavoli. Non era molto affollato, per fortuna. Quella sera non avevo voglia di folla. Ma forse in quella nebbiosa sera di domenica i lisbonesi non erano in vena di sentire il jazz. Sulla porta c'era un manifesto con scritto: Il sassofono di Tecs. E poi, sotto: Omaggio a Sonny Rollins.


Mi sistemai a un tavolo d'angolo. Il cameriere arrivò sollecito e mi chiese se volevo mangiare subito o dopo la musica. Dipende da quanto dura la musica, risposi. Sono solo due pezzi, disse lui, stasera la sassofonista fa solo due pezzi, è stanca, ieri era sabato e ha suonato fino alle tre del mattino. Convenni che era meglio mangiare dopo l'audizione e il cameriere mi chiese se volevo un aperitivo. Gradirei un assenzio, dissi. Lui non si scompose minimamente e replicò: con ghiaccio o senza ghiaccio? Perché, chiesi io, l'assenzio si serve anche col ghiaccio? Noi qui sì, disse lui, nel nostro locale si serve col ghiaccio. Senza ghiaccio, dissi tanto per contrariarlo, voglio un assenzio serio, come lo bevevano un tempo.


Il pianoforte e il contrabbasso avevano già  cominciato a fare degli accordi. Il cameriere sparì e le luci si abbassarono. La sassofonista entrò da una porticina laterale e si appoggiò al bancone. Era una donna con i capelli grigi, ma si vedeva che era ancora giovane. A me piacque subito: aveva un'espressione determinata, un volto leggermente marcato dal tempo e gli occhi azzurri. Teneva il sassofono appeso al collo con un cordoncino di cuoio. Appoggiò i gomiti all'indietro sul bancone, si guardò intorno e disse: Stasera faccio un omaggio a Sonny Rollins, solo due pezzi, il primo si chiama "Everything happens to me".


Cominciò a suonare con calma, e poi con più forza. Capii che si trattava di una canzone tradizionale, di una ballad trasformata in jazz. Era romantica e intimistica, con aperture improvvise che Tecs suonava bene. La ascoltai con attenzione, anche se a me personalmente non diceva nulla, ma la ascoltai con attenzione. Quando lei finì ci fu un breve applauso di intenditori, e anch'io applaudii. Le luci si accesero e il cameriere arrivò col mio assenzio. Intervallo, disse, dieci minuti di intervallo, la musicista stasera è stanca. Lo ringraziai e lo fermai con la mano prima che se ne andasse.

Senta, dissi, dovrebbe comunicare alla sassofonista che dopo il secondo pezzo vorrei parlare con lei, se desiderasse cenare con me ne sarei felice, le dica che sono un vecchio amico di Isabel.


Il cameriere si allontanò e le luci si abbassarono nuovamente. Tecs apparve e si piazzò al bancone. Disse prima di cominciare: "Three little words". E cominciò a suonare. Mi sembrò un movimento in quattro quarti, non me ne intendevo, ma era quello che si chiama hard-bop, duro, come si suonava negli anni Sessanta, eppure lei ci metteva un certo swing, con qualcosa di romantico, anche se appena accennato. La gente applaudì e anch'io applaudii. Le luci si accesero. Io mi sistemai il tovagliolo sulle ginocchia e aspettai. Poco dopo Tecs arrivò. Si era messa una camicia azzurra.


Voleva vedermi?, mi chiese. Sono un vecchio amico di Isabel, risposi, vuole cenare con me? Lei si accomodò al tavolo. Cosa sta bevendo?, mi chiese. Parlava con un forte accento inglese. Sto bevendo assenzio, risposi, ma senza ghiaccio, prima ho bevuto una vodka, probabilmente sarà  una mistura micidiale. E cosa vuol mangiare?, mi chiese lei. Uova fritte con pancetta, dissi. Che gliene pare? Mi pare una mistura micidiale, disse lei, ma faccia pure, io prendo un'insalata di gamberetti.


Il cameriere arrivò con un bel sorriso. Ordinammo le uova e l'insalata. Un altoparlante cominciò a diffondere in sordina una musica di sassofono. È ancora lei che suona?, le chiesi. Rispose di sì. È il mio omaggio a Sonny Rollins, disse. Un disco che ho inciso il mese scorso. Quando conobbe Isabel suonava già ?, chiesi io. Lei mi fa andare indietro nel tempo, sospirò Tecs. Ero alle prime armi, facevo l'università  e ogni tanto mi esibivo nella cantina studentesca.

Storia curiosa, replicai, una ragazza inglese che studiava a Lisbona e suonava il sassofono all'università . Americana, corresse Tecs, io sono americana, e poi la mia non è una storia più curiosa di altre, mio padre era ingegnere a Norfolk, e la ditta in cui lavorava gli propose un impiego nei cantieri navali di Lisbona, mia madre desiderava conoscere l'Europa, mio padre accettò e arrivammo in Portogallo, io mi iscrissi alla facoltà  di Scienze, in realtà  sono biologa, ma non ho mai esercitato la professione, a quel tempo studiavo già  il sassofono ma mi vergognavo un po', fu Isabel a scoprire che suonavo e insistette perché mi esibissi alla cantina universitaria per quei ragazzi portoghesi, allora sentire il jazz era una specie di rivoluzione, era la musica di un grande paese democratico, qui in Portogallo il regime sosteneva il Fado, e sosteneva soprattutto una cantante che aveva una bella voce, non lo nego, ma che propaganda le faceva il regime, e lei a sua volta che propaganda faceva al regime, era tremendo.


E Isabel?, chiesi io. Isabel era in un'associazione studentesca, disse Tecs, studenti contro il regime, mi propose che ci entrassi anch'io e io aderii, ma io avevo le spalle coperte dal mio passaporto americano, per me non era così rischioso come per lei, in quell'associazione in realtà  non si faceva niente, si leggevano solo libri di politica proibiti, poco di più, ma Isabel frequentava anche altre persone che non mi presentò, poi per un certo tempo sparì e più tardi seppi che era stata arrestata e che si trovava nella prigione di Caxias, avemmo sue notizie da un secondino che a suo rischio e pericolo venne all'università  e ci portò un biglietto, era un secondino che faceva la fronda, aiutava i prigionieri politici. Tecs tacque e poi riprese: è passato troppo tempo. E poi disse: io intanto andai in America per un certo periodo, e quando tornai mi dissero che Isabel era morta, che si era suicidata in carcere, mi fecero leggere un necrologio apparso sul giornale, è tutto quello che so.


Tacemmo entrambi. Anche il disco era finito. Si sentiva solo il mormorio discreto degli ultimi avventori agli altri tavoli. Sa, Tecs, dissi io, non esiste un certificato di decesso di Isabel, ho frugato negli archivi del Comune. Cosa intende dire?, chiese lei. Solo questo, risposi, che ufficialmente non è mai morta. Ma a me dissero che si era suicidata in carcere, disse Tecs, che aveva ingoiato dei pezzi di vetro. D'accordo, dissi io, si possono raccontare molte cose. Ma io ho visto il suo necrologio sul giornale, replicò lei con convinzione, l'ho visto con i miei occhi.

E lei crede ai giornali?, chiesi, e poi via, un necrologio può averlo fatto chiunque. Questo è vero, ammise Tecs, ma ora lei cosa vuol fare? Mi piacerebbe trovare quel secondino di cui mi parlava prima, dissi io, forse lui potrebbe saperne qualcosa di più, si ricorda il suo nome? Tecs si mise la testa fra le mani. Oddio, disse, una volta lo sapevo, ma è passato tanto tempo. Faccia uno sforzo, la incoraggiai, abbiamo tutta la notte. Tecs mi guardò e scosse il capo. Spiacente, disse, l'ho cancellato dalla memoria, mi ricordo solo che era un capoverdiano. È un po' poco, dissi io, cerchi di fare uno sforzo. Non me lo ricordo più, rispose lei, mi dispiace.

Senta, Tecs, insistetti, quell'uomo per me è importante e lei deve fare uno sforzo, le posso dire che l'assenzio, oltre a una certa eccitazione, da anche una lucidità  eccezionale, che ne direbbe di un bicchiere d'assenzio? Lei sorrise. Non l'ho mai bevuto, si giustificò, non so che effetto mi farà . E poi continuò: comunque non importa, tanto la serata è finita, vada per l'assenzio. Io chiamai il cameriere e mi venne in mente un'altra cosa. Sonny Rollins già  suonava negli anni Sessanta, vero Tecs?, chiesi, è una musica degli anni Sessanta. Lei confermò. Già  all'università  lo suonavo, rispose, è stato uno dei miei maestri. Bene, dissi io, facciamo rimettere il disco.


Ormai nel locale eravamo rimasti solo noi. La musica ricominciò e il cameriere portò l'assenzio. Tecs accese una lunga pipa d'osso e tirò due boccate. Me l'ha regalata un capo indiano, disse, è una pipa che porta fortuna, era un indiano degli Arapaho, vicino all'Arkansas, mi disse che va fumata nei momenti di difficoltà . Il disco riprese a suonare "Everything happens to me". E mentre il sassofono si apriva in un largo fraseggio Tecs mi prese la mano e disse: si chiamava Almeida, era il signor Almeida. Accidenti, dissi io, il Portogallo è pieno di Almeida. Tecs sorrise con un'aria di incoraggiamento. Un Almeida capoverdiano che era secondino a Caxias tanti anni fa, mormorò, se è ancora vivo non le sarà  difficile rintracciarlo, visto che lei frequenta gli archivi del Comune.


Le chiesi se lasciavamo finire il disco. Ormai mi piaceva sentire la canzone fino in fondo. Tecs alzò il bicchiere di assenzio e mi invitò a brindare. A me ne restava qualche goccia. A chi brindiamo?, chiese lei. A Sonny Rollins, risposi, se lo merita. A Sonny, disse Tecs. E poi aggiunse: e alla sua ricerca. 

Antonio Tabucchi

Fonte: https://www.dirittiglobali.it/2012/07/antonio-tabucchi/ 

 
 
 

FACCIAMO(CI) DEL MALE

Post n°4066 pubblicato il 05 Settembre 2018 da pierrde

BOLOGNA - Lo Stato Sociale riceverà il 15settembre a Bologna il «Premio Strada del Jazz 2018« e gli appassionati del genere «insorgono» su Facebook, chiedendosi cosa c'entra con il jazz il gruppo di «Una vita in vacanza». La strada del jazz è via Orefici, nel cuore del centro storico, una sorta di Hollywood Boulevard dove dal 2011 sono state posate stelle di marmo dedicate a grandi artisti che si sono esibiti in città, da Chet Baker a Miles Davis, da Ella Fitzgerald a Dizzy Gillespie, da Duke Ellington a Max Roach,oltre ad una stella speciale per ricordare Lucio Dalla.Quest'anno la stella è dedicata a Charles Mingus e al pianista Marco Di Marco, scomparso lo scorso anno. 

Fonte: https://corrieredibologna.corriere.it/bologna/cultura-spettacoli/18_settembre_05/bologna-la-strada-jazz-premia-stato-sociale-scoppia-polemica-81f79058-b102-11e8-956e-2ea3d2912dfd.shtml 

 
 
 

Lost Charles Mingus live performance set for 5xLP vinyl release

Post n°4065 pubblicato il 04 Settembre 2018 da pierrde

Una registrazione inedita di Charles Mingus che si esibisce con un quintetto alla Strata Concert Gallery di Detroit nel 1973 sarà pubblicata da BBE e 180 Proof il 2 novembre sotto forma di cinque album in vinile.


Registrate dall'etichetta indipendente Strata Records, le sessioni sono state trasmesse dal produttore e conduttore Robert "Bud" Spangler per la radio WDET-FM e presentano Mingus al fianco del batterista Roy Brooks, del trombettista Joe Gardner, del pianista Don Pullen e del sassofonista John Stubblefield.


I "nastri persi" sono stati scoperti dal DJ Amir Abdullah , che negli ultimi anni ha ripubblicato gran parte del succinto e iconico archivio di Strata.


In un'intervista con The Vinyl Factory nel 2013, ha descritto il ruolo del boss di Strata, Kenny Cox nella comunità di Detroit: "Kenny era molto noto come musicista e compositore, quindi se Miles Davis, Charles Mingus o qualche altro jazzista veniva in città, Strata lo registrava e lo trasmetteva in diretta alla radio ".


La track list include classici come "Pithecanthropus Erectus", pubblicato in un album con lo stesso nome nel 1956, insieme a composizioni più recenti come "Orange Was the Color of Her Dress, Then Blue Silk'", che apparirà su Mingus Two nel 1975. Include anche "Dizzy Profile", un valzer mai registrato ufficialmente da Mingus per la versione in studio.


È stato un anno eccezionale per i dischi jazz inediti e "perduti", con John Coltrane e Thelonious Monk su tutti, ma anche questi cinque vinili di Mingus rischiano di trovare posto nelle classifiche di fine anno.

 

Tracklist:

A1 - Pithecanthropus Erectus
B1 - Pithecanthropus Erectus (continued)
C1 - The Man Who Never Sleeps
D1 - Peggy's Blue Skylight
E1 - Introduction by Bud Spangler / Celia
F1 - Celia (continued)
G1 - C Jam Blues
H1 - C Jam Blues (continued)
I1 - Orange Was the Color of Her Dress, Then Blue Silk
J1 - Dizzy Profile

 

 

 
 
 

JAZZ PORNOROMANTICO

Post n°4064 pubblicato il 03 Settembre 2018 da pierrde
 

Come sfida, per una band rock, o pop che dir si voglia, è suggestiva, ma anche

rischiosa. Quasi al termine del tour di «L'amore e la violenza 2», i Baustelle hanno accettato volentieri di sottoporre le loro canzoni pornoromantiche a un trattamento

jazz: mercoledì prossimo, il 5 settembre, saranno all'Anfiteatro romano di Avella (Av) protagonisti di uno dei progetti speciali dell'edizione 2018 di «Pomigliano jazz in Campania» 

Fonte: https://www.ilmattino.it/spettacoli/musica/baustelle_pomiglia_jazz_orchestra

_vacalebre_bianconi-3946650.html 

Non conosco i Baustelle in misura sufficiente da potermi esprimere sulle loro canzoni. Inserirli in un Jazz Festival ha forse, per chi li ha programmati, un sapore "romantico".  Credo che per la stragrande maggioranza degli appassionati si tratti invece di pornografia.

 
 
 

RANDY WESTON R.I.P

Post n°4063 pubblicato il 02 Settembre 2018 da pierrde
 

Jazz pianist Randy Weston left us this morning at age 92. Weston was the ultimate individualist whether at the keyboard (where he was a Monk disciple before almost anyone else) or when moving his jazz career from NY to North Africa. An irreplaceable artist & inspiring role model.

Ted Gioia

Randy Weston, a pianist and composer who devoted more than half a century to the exploration of jazz's deep connection with Africa, died on Saturday at his home in Brooklyn. He was 92.

His death was announced by his wife and business partner, Fatoumata Weston.

Over the course of an extraordinarily long and distinguished career, Weston carried on the pianistic and composerly tradition of Duke Ellington and Thelonious Monk before him. But he was steadfast in a specific sense of mission: he regarded jazz as an extension of African music, from its foundational essence to its living expression. He made this argument not only in eloquent conversation but also in powerful musical terms, often in recent years with his band African Rhythms.

An imposingly tall but soft-spoken man, Weston embodied the connections he espoused. His touch at the piano was emphatically percussive, but also elegant, resonant and clear. He worked with a sophisticated harmonic language often shaded in blue, and in his compositions - like "Hi-Fly" and "Little Niles," which have become standards - he drew an unmistakable line from the African continent to the swinging verities of hard-bop and other strains of modern jazz.

Nate Chinen

 

 

 

 
 
 

BRAXTON PLAYS FOR LOVERS?

Post n°4062 pubblicato il 31 Agosto 2018 da pierrde
 

Nel deserto ferragostano succedono cose strane. Nuovamente a digiuno di musica live, mi aggiravo famelico nelle labirintiche stanze della Grande Discoteca Svedese, quando mi sono imbattuto in questo 'strano oggetto' :

https://open.spotify.com/album/1wchKjajLlm7U5tXLSIIUQ?si=XMh-pmW3SMm1nh9kwgLjmg

D'istinto mi è venuto da sorridere, pensando che di questo passo forse ci possiamo attendere anche un "Braxton plays for Lovers", o quantomeno un suo "Greatest Hits". Facezie a parte, la compilation non è una boutade, ma una raccolta pubblicata da una di quelle etichette inglesi specializzate in ristampe di materiale d'epoca, da tempo inedito. Dobbiamo presumere che l'edizione abbia il pieno avallo del musicista, che del resto ha così messo nuovamente in circolo una selezione delle sue registrazioni Arista della metà degli anni '70: operazione meritoria, visto che si tratta di musica da tempo indisponibile in formato fisico e cui Braxton deve una prima affermazione sulla scena internazionale (en passant, segnalo ai fan di Anthony che gli ineffabili svedesi si sono accaparrati anche l'intera serie degli album Arista completi...).

Qualche riflessione viene spontanea: ormai viene per tutti il momento della 'compilation', persino per una figura appartata ed ammantata di reputazione esoterica come Braxton. Questo è uno dei pochi frutti positivi per noi ascoltatori della corsa all'occupazione di ogni e qualsiasi nicchia di mercato disponibile da tempo in corso tra i giganti della musica liquida.

E dunque cogliamolo, questo strano frutto: con la facilità ed il disimpegno consentito dalla formula dello streaming, profittiamone per riascoltare con l'orecchio di oggi quegli album degli anni '70 che contribuirono alla inossidabile fama di musicista ostico e difficilmente avvicinabile che ancora oggi Braxton si porta dietro presso vaste fasce del pubblico della musica afroamericana.

Non essendo mai stato un suo aficionado, anch'io ho tentato questo riascolto retrospettivo: devo dire che i risultati sono stati piuttosto interessanti e coinvolgenti. Innanzitutto, va detto che gli oltre quarant'anni trascorsi hanno smussato molte delle spigolosità avvertite allora nella musica del chicagoano: direi che parecchie sono nel frattempo quasi inavvertitamente filtrate nel grande fiume del modern mainstream, diventando moneta corrente. Altra cosa che mi ha colpito e che andrebbe rispettosamente fatta rimarcare ai più tenaci detrattori è l'ostinato e metodico confronto costantemente affrontato da Braxton con il grande songbook americano, ciclicamente sfogliato e riletto con serietà ed impegno da un musicista i cui notevoli atout di compositore sono del tutto fuori discussione (al contrario di quelli di altri suoi più celebrati colleghi, che continuano ad infliggerci dimenticabilissimi 'originals'....). Infine, mentre scorrevano le mobilissime e zigzaganti linee di "Creative Orchestra Music 1976" mi è venuto da riflettere sul fatto che Braxton non ha mai cessato di pensare e lavorare in dimensione orchestrale (altro campo a lungo disertato da molti), e che spesso in questo ambito è capace dei suoi risultati più singolari ed affascinanti, tutt'altro che privi di sostanziale comunicativa anche per un ascoltatore munito di media cultura jazzistica; risultati tra l'altro ancor oggi più freschi e stimolanti di tanto algido, monocromo minimalismo che ci giunge dal Nord Europa, tanto per dirlo chiaro.

Quindi concediamo una chance anche a "The Essential Anthony Braxton": quantomeno ci risparmieremo gli sbadigli di tanta offerta festivaliera di queste settimane.

Franco Riccardi

 

 

 
 
 

LA MUSICA COME UN IDRANTE

Post n°4061 pubblicato il 24 Agosto 2018 da pierrde

Berlino Dieci anni fa ci aveva provato Londra: musica classica nelle stazioni della metropolitana, the Tube, per ridurre i comportamenti antisociali.

Niente di meglio delle armonie di Bach, Händel e Mozart per ridurre gli scippi, le aggressioni e il vandalismo sui treni e nei tunnel piastrellati da una linea all'altra. La capitale inglese aveva mutuato l'esperimento della canadese Montreal ma l'idea che la musica calmi gli uomini come le fiere parte da lontano e se ne trova già traccia nei miti di Orfeo e di Arione. 

Adesso Deutsche Bahn (Db) prova a rovesciare il paradigma: la società ferroviaria tedesca vuole provare ad atterrire i gruppetti di tossicodipendenti e spacciatori che traccheggiano presso la stazione della S-Bahn (la metropolitana di superfice) di Hermannstrasse, nel popolare quartiere di Neukölln, diffondendo musica atonale con gli altoparlanti. La musica atonale rimette in discussione le regole della musica occidentale, quella classica come quella popolare, alle quali siamo così abituati. 

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/politica/germania-caccia-i-balordi-dalle-stazioni-musica-atonale-1566722.html?mobile_detect=false 

Decisione assurda per principio e che ben difficilmente approderà a qualche risultato tangibile, ma, nel remoto caso funzionasse, si potrebbe provare a diffondere solo musica di Cecil Taylor in parlamento....

 
 
 
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