Creato da pierrde il 17/12/2005

Mondo Jazz

Il Jazz da Armstrong a Zorn. Notizie, recensioni, personaggi, immagini, suoni e video.

IL JAZZ SU RADIOTRE

 

lunedì 25 giugno 2018 alle 20.30

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ISEO JAZZ 2017 ANTOLOGIA

 

Roberto Ottaviano Trio

sax soprano, Roberto Ottaviano

contrabbasso, Giovanni Maier

batteria, Zeno De Rossi

Registrato il 9 luglio 2017 a Palazzolo sull'Oglio, Palazzo Comunale

 

Pietro Tonolo ElectroMonk

sassofono tenore, Pietro Tonolo

chitarra, Giancarlo Bianchetti

batteria, live electronics, Giovanni Giorgi

Registrato il 16 luglio 2017 a Iseo, Sagrato della Pieve di Sant'Andrea

 

Gipsy Pocket Swing

chitarra, Denis Alessio

chitarra, Matteo D'Amico

violino, Martino Pellegrini

Registrato il 13 luglio 2017 a Iseo, Castello Oldofredi

 

Claudio Angeleri Quartetto

sassofoni, Gabriele Comeglio

pianoforte, Claudio Angeleri

basso elettrico, Marco Esposito

batteria, Luca Bongiovanni

Registrato il 9 luglio 2017 a Palazzolo sull'Oglio, Palazzo Comunale

Nexus settetto con Daniele Cavallanti e Tiziano Tononi

tromba, Alberto Mandarini

sax, Daniele Cavallanti

sax, Francesco Chiapperini

violino, Emanuele Parrini

vibrafono, Pasquale Mirra

contrabbasso, Silvia Bolognesi

batteria, Tiziano Tononi

Registrato il 14 luglio 2017 a Iseo, Sagrato della Pieve di Sant'Andrea

 

Daniela Spalletta Trio

voce, Daniela Spalletta

contrabbasso, Alberto Fidone

batteria, Peppe Tringali

Registrato il 14 luglio 2017 a Iseo, Sagrato della Pieve di Sant'Andrea

 

Zoe Pia Quartet

clarinetto, launeddas, Zoe Pia

basso tuba, Glauco Benedetti

pianoforte, tastiere, kalimba, Roberto De Nittis

batteria, violino, Sebastian Mannutza

Registrato il 15 luglio 2017 a Iseo, Lido di Sassabanek

 

Ada Montellanico Quintet featuring Giovanni Falzone

voce, Ada Montellanico

tromba, Giovanni Falzone

trombone, Filippo Vignato

contrabbasso, Matteo Bortone

batteria, Ermanno Baron

Registrato il 16 luglio 2017 a Iseo, Sagrato della Pieve di Sant'Andrea

 

Tullio De Piscopo Group

pianoforte, Fabio Visocchi

chitarra, Gianluca Silvestri

contrabbasso, Cesare Pizzetti

batteria, Tullio De Piscopo

percussioni, Matteo Mammoliti

Registrato il 15 luglio 2017 a Iseo, Lido di Sassabanek

 

 

 

 

 

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L'agenda quotidiana di

concerti rassegne e

festival cliccando qui

 

I PODCAST DELLA RAI

Dall'immenso archivio di Radiotre č possibile scaricare i podcast di alcune trasmissioni particolarmente interessanti per gli appassionati di musica nero-americana. On line le puntate del Dottor Djembč di David Riondino e Stefano Bollani. Da poco č possibile anche scaricare le puntate di Battiti, la trasmissione notturna dedicata al jazz , alle musiche nere e a quelle colte. Il tutto cliccando  qui
 

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Nove angoli di bellezza

Post n°4020 pubblicato il 23 Giugno 2018 da pierrde
 

Foto di Maurizio Zorzi

La bellezza, almeno in musica, esiste ancora e la riprova è venuta per la gioia di poco più di un centinaio di appassionati venerdi sera a Monticelli Brusati in occasione del Ground Music  Festival.

Di scena gli Agles 9, una formazione scandinava guidata da Martin Kuchen e con l'inserimento della giovane e brava trombettista portoghese Susanna Santos.Poco più di un'ora e un quarto di pura gioia per le orecchie con le composizioni di Kuchen che sanno miscelare con maestria atmosfere libere unite ad un gusto spiccato per la melodia e ai riff ostinati che fanno battere spasmodicamente il piede ed agitare la testa a tutti i presenti.

Un gruppo giovane, ad eccezione del leader e del formidabile trombettista Magnus Broo, che unisce freschezza ed entusiasmo e che mette in mostra spiccate individualità, come il baritonista norvegese Eirik Hegdal.Purtroppo largamente sconosciuti nel nostro paese, quello di venerdi era solo il terzo concerto in Italia dalla nascita della formazione, il gruppo meriterebbe palcoscenici adeguati alla loro forza orchestrale e alla loro lucidità propositiva.

Va però riconosciuto tutto il merito dovuto al Ground Music Festival che sa unire location spettacolari a proposte del tutto inusuali nella stragrande massa di festival italiani accomunati da una avvilente paccotiglia musicale e da una stanca ripetitività dei cartelloni.Fortunati i presenti, quindi, che si sono goduti uno dei migliori concerti di questa estate.

 
 
 

MISSING IN ACTION

Post n°4019 pubblicato il 20 Giugno 2018 da pierrde

Foto di Roberto Polillo, Bergamo 1971

"Qualche giorno fa parlavo con uno studente di sax baritono e ho scoperto con sorpresa che non aveva mai sentito nominare John Surman."

Intervista a Tino Tracanna di Luca Conti su Musica Jazz di questo mese

 
 
 

Ai confini del conosciuto mondo jazz

Post n°4018 pubblicato il 19 Giugno 2018 da sandbar
 

 

Sospetto di suscitare qualche insofferenza alle sensibilità jazzistiche più ortodosse, ma per una volta vorrei concedermi una piccola divagazione per parlare di due dischi che, pur non parlando un idioma strettamente jazz, da questa musica attingono la capacità di mescolare le fonti, la voglia di sperimentare e l’uso della libertà espressiva. E contribuiscono ad alimentare nuove declinazioni all’abusato termine di world music, che significa tutto e niente, ma qui verrebbe da tradurre con autenticità e leggerezza. Gianluigi Trovesi in “Mediterraneamente” sembra incline ad uno di quei riepiloghi o bilanci che periodicamente tutti stiliamo nel corso della nostra vita. Il musicista bergamasco rispolvera il sax alto ed a capo del Quintetto Orobico (Paolo Manzolini, Marco Esposito, Vittorio Marinoni e Fulvio Marasi), allestisce un repertorio che pare un giro a tappe pescate lungo la propria carriera, nella quale figura con orgoglio la militanza come primo sax alto nell’Orchestra ritmica della Rai di Milano. Ci sono due standards eseguiti con piena aderenza filologica agli originali, l’accenno di “Yesterdays” ed “In your own sweet way” di Dave Brubeck, alcuni esempi delle composizioni ricche di cadenze danzabili e di richiami ancestrali di Trovesi come “Gargantella”, dall’arrangiamento riccamente elaborato, o la “Siparietto” già ascoltata in altre incisioni, una “Tammuriata nera” riletta con corposi accenti funk, frammenti di musica antica (La suave melodia”di Andrea Falconieri) ed un classico di Mina come “Le mille bolle blu”. La musica si sparge avvolgente e ritmicamente frastagliata, con qualche serpentina jazz rock (“Carpinese”, “Materiali”), ed un bel gioco di coppia fra l’alto sinuoso del leader e la chitarra acustica di Paolo Manzolini, in un disco che si propone all’ascolto con semplicità ed approccio diretto.

Paolo Fresu è l’unico vero jazzista, insieme a tanti altri ospiti, da Mauro Pagani ad Elena Ledda, Ginevra di Marco, Lucilla Galeazzi e Luisa Cottifogli, di “Argento”, ultima opera di Riccardo Tesi e della sua Banditaliana. La banda è uno dei tesori più o meno sconosciuti della musica italiana contemporanea, un ensemble che ha tracciato una propria via verso la vetta dove si uniscono la tradizione, la canzone popolare ed attuale, folk, jazz e musiche con anima e motivazione dai quattro angoli del mondo. L’organetto di Tesi conduce da anni quest’impresa come fosse una battaglia per la tutela di un patrimonio culturale e musicale a rischio di estinzione, coadiuvato dalla chitarra manuche e dalla limpida voce di Maurizio Geri, dal sax di Claudio Carboni e dalle percussioni di Gigi Biolcati. “Argento” inizia con una scatenata “Anar Passar” cantata in provenzale da Jean Marie Parlotti e sostenuta dal bouzouki di Pagani, prosegue fra suggestivi strumentali con il marchio di casa (“Bradipo Re”), arie popolari,  tanghi, esemplari della forma canzone antica e moderna di Geri (“Napoli”, “Miniera”, “Il Bianco”), l’omaggio a Gianmaria Testa di “Polvere di gesso” con la tromba di Fresu, un canto corale alla “Donna guerriera”. C’è tanto da scoprire dentro “Argento”. Fortunato chi deve ancora fare la conoscenza ed innamorarsi di Banditaliana.

 
 
 

RICHIE BEIRACH - Inborn

Post n°4017 pubblicato il 19 Giugno 2018 da pierrde
 

RICHIE BEIRACH

Inborn

Jazzline/IRD

Prezzo € 21,00

 

Gli anni '80, anche in ambito jazzistico, stanno godendo di un certo sotterraneo recupero, non stiamo

certamente parlando di un decennio "fondamentale" per la storia di questa musica, eppure a guardare quegli anni, quel climax e quella scena, decantata da certi eccessi di sovra e post produzione, ci si imbatte in una messe di lavori eccellenti, come questo doppio CD del 1989 (disponibile anche in sontuosa versione LP 180 gr.) che sciorina una line-up scomponibile dal duo al quintetto con Scofield, Mraz, Nussbaum, Randy e Michael Brecker agli ordini del pianista Richie Beirach, all'epoca 42enne e di casa nei leggendari Clinton Recording Studios di NYC.

Va detto per onestà ciò che nelle corpose note scritte di pugno dal leader si omette, ovvero che tutto il materiale proposto nel CD "Studio" è già stato edito per Triloka nel 1989 sotto il titolo "Some Other Time: a Tribute to Chet Baker" probabilmente il primo omaggio al trombettista dell'Oklahoma morto pochi mesi prima dell'incisione che contiene celebri temi "bakeriani" accanto a composizioni di Beirach suonate (raramente) da Chet, tra cui la più celebre è l'eloquente "Broken Wing". La notte successiva, 18 aprile '89, lo stesso gruppo firma la registrazione contenuta nel CD "Live": un selezionato pubblico di amici e parenti newyorkesi assistono ad un concerto inedito che presenta parte dello stesso materiale accanto a standards da battaglia come "Con Alma" (l'esplosivo Randy sugli scudi), "You Don't know what love is" o "Alone Together", mentre Michael Brecker si fa vivo solo per l'original "Sunday Song" in duo e per la title-track, in quartetto. Lo spumeggiante volume Live coglie una super band nel pieno delle proprie forze ed in alcuni casi (Brecker Bros, Scofield) anche al proprio picco creativo, jazzmen rilassati e in totale controllo per una session che vale l'acquisto anche in caso di possesso del primo disco originale. 

Fabio Chiarini

 (Courtesy Of AudioReview)

 

 

 

 

 
 
 

SPOTIFY, PICCOLA GUIDA CRITICA – SECONDA PARTE

Post n°4016 pubblicato il 17 Giugno 2018 da pierrde
 

 

Riprendiamo il discorso dove lo abbiamo lasciato pochi giorni fa: le 'spine' di Spotifiy, quelle che giustificano questi modesti consigli.

Le ricerche in Spotify. Qui naturalmente cominciano i tasti dolenti. E' ovvio che Spotify abbia adottato per il suo colossale database musicale una struttura congruente con quello che è il suo business di gran lunga prevalente, quello della musica pop di consumo. 

Quindi la chiave di ricerca principale è costituita dall' 'artista leader'  - individuale o collettivo che sia - con buoni risultati (salvo qualche svarione, peraltro facilmente individuabile; peccato per la soppressione di una funzionalità che un tempo consentiva di segnalarli). Segue quella "album",  anche qui con buona funzionalità (ma con un'importante riserva di cui si dirà poi); poi viene il  'record base' costituito dalla canzone/brano singolo (anche qui buone le performance del motore di ricerca, salvo che per gli standards più eseguiti, per cui vengono offerti voluminose estrazioni in cui dopo i primi risultati congruenti ne vengono proposti altri scarsamente attinenti);  scarsa o molto modesta è invece la rilevanza del contributo di sidemen (anche importanti e determinanti ai fini del risultato artistico), affidata alla sezione "partecipa a.." presente nella pagina di ogni artista, che peraltro fornisce risultati puramente indicativi e del tutto frammentarii; infine sono del pressocchè del tutto assenti i dati discografici (date e luogo di incisione, formazioni specie se differenziate all'interno dello stesso album). 

Qui tocchiamo con mano uno dei primi, fondamentali difetti del metodo di archiviazione Spotify, cioè la sua totale astoricità , lacuna non da poco di fronte ad una musica fortemente derivativa e strutturata in visibilissime linee di discendenza ed evoluzione (spesso anche all'interno delle carriere di singoli musicisti).

Ma c'è dell'altro, ahimè.  Come non mi stanco di ripetere, nel jazz l'opera è il disco: nell'era del 78 giri essa si identifica quasi sempre  con il singolo brano, ma a partire dall'avvento del Long Playing essa va in ogni caso rintracciata nell'album.  E qui Spotify ci infligge un altro dispiacere, non da poco: soprattutto per i musicisti di maggior rilievo e celebrità, la Grande Discoteca affianca alle opere effettivamente e storicamente pubblicate sotto il nome dell'artista (e quindi si suppone sotto la sua supervisione ed approvazione), una quantità notevole (in alcuni casi decisamente eccessiva e fastidiosa) di 'compilations' create con i più vari criteri (ammesso che ce ne siano ....), che vengono disinvoltamente mescolate e confuse con le opere originali. In questo guazzabuglio risulta spesso difficile orientarsi anche per appassionati di notevole conoscenza ed esperienza (il sospetto dell'emergere di qualche sconosciuto 'bootleg' o 'live' uscito postumo è sempre in agguato): per quanto riguarda i neofiti, il caos è totale e fonte di disorientamento ed equivoci. 

Come venirne a capo? Cominciamo con qualche espediente pratico. Gli album 'originali' riportano in fondo alla propria pagina l'indicazione del copyright, che rinvia alla casa discografica titolare dei diritti, con indicazione dell'anno di pubblicazione (che spesso però è quello di riedizione, in qualche lodevole caso è indicato anche quello originario). Altra dritta: prestare attenzione alla grafica delle copertine. Quella delle compilations è spesso abbastanza anonima e generica, con immagini abbastanza anacronistiche se riferite al musicista ed all'epoca in cui ha principalmente operato. Almeno per quanto riguarda le 'labels' di maggiore caratura ed individualità, la loro personale 'estetica' che le caratterizza si riflette non solo nella scelta dei musicisti e nel suono, ma anche e soprattutto nella grafica degli album: ad esempio,  quelli Blue Note hanno un'impostazione inconfondibile che, grazie anche alle splendide foto di Wolff, li fanno riconoscere a colpo sicuro. In misura minore questo è vero anche per Impulse, per Atlantic, per Prestige/Riverside, ed anche tra le etichette contemporanee si notano marcate e riconoscibili impostazioni grafiche (ECM, Hat Hut, Smoke, ACT, PI Recordings etc.). 

Ma mi rendo conto che due aleatorii 'trucchetti' non siano sufficienti a districarsi nella meravigliosa, ma caotica ricchezza della Discoteca Svedese. Quindi occorre rivolgersi a risorse esterne al pianeta Spotify, che aiutino chiunque a trovare ciò che vuole e, soprattutto,  ad inquadrare correttamente ciò che ha trovato senza ben conoscerne provenienza e storia.

 A questo punto faccio una scelta radicale, che molti troveranno discutibile: accantono senza riserve il ricorso a libri e manuali, per non parlare di monumentali, esoteriche e sempre controverse discografie. I motivi sono diversi: lo stato molto critico della bibliografia jazzistica italiana, la scarsa reperibilità di opere complete (per di più disponibili in edizioni poco aggiornate oppure di costo veramente elevato), la sommarietà e la rapidissima obsolescenza delle discografie dalle stesse proposte etc. Su questa scelta (che alcuni riterranno degna del Califfo Omar davanti alla Biblioteca di Alessandria) magari ritorneremo in separata sede, è discorso che merita approfondimento.

Anche per ragioni di praticità di consultazione e di efficacia di ricerca, rivolgiamoci alle risorse del Web. "Wikipedia", penserete voi: "anche, ma c'è di meglio" rispondo io. Mi riferisco a questo:

https://www.allmusic.com/

Il motore di ricerca di All Music, specie se attivato sul musicista, fornisce schede informative di tutto rispetto, con profili biografici sintetici ma ben costruiti, e soprattutto, discografie (corredate quasi sempre di immagini delle copertine) che hanno un grado di copertura e completezza veramente rimarchevoli (quasi paragonabili a quelli dell'indimenticabile "Penguin Guide to Jazz on CD" dei rimpianti Cook & Morton). Inoltre molti dischi sono accompagnati da brevi, ma informate recensioni, purtroppo dovute alla penna di solo due/tre autori. Lascio a voi il piacere di scoprire altre mirabilia offerte da All Music.    

Altra risorsa che potrebbe venire utile nel caso volessimo procurarci il disco fisico di un 'album del cuore' incontrato in Spotify, specie se datato e di dubbia reperibilità, è Discogs:

https://www.discogs.com/

Oltre alla sua ovvia funzione di mercatino dell'usato e del raro, anche Discogs fornisce dettagliati dati discografici relativi alle varie edizioni di un album, con formati, date etc. Qui però l'attenzione è per ovvii motivi centrata sull' 'oggetto disco', si danno per conosciute formazioni, date di registrazione, per tacere di profili critici, del tutto assenti.

Ma ritorniamo - questa volta meglio equipaggiati - sul pianeta Spotify. Quando ci imbattiamo in musicista di cui desideriamo seguire la carriera futura oppure le successive pubblicazioni, suggerisco sempre di cliccare il tasto "Follow" in testa alla sua pagina. Oltre che trattarsi di un militante gesto solidale verso il nostro beniamino che farà toccare con mano a Spotify il suo seguito, ci assicurerà un flusso informativo sulle sue nuove uscite e, spesso, sui suoi concerti programmati nelle nostre vicinanze (servizio questo che vale solo per artisti di reputazione internazionale e per sedi piuttosto importanti). Questa scelta aiuterà poi l'intelligenza artificiale di Spotify ad inquadrarci meglio (schedatura più, schedatura meno... tanto chi ci fa più caso.....), alimentando le interessanti playlists personalizzate "La Tua Discover Weekly" (in cui la Grande Discoteca cerca di proporci musiche correlate a quelle da noi già ascoltate..... a suo modo, devo dire...) e soprattutto "Il Tuo Release Radar" ,  una playlist in cui la Discoteca Svedese inserisce un brano per ogni sua nuova acquisizione ritenuta di nostro interesse (attenzione: 'nuova acquisizione' non è sinonimo di 'nuova uscita', si può trattare di dischi già da tempo in circolazione, ma solo ora resi disponibili a Spotify). Entrambe sono reperibili nella sezione "Naviga/Discover" , di gran lunga la più interessante del servizio, molto densa di proposte personalizzate. Più episodico e discontinuo, ma sempre interessante,  è il flusso di mail con cui Spotify ci tiene informati di novità concernenti i musicisti di cui siamo 'follower'. Funzione in qualche modo analoga al""follow" per il musicista, è il "salva" nella pagina relativa al singola album, che consente di inserirlo nella sezione "La mia libreria", in modo da evitare di perderlo di vista per qualsiasi motivo (cosa facilissima ...); tenere presente che entrambe le funzioni generano archivi con capienza limitata, penso non si possano superare le 100 unità in ciascuno (ovviamente io sono già stato amabilmente redarguito al proposito....). Ma ora è il momento di lasciarvi soli a navigare nell'oceano Spotify, al più sarò felice di fornire qualche ulteriore dettaglio in sede di risposta a vostri eventuali, benvenuti commenti (rammentate comunque che io sono solo un utente intensivo). Un ultimo importante capitolo incombe..."Le Tecnologie" (e qui tornerà il sereno): ma lo riserviamo alla prossima puntata....

Franco Riccardi,  alias Milton56 

(La prima parte della 'Piccola Guida Critica' è stata pubblicata con post n.4002 dell'8/6/2018)

 

 

 
 
 

PREMIO NOBEL PER L'UMORISMO IN JAZZ

Post n°4014 pubblicato il 17 Giugno 2018 da pierrde
 

Concediti un'estate all'insegna della buona musica sotto le stelle del Village!  Raphael Gualazzi

Giovane talento di Urbino, vincitore della categoria giovani di Sanremo 2010. Secondo classificato all'Eurofestival si classifica nuovamente a Sanremo 2013 dopo Arisa. Oggi è una presenza fissa nei più importanti festival jazz mondali.

5 luglio: 

Vik & The Doctors of Jive: 

Una band fuori dagli schemi. Composta da otto elementi il cui ideatore è Vittorio Marzioli, in arte Vik, ti farà divertire ed emozionare come non mai! Vik & The Doctors of Jive ha già calcato i più famosi palcoscenici jazz italiani come il Blue Note, Le Scimmie, La Salumeria della Musica e Teatri Ciak, Derby e preso parte rassegne di a fama internazionale, come nel film Ameriqua.

12 luglio:

Karima & Band

L'abbiamo vista per la prima volta ad Amici, dove ha sorpreso tutti con la sua potentissima voce. L'abbiamo poi rincontrata a Sanremo dove con Burt Bacharach e Mario Biondi, ci ha confermato la sua bravura ed infine l'abbiamo apprezzata come ospite fissa a Domenica In. Lei è Karima e si esibisce live con i suoi quattro musicisti.

19 luglio:

Jerry Calà 

Spettacolo del più famoso "One man show". Jerry Calà accompagnato dalla sua band attraverso canzoni e monologhi, vi coinvolgerà con i maggiori successi degli anni '70 e '80. Il suo successo inizia soprattutto da "Sapore di mare", il film dei Vanzina, in cui recita e canta riproponendo nei suoi live il repertorio di film diventati cult anche per i giovanissimi.

26 luglio: 

Nick The Nightfly 

Artista di fama internazionale nel panorama musicale jazz, on air su Radio Monte Carlo con il suo programma, Nick si è esibito in tutta Europa con artisti come Michael Bublè, Giorgia, David Knofler, Giovanni Allevi. Giovedì 26 luglio al Village si esibirà con Sarah Jane Morris, artista britannica conosciuta in tutto il mondo grazie alla partecipazione a numerosi Festival Jazz e Rnb.

Fonte: http://www.torinooutletvillage.com/it/novita 

Cito la fonte perchè molti leggendo il programma potrebbero pensare (giustamente) ad uno scherzo con fotomontaggio.

Tutto vero !

Battuto ogni record precedente di nefandezza in jazz, a Torino la palma del peggior festival "jazz" italiano. Ma non disperate amici, la concorrenza è forte e c'è la concreta e ragionevole speranza di fare di peggio ! 

 
 
 

Don Cherry Universal Silence - Berlin November 3, 1972

Post n°4013 pubblicato il 16 Giugno 2018 da pierrde
 

Questo trio da favola, Don Cherry, Dollard Brand e Carlos Ward, è durato un solo mese.ha dato pochissimi concerti ed ha prodotto un solo album ufficiale, questo:

https://www.discogs.com/fr/Dollar-Brand-Don-Cherry-Carlos-Ward-The-Third-World-Underground/release/4264413  

Ieri il blog Inconstant Sol ha pubblicato il link per scaricare il bootleg del concerto del 3 novembre 1972 alla Philarmonie di Berlino.

Agli amici inguaribili appassionati consiglio di scorrere con calma il blog, troveranno un lungo elenco di bootleg e album fuori catalogo, la maggior parte dei quali scaricabili gratuitamente.

Lunga vita a Inconstant Blog e ai suoi autori !

https://inconstantsol.blogspot.com/2018/06/don-cherry-universal-silence-berlin.html 

 
 
 

LAKATOS/MARGITZA/BOLLA - Gipsy Tenors

Post n°4012 pubblicato il 14 Giugno 2018 da pierrde
 

TONY LAKATOS - RICK MARGITZA - GABOR BOLLA

GYPSY TENORS

SKIP RECORDS

17,00

 

Sax tenore, Classic Jazz Americano e radici zigane sono i comuni denominatori di questo incontro che rievoca le leggendarie "chase" sassofonistiche degli anni d'oro del bop. L'ungherese Tony Lakatos, che arriva da dinastia musicale che attualmente vede sulla scena anche il fratello Roby, è il produttore di questo incontro, ovviamente celebrato Live, nel calore di un piccolo club tedesco su cui si abbatte un fuoco di fila di assoli inanellati con impeto e virtuosismo fin dal brano iniziale, un'original dello stesso Lakatos decisamente vecchio stile, il torrenziale "Be Bop Csardas", 14 minuti in cui a farla da padrone sono la crescente velocità degli assoli ed i reiterati duelli tra Rick Margitza -vecchia volpe che in queste situazioni si conferma straordinario solista- e Lakatos, e tra quest'ultimo e il trentenne, ungherese anch'egli, Gabor Bolla, un ex enfant prodige che ha già timbrato alcuni interessanti lavori per Act e che pare ispirarsi a modelli tipici del sassofonismo "Blue Note" anni '50.

Gli standard scelti vanno dal sempreverde "Invitation", con un momento di gloria anche per il pianista Vincent Bourgeyx, al complesso "317 East 32nd Street" di Lennie Tristano sul quale lavoravano Warne Marsch e Lee Konitz, magnifico veicolo per escursioni solistiche, per arrivare alla ballad "You've Changed", interamente ad appannaggio di Lakatos, e all'inno "Lament" di J.J. Johnson sviluppato dal solo Bolla. L'appoggio ritmico, poggiante su un sideman di livello come il bassista di Filadelfia Darryl Hall oltre che sul drummer austriaco Bernd Reiter, si dimostra granitico nel torrenziale finale, altri 15 minuti di assoli a giro su "E-Jones" di Margitza, con l'atmosfera che si fa più densa e spigolosa.

Convinti da questa riuscita serata del 2017 il gruppo è partito con un tour europeo, dovrebbero esserci

alcune tappe anche in Italia per i Tre Tenori del Jazz.

Fabio Chiarini

(Courtesy Of AudioReview)

 

 

 
 
 

Pulsar Ensemble - Odd Square

Post n°4011 pubblicato il 14 Giugno 2018 da pierrde

 

OddSquare è il primo lavoro discografico di Pulsar Ensemble pubblicato da Ritmo&Blu Records, in uscita il

22 marzo 2018.

Filippo Sala, Sebastiano Ruggeri, Gionata Giardina, Luca Mazzola e Jacopo Biffi sono cinque musicisti alle

prese con un set inusuale e variegato di batterie, percussioni intonate e non, sintetizzatori, campionatori e

live electronics alla ricerca di una fusione possibile tra mondo acustico ed elettronico.

Le atmosfere oniriche, i suggestivi e delicati ambienti sonori in contrapposizione a strutture musicali irregolari

e complesse, collocano il progetto in un contesto di musiche trasversali.

Post-jazz, musica ambient, electro-pop, post-rock sono solo alcuni dei riferimenti stilistici dell'album

OddSquare, termine preso in prestito da un concetto matematico, indica il quadrato perfetto generato dalla

somma di due numeri primi.

Esprime il concetto d'irregolare nel regolare, il paradosso di un quadrato dai lati dispari.

Il titolo dell'album vorrebbe rappresentare la natura di questo progetto, costituito da una disparità di elementi

che, fondendosi insieme, cercano un'alchimia possibile: l'inusuale formazione del gruppo, composto da

quattro batteristi e un sound designer, tutti di estrazioni musicali differenti; il particolare set da concerto,

ideato ad hoc in più di tre anni di ricerca, che contiene strumenti a percussione ed elettrofoni; l'alternanza fra

composizioni ardite e sghembe e brani di più ampio respiro, in equilibrio.

Pulsar Ensemble nasce da un'idea e dalle esperienze di Filippo Sala, che dopo una serie di collaborazioni

con artisti italiani e stranieri decide di avventurarsi in un ambiente musicale che sappia fondere post-jazz,

post-rock, sperimentazione ed electro-pop.

Un set inusuale e variegato di batterie, percussioni intonate e non,sintetizzatori, campionatori e live

electronics costituiscono l'impronta sonora del gruppo.

 

Comunicato stampa

 
 
 

I REMEMBER ESBJORN

Post n°4010 pubblicato il 13 Giugno 2018 da pierrde
 

Il 14 giugno di dieci anni fa scompariva in un tragico incidente subacqueo Esbjorn Svensson, pianista e leader del trio EST, certamente una delle figure europee più interessanti degli ultimi anni.


La sua morte ci ha privati di un pianista sensibile, raffinato e profondo. Ho avuto modo di ascoltarlo molte volte in concerto ed ogni volta il suo feeling, la capacità introspettiva, la raffinatezza del tocco, mi hanno lasciato ammirato e partecipe.Ricordo in particolare i concerti di Clusone e di Bologna Jazz Festival. A Bologna il trio EST suonava nella stessa serata del trio di Brad Mehldau, ed il confronto, ammesso che sia possibile , è stato oltremodo stimolante.


La svolta elettronica degli ultimi tempi non mi convinceva del tutto, ma dal vivo , nonostante l'uso sempre più invasivo dei computer, ancora prevaleva quella atmosfera intensa e ricca di groove che ha caratterizzato il trio fin dagli esordi. L'album doppio uscito poche settimane fa, dal vivo a Londra nel 2005, fotografa il trio nella forma più smagliante  e ricco di lucidità progettuale. Un vero documento testamentale, con i tre musicisti al meglio di ispirazione e concentrazione.

Nel profondo e cantabile contrabbasso di  Dan Berglund pare di sentire lo stesso respiro dello strumento suonato da Charlie Haden. La propulsione ritmica di Magnus Ostrom è di una originalità che in Europa ha pochi eguali. E poi c'è Esbjorn, che tesse e cuce trame di bellezza introspettiva difficilmente ascoltabili nel vecchio continente. 

Il trio è riuscito mirabilmente a fondere ispirazioni di natura diversa: il jazz naturalmente, ma c'è anche una prepotente impronta classica ed una ritmica che strizza più volte l'occhio al rock progressive. La fusione è cosi' originale che non ha avuto imitatori ed è scomparsa insieme a Svensson
Nel panorama europeo contemporaneo la figura di Svensson ha lasciato un vuoto non ancora colmato e probabilmente la sua figura ancora non ha avuto la giusta collocazione ne l'adeguato riconoscimento nella storia del piano trio. 

 
 
 

GEZMATAZ al traguardo della quindicesima edizione

Post n°4009 pubblicato il 13 Giugno 2018 da sandbar
 

 

 

Quindicesima edizione per il festival genovese Gezmataz, saldamente nelle mani del direttore artistico e chitarrista Marco Tindiglia, che per l’edizione 2018 ha allestito un programma con ben tre anteprime nazionali.

Si inizia il 19 luglio dalla proposta di maggior interesse, il progetto cinematografico “When you wish upon a star” di Bill Frisell con Petra Haden, figlia del grande contrabbassista Charlie, per  proseguire il giorno successivo  con il nuovo fenomeno della vocalità jazz, la francese Camille Bertault, giunta alla fama per avere vocalizzato Giant Steps di John Coltrane, ed arrivare quindi, sabato 21. alle sperimentazioni elettro-vocali della cantante portoghese Maria Joao.

Domenica 22 consueto concerto gratuito con il gruppo di docenti che accompagna gli studenti del workshop parallelo al festival, composto quest’anno da Marco Tindiglia, Furio Di Castri, Diana Torto e Rodolfo Cervetto.

A corredo del festival, il workshop “Fotografare il jazz” a cura di Andrea Palmucci e Donato Aquaro.

 

Tutti i concerti si tengono presso Piazza delle feste al Porto Antico di Genova con inizio alle ore 21.30.

Biglietti singoli 18€, abbonamento alle tre serate 40€.

Ecco il programma completo:

Giovedì 19 Luglio

Bill Frisell - When you wish upon a star

Bill Frisell – electric and acoustic guitar
Petra Haden – voice
Eyvind Kang – viola
Thomas Morgan – bass
Rudy Royston – drums,

Venerdì 20 Luglio

Camille Bertault - Pas de geant

Camille Bertault - voce
Fady Farah - piano
Christophe Minck - contrabbasso
Pierre Demange
– batteria

Sabato 21 Luglio

Maria Joao – Ogre

 Maria Joao – Voce
João Nuno Farinha – Fender Rhodes/Synthesizers
André Nascimento – laptop/electronica

 Domenica 22 Luglio

Marco Tindiglia, Furio Di Castri, Diana Torto e Rodolfo Cervetto con Gezmataz Ensemble – Sound Landing

 

 
 
 

THE LOST ALBUM: IL ROMANZO CONTINUA….

 

Ancora una volta l'amico Dell'Ava mi offre il destro di intervenire di rimessa su di un suo post.

Quello sulla clamorosa notizia della ricomparsa di un vero e proprio 'disco perduto' di Coltrane si chiude con un interrogativo: come è potuta avvenire questa eclisssi che rasenta il cinquantennio di durata?

È una storia che merita di esser raccontata, e che rientra a pieno titolo nel grande romanzo del jazz: è  questione solo di collocarla nel giusto capitolo (come si vedrà poi).

L'album è  stato registrato  dal quartetto 'per antonomasia' di Trane: McCoy Tyner, Jimmy Garrison, Elvin Jones. È il 1963, l'anno di registrazioni celebri, come quella in cui Trane si  misura da par suo con un Duke Ellington che a tratti  sembra stregato dalla distesa affabulazione coltraniana. È l'anno del  fascinoso ed incantatorio "Ballads", in cui ancora una volta Trane risponde in musica alle voci acide che gli imputavano di non sapersi misurare con il 'Great American Songbook', decisivo terreno di prova di ogni aspirante  leader carismatico della Black Music: eccoli lì, i "songs" affrontati senza un filo di sentimentalismo, con un'asciutta misura che fa però intravvedere un'energia prepotente, ma lucidamente disciplinata che gli imprime la vibrazione dei preludi (si capisce che è  uno dei miei dischi preferiti?). È un momento in cui Trane ed i suoi sembrano guardarsi alle spalle con l'intensità e la concentrazione di chi sta per partire per lidi lontani e forse ignoti: mancano solo due anni all'epocale "A Love Supreme", una pietra miliare della musica del XX secolo che, caso più unico che raro, fu accolta subito come tale da critica e soprattutto dal pubblico.

Il 7 marzo di quest'anno che è una veglia d'armi il quartetto entra nello studio di Rudy Van Gelder ad Englewood Cliffs (un posto che se fosse in Francia sarebbe già monumento nazionale). I registratori partono e captano ben due "Untitled Originals" che ci arrivano con esoterici titoli provvisorii, degni di un Anthony Braxton. Vengono incisi altri standards mai registrati ufficialmente da Trane. Il leader impugna solo il sax soprano in due brani, dettaglio significativo. La seduta si conclude, Coltrane esce dallo studio con una copia personale del nastro, che poi rimarrà in possesso della sua prima moglie (la mitica Naima, celebre suo malgrado) anche dopo la separazione ed il divorzio che seguiranno a breve.  Il nastro master ovviamente resta in mano alla Impulse, una delle etichette più coerentemente e lucidamente innovative della storia del jazz, cui ha impresso il proprio marchio per quasi tutti i roventi anni '60. Cosa succede a questa registrazione che vede il quartetto alle prese con materiale del tutto inedito (dettaglio rilevantissimo all'epoca, anche sotto un mero profilo commerciale) ed in un periodo di forma e maturità smagliante? Viene riposta su un bello scaffale, erano tempi in cui urgevano altri exploit memorabili, da quelli orchestrali di Gil Evans, a quelli radicali di Archie Shepp e di Albert Ayler: c'è tempo. Badate che in questo momento Impulse ("The New Wave in Jazz" era il loro motto) è ancora la creatura esclusiva di uno dei più grandi organizzatori e promotori di musica come Bob Thiele. Gli anni passano, gli archivi si coprono di polvere. Siamo presumibilmente nei primi anni '70, quando Impulse non è più un libero vascello corsaro, ma una divisione di un grande gruppo multimediale (se non sbaglio la ABC). Concediamo al grande Thiele di esser già partito per altri lidi (la piccola, ma fascinosa Flying Dutchman..... Gato Barbieri, l'ultimo Oliver Nelson, l'happening di Ornette Coleman ed i suoi "Friends and Neighbours"....). Qualcuno passa in rivista l'archivio Impulse: viene sottomano l'inedito di Trane del 1963 ...... che viene distrutto per alleggerire il bilancio da una forma di tassazione sugli stocks di magazzino.

"Dopo essere stato nel bel mezzo del mondo musicale per un po', avevo visto quello che era successo ad altri grandi musicisti come Bird. Una delle cose basilari che avevo capito era che il successo in questo ambiente dipende sempre da quanti dischi vendi, da quanti soldi fai fare a chi lo controlla. Potevi essere un grande musicista, un artista innovativo e importante, ma non gliene fregava niente a nessuno se non facevi fare i soldi ai bianchi che gestivano il tutto" 

"Miles. L'autobiografia di Miles Davis" - Miles Davis con Quincy Troupe

Miles. Aspro, scostante, aggressivo al punto di avvicinarsi al 'razzismo alla rovescia' del Malcom X del periodo più intransigentemente secessionista (quando la sua visione si allargò ad una visione più ampia e meditata, in cui gli oppressi ed i perdenti d'America erano di tutti i colori, ovviamente trovò sulla sua strada il consueto, puntualissimo 'fanatico isolato' armato di pistola.... ). Ma come si fa a dargli torto davanti ad una storia del genere? Come si fa ad accusarlo di 'opportunismo commerciale' per essersi saputo difendere con spregiudicata determinazione da un simile 'music business'?. Miles 'l'arrogante', Miles 'l'impolitico' (che ridere.... Scusate..), sempre più grande ogni giorno che passa, per lo stile e per la lucidità.

Nel nostro tempo 'creativo', dove nessun ripostiglio, per quanto polveroso, si salva dai suoi archeologi, per fortuna ecco riemergere la scatola con la bobina personale di Trane, ancora grezza, con tutte le voci di studio (meglio, una testimonianza in più). Se avessi potuto scrivere io l'epilogo di questo romanzo di 'nastri perduti', mi sarebbe piaciuto veder riemergere "The Lost Album" nel catalogo Resonance, con volumetto di 100 pagine e quasi altrettante foto al seguito, solito e certosino restauro sonoro etc. Invece l'album perduto riapproda sugli stessi lidi dove ha rischiato l'oblio perenne . Oddio, l'Impulse di oggi ha forse solo il nome in comune con quella dello 'sfoltimento di magazzino' degli anni '70, ma, da buon candidato 'a morire democristiano' mi viene da pensare che anche qui ha dettato legge il "business is business".....

A questo punto, auguriamoci solo che la 'nuova' Impulse risarcisca l'oblio quarantennale con un'edizione curata al massimo livello ed in ogni dettaglio: qualcosa che possa competere in elettricità e tensione con il magico "Some Other Time" del Bill Evans Trio emerso nella Foresta Nera. Due album che vorrei ideali 'revenant' gemelli.  Che lo spettro gentile di Trane continui ad accompagnarci in questi anni bui.

Franco Riccardi, aka Milton56

Post Scriptum: quelli che ne capiscono mi dicono che da qualche tempo è in vigore anche in Italia una simile tassazione sugli stock di magazzino...... tanti auguri ai 'giacimenti culturali' di cui tanto si ciarla.... 

 

 

 
 
 

GANDHI E FORMIGONI

Post n°4006 pubblicato il 11 Giugno 2018 da pierrde

Vincenzo Staiano: "Roccella è la porta da cui entrerà il jazz in Italia"

http://www.larivieraonline.com/vincenzo-staiano-%E2%80%9Croccella-%C3%A8-la-porta-da-cui-entrer%C3%A0-il-jazz-italia%E2%80%9D

L'anno scorso il Festival è stato teatro di due produzioni originali dedicate a Rino Gaetano, vera e propria mascotte della XXXVII edizione. Anche quest'anno vi farete guidare dalla stella di un grande della musica?
La scelta dell'anno scorso ci ha consentito di ricevere grande attenzione grazie alla popolarità di questo artista calabrese. Quest'anno la stella che ci guiderà si chiama Frank Zappa e l'abbiamo trovata tra i grandi italiani che hanno avuto un successo oltreoceano. Il tema scelto quest'anno "Italians", ci permetterà di riscoprire anche in questo caso non un jazzista a tutto tondo, ma un esponente della musica pop e rock degli anni '70 che, in qualche modo, somiglia a Gaetano.  

Curioso, per celebrare "la porta del jazz in Italia" si chiama per iniziare la...Premiata Forneria Marconi ! Non solo, ma per celebrare musicisti italiani o comunque di origine italiana in un festival jazz non si celebrano i Joe Pass (Passalacqua), Carl Fontana, Pete e Conte Candoli, Jimmy Giuffre, Tony Scott (Sciacca), Bucky Pizzarelli, Hank D'Amico, Chuck Mangione, Joe Lovano, Chick Corea, Scott La Faro, Johnny Guarnieri, Frank Rosolino, George Masso, Sonny Russo, Joe Morello, Buddy De Franco, Louie Bellson (Balassoni), Charlie Mariano...  ma addiritura Rino Gaetano, paragonato a Frank Zappa. Come confrontare Gandhi a Formigoni....

E poi, lasciatemelo ridire, continuo a leggere di festival jazz, italiani ed europei, dedicati a David Bowie. Non mi capacito. Negli ultimi anni sono scomparsi personaggi che hanno scritto la storia del jazz, cito solo ad esempio Ornette Coleman e Paul Bley. Cosa prende ai direttori artistici ? Se volete fare un festival pop fate pure, ma almeno abbiate il pudore di togliere quella parolina, piccola e cosi inutile per voi, che campeggia vicino a festival...   

 
 
 

LORRAINE

Post n°4005 pubblicato il 10 Giugno 2018 da pierrde

Lorraine Gordon, who took over the Village Vanguard, New York's oldest and most venerated jazz nightclub, in 1989 and remained its no-nonsense proprietor for the rest of her life, died on Saturday. She was 95.

The cause was complications from a stroke, said Jed Eisenman, the longtime manager of the club.

Continua a leggere qui: https://www.nytimes.com/2018/06/09/arts/music/lorraine-gordon-dies.html 

 

 

Lorraine era alta e snella, con i capelli corvini e gli occhi scuri, ed era meno riservata del marito. Parlava velocemente e con convinzione; aveva un purissimo accento del New Jersey. Gli ospiti furono condotti in camera da letto di Thelonious.

«La camera di Monk era appena oltre la cucina», ha ricordato Lorraine (ora Gordon). «Pareva in qualche modo uscita da un quadro di Van Gogh; voglio dire, ascetica: un letto (una branda, a dire il vero) contro il muro, una finestra, un piano verticale. Nient'altro».Monk si era anche circondato di fotografie, come quella di Billie Holiday sul soffitto, attaccata con lo scotch accanto a una lampadina rossa, una foto di Sarah Vaughan sul muro a cui era accostata la branda, e una foto pubblicitaria di Dizzy sopra il piano, con dedica: «A Monk, mia prima ispirazione. Non perderla. Il tuo caro amico, Dizzy Gillespie».

Come scrisse in seguito Lorraine: «Ci sedemmo tutti sulla brandina di Monk, con le gambe allungate, come bambini [...]. La porta fu chiusa. E Monk cominciò a suonare, dandoci la schiena». Monk eseguì per i suoi ospiti un set in piena regola, che comprendeva «'Round Midnight», «What Now», diversi brani senza titolo e la ballad oggi nota come «Ruby, My Dear». Lorraine si «innamorò». Non furono tanto le armonie dissonanti; fu il suo impegno nel suonare stride. Monk, ha ricordato, «non mi sembrò così rivoluzionario. Per questo mi piacque tanto. A quei tempi, molti degli avanguardisti non riuscivo ad ascoltarli. Ero cresciuta a forza di Sidney Bechet e Duke Ellington. Ma fu Monk a farmi fare il passaggio, perché sentivo il suo magnifico stride derivato da James P. Johnson, e il blues, e la sua grande mano sinistra».

dal libro Thelonious Monk, la scoperta del genio di Robin D.G. Kelly 

 

 

 

 
 
 

AMBRIA, NON UMBRIA...

Post n°4004 pubblicato il 09 Giugno 2018 da pierrde

Nella scorsa estate in Italia si sono svolti circa 400 festival jazz , molto diversi per dimensioni, finalità, budget e partecipazione. Impossibile occuparsi di una simile mole di avvenimenti, nemmeno i magazine dedicati riescono a farlo, non rimane che parlare di quelli più importanti e di quelli ai quali è possibile partecipare.

E' il caso del festival, l'unico peraltro, della mia provincia. Si tratta di Ambria Jazz che quest'anno giunge alla sua decima edizione. Come ogni anno il cartellone allestito è un piccolo miracolo di capacità propositiva unita ad un budget di dimensioni del tutto contenute.

Basti pensare che, negli stessi giorni e a pochi chilometri di distanza, si svolge il Festival da Jazz di St.Moritz, una manifestazione dal budget impressionante che relega fior di musicisti in un piccolo club da un centinaio di posti. Prezzi inevitabilmente da usura, tanto che continuo a chiedermi a chi diavolo è rivolta questa proposta. Nonostante la massiccia presenza dei nuovi ricchi russi in Engadina, mi risulta che costoro sono più avvezzi ad Al Bano e Romina che alla musica afro-americana. Da qualsiasi parte lo si guardi, un clamoroso caso di spreco di denaro, tant'è che non è difficile immaginare che una media serata al Club Dracula (nomen omen !) costa come l'intera programmazione di Ambria Jazz.

Tornando in Valtellina, quest'anno i concerti proposti sono addiritura venti, tutti gratuiti e tutti in diverse località, alcune di bellezza paesaggistica e/o naturalistica che da sole varrebbero la visita. Il via sarà il 5 di luglio con i Duke's Flowers di Riccardo Fioravanri a Castione, nell'Auditorium Leone Trabucchi.

Molti i nomi di rilievo, da Giovanni Sollima (che suonerà in un vigneto un programma da Bach ai Nirvana) a Gavino Murgia, vero protagonista del festival con cinque diversi concerti, per concludere il 5 di agosto con un trio che vede Murgia dialogare con Mino Cinelu e Nguyen Lee.

I programmi dei due festival qui:

http://www.ambriajazzfestival.it/programma-2018/

https://www.festivaldajazz.ch/

 
 
 
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