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Mondo Jazz

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Registrato il 26 ottobre 2017 a Villa Attems, Lucinico (GO)



 

 

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CALDE NOTTI A FANO 2. VIJAY IYER SEXTET, LA METAMORFOSI ‘LIVE’

Vijay Iyer, piano e fender rhodes; Steve Lehman, alto sax; Mark Shim, sax tenore; Graham Haynes, tromba, flicorno, cornetta con elettroniche; Stephan Crump, basso; Jimmy Dutton, batteria

22 luglio 2018, Rocca Malatestiana, Fano Jazz by the Sea

Alla sua seconda giornata Fano Jazz propone un altro appuntamento molto atteso, quello con il pluripremiato sestetto di Iyer, in formazione quasi originale. Per una sorta di scaramanzia dell'ascoltatore, dopo l'exploit del trio di Meldhau della sera precedente, mi ero predisposto solo ad una impeccabile riproposizione live dello splendido "Far From Over". Ma per fortuna queste oscure regolarità statistiche sono state sovvertite dai fatti: ed ecco un'altra serata al calor bianco, se esistesse un premio per la migliore performance live il sestetto l'avrebbe aggiunto a mani basse al suo già lungo palmares.

Sgombriamo subito il campo da un interrogativo: il giovane drummer Dutton non ha affatto sfigurato nell'ingrato compito di sostituire un Tishawn Sorey, musicista a tutto tondo che ormai percorre con decisione la strada della composizione e della conduction (a proposito, lo sentiremo prossimamente in queste vesti a Sant'Anna Arresi, altro cartellone smagliante, ne parleremo separatamente). Del resto Iyer deve esser allenato a ritarare la musica del sestetto in dipendenza di variazioni di un organico che comprende tutti musicisti di spiccata personalità e carriera individuale, un ensemble che è un gioco di equilibrio mantenere compatto, speriamo che l'acrobazia riesca ancora a lungo (del resto Iyer ha spiegato al pubblico che la band ha quasi sette anni di vita sulle spalle). Dal canto mio, ho avuto l'impressione che a Fano il leader avesse fatto lievemente slittare il baricentro del gruppo sul basso di Crump, che ha spiccato per tutto il set per una potente onnipresenza ed evidenza, un vero bassista da big band per assertività.

Eh già, perché in realtà questo sestetto anche nella perigliosa dimensione del live ha la complessità interna di un'orchestra. La sua gemma è la front-line dei fiati: Lehman, Shim ed Haynes oscillano tra le strettissime e cronometriche tessiture polifoniche dell'insieme e la dialettica di marcati contrasti interni nei momenti solistici di ciascuno. Mark Shim (musicista da riascoltare con attenzione nelle sue prove da leader nei Blue Note dei primi anni 2000) sembra nato per dialogare con il suo suono scuro ed il fraseggio conciso e netto con un Lehman che ha lasciato di stucco per l'energia incontenibile e travolgente dei suoi assoli, lunghissime e vertiginose linee improvvisate in cui mai è venuto meno l'assoluto controllo sul suo suo affilato, chiaro tono, né l'impeccabilità di un fraseggio privo di sbavature e ridondanze. Visto il precedente di Meldhau, c'è da pensare che la raccolta atmosfera della Rocca Malatestiana abbia il potere di far uscire allo scoperto il Mr.Hide che riposa in molti jazzmen. La brillantissima prestazione a Fano mi conferma nell'impressione che Lehman sia una sorta di 'eminenza grigia' della formazione, che nella dimensione live gli dona un impatto energetico e travolgente, del tutto insospettabile avendo presente la levigata e sofisticata confezione della registrazione in studio, il tutto senza perdere alcunchè in termini di pulizia e precisione. Che altro dire di Lehman, se non che nel sestetto sembra trovare la sua dimensione ideale di espressione? Ma faremmo torto a Graham Haynes, se non ricordassimo la sua grande versatilità ai suoi tre strumenti, creativamente manipolati alle elettroniche con un risultato di estensione dei loro timbri e dinamiche: particolarmente riuscita l'avventurosa e raffinata rielaborazione della cornetta, una scommessa vinta contro i mille imprevisti e rischi del palcoscenico.

La ricchezza del materiale tematico originale che ha alimentato questo infuocato concerto conferma che il gruppo è tuttora in ulteriore evoluzione; fortunatamente i bei temi che facevano in buona parte il fascino di "Far from Over" continuano a far capolino qui e là, ma soprattutto in funzione di trampolini di lancio verso nuove elaborazioni, che quasi sempre partono da momenti di sintesi e proposta del leader Iyer.

Questi tende a mettere tra parentesi il suo ruolo di solista al piano, è evidente che tiene molto a quello di caporchestra. Le sue intervallate sortite solistiche, quasi dei preludi, ci riconfermano un pianismo smagliante, potente, energico, definito, armonicamente massiccio; nelle rare occasioni in cui ha messo le mani su di un vissuto fender rhodes le sottigliezze timbriche che ne ha cavato ci hanno fatto desiderare momenti solistici più ampii ed articolati, ma l'esplosivo, rovente impatto live del sestetto ha il suo prezzo, un deus ex machina dietro le quinte è necessario.

Di fronte ad una performance di questo livello e vitalità, viene spontaneo desiderare un disco 'live' del sestetto: purtroppo temo che proprio non lo vedremo, diciamo che non rientra nelle corde della ECM di oggi (salvo che prima o poi i sei non si presentino a Monaco con un nastro già bello che confezionato sottobraccio, come già hanno fatto DeJohnnette & c. con 'Made in Chicago' e Formanek con l'Ensemble Kolossus... ).

Scontato il grande coinvogimento del pubblico (i 700 posti della Rocca erano pressochè al completo), a dimostrazione che nel contesto giusto le proposte di qualità si fanno sempre strada; viene strappato un corposo bis, che significativamente però viene offerto solo da Iyer in trio (ad ulteriore conferma della prestazione sopra le righe della front line dei fiati....). Un'altra serata da archiviare nell'album dei migliori ricordi, con Iyer che, congedandosi dall'Europa dopo una lunga tournee', allusivamente ci ricorda che "Far from over" si legge "ben lungi dall'aver concluso": nessuno ha dubitato che non parlasse solo di musica.......

Franco Riccardi

 

 
 
 
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