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Mondo Jazz

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IL JAZZ SU RADIOTRE

 

martedì 9 ottobre 2018 alle 20.30

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JAZZ & WINE OF PEACE

Pipe Dream

violoncello, voce, Hank Roberts

pianoforte, Fender Rhodes, Giorgio Pacorig

trombone, Filippo Vignato

vibrafono, Pasquale Mirra

batteria, Zeno De Rossi

Registrato il 26 ottobre 2017 a Villa Attems, Lucinico (GO)



 

 

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CALDE NOTTI A FANO 3: BUONE VIBRAZIONI PER TUTTI

Post n°4068 pubblicato il 08 Settembre 2018 da pierrde
 

Foto Maurizio Tagliatesta

Continuiamo a rendere giustizia a questo riuscito Festival, che, pur lontano da strepiti mediatici, ha saputo offrire un cartellone che spiccava vistosamente nel panorama italiano di quest'estate per curiosità, equilibrio e qualità. Del resto, vent'anni di storia non sono trascorsi invano e molti semi sparsi nel tempo sono ben germinati: in primis un solido rapporto con le autorità locali, che ha consentito a Fano Jazz di godere di locations non solo quanto mai suggestive dal punto di vista ambientale e monumentale, ma anche ideali per i diversi tipi di proposte musicali avanzate dal Festival.

Va tra l'altro osservato che, se non ci si fosse messa di mezzo la sfortuna, il programma di Fano Jazz avrebbe potuto esser ancora più attraente con delle occasioni di ascolto pressocchè uniche nel panorama dell'estate jazzistica italiana. Infatti è stato purtroppo annullato il concerto del trio di James Brandon Lewis, che ha ahimè cancellato l'intera tournee europea: si è perduta così un'occasione rara di toccare con mano il calore e l'energia di una piccola formazione che, insieme a quelle 'parallele' del dioscuro JD Allen, sembra ormai tracciare una precisa e ben caratterizzata nuova linea evolutiva del sax tenore. A mo' di consolazione, segnalo che Brandon Lewis ci risarcirà comparendo prossimamente a Sant'Anna Arresi (che il Grande Spirito della Musica ci conservi anche questo gioiello, prossimamente su questi schermi), accompagnato in duo da quel formidabile batterista che è Chad Taylor: occasione assolutamente imperdibile, soprattutto per chi è stato stregato da "Radiant Imprints", che sin d'ora si annunzia uno dei migliori dischi apparsi quest'anno.

Purtroppo anche dei molto attesi Go Go Penguin è pervenuta nello stesso pomeriggio del concerto solo una istantanea che li ritraeva sconsolati a bivaccare nell'aeroporto di Monaco paralizzato da un allarme sicurezza: è rimasto quindi nell'aria l'interrogativo circa l'apparizione di possibili eredi del molto rimpianto Esbjorn Svensson Trio. I Go Go hanno comunque solennemente promesso al Direttore Artistico, per un attimo immalinconito ("è la terza volta che mi scappano...."), che l'estate prossima si rimedia senza meno.

Si diceva di grande varietà di proposte: infatti al rovente e corposo James Brandon Lewis si è sostituita la raffinata e delicata "Romaria" di Andy Sheppard, paracadutata in soccorso con pochi giorni di preavviso, tant'è vero che ha dovuto ricorrere al proteiforme e camaleontico Michele Rabbia alle percussioni. Un passaggio dal giorno alla notte: le sottili, quasi impalpabili filigrane timbriche e melodiche che rappresentano la cifra del gruppo hanno dato luogo ad un set di insistita linearità e sottigliezza, che a mio avviso però non trova la sua dimensione ideale nel palco di un festival estivo, che esige proposte un po' più caratterizzate nel senso del drive e dell'incisività.

En passant, questo set un po' 'al ralenti' mi ha fatto sorgere qualche interrogativo sulla tenuta in ambito 'live' di molte musiche di pura scuola ECM, cui 'Romaria' di diritto appartiene. All'interno della formazione mi è sembrato di percepire nell'ottimo chitarrista Eivind Aarset qualche impulso di impazienza, qualche sortita che sembrava un po' 'mordere il freno' rispetto al passo del resto della formazione, che forse avrebbe potuto anche meglio sfruttare la notevole creatività e versatilità di Michele Rabbia (che in altro contesto a Fano ha brillato da par suo).

Stanley Clarke. Disclaimer personale e preventivo: la Fusion non è mai stata 'my cup of tea', nemmeno nel suo momento di maggior fulgore a metà anni '70. Un manipolo di precursori geniali (talvolta oltre il limite della follia, cfr. Pastorius), presto seguiti e sostituiti da una schiera di enfatici officianti che hanno sfornato opere seriali che, avulse dal clima del momento, sono subito avvizzite. Non ho però fatto i conti con la schiera di bassisti e chitarristi dilettanti, tuttora sedotti da certi disinibiti e compiaciuti esibizionismi strumentali, dilettanti che sono calati organizzati ed in massa con i loro pullman gran turismo: tra me gli auguro

buon divertimento e soprattutto di perfezionarsi nell'emulazione del loro modello. Nel chiuso delle loro cantine, però . Che dire delle quasi due ore di kitsch ad alto voltaggio, dispensate da Clarke con divertito ed ammiccante compiacimento: tra uno sbadiglio ed un ronzio ai timpani, mi sono quantomeno servite a ritarare la scala della mia estetica musicale, facendomi rivalutare la non ovvietà e naturalità di molta buona musica, che, a forza di sentire solo quella, ci sembra quasi pericolosamente scontata e non viceversa frutto di precise, determinate scelte ideali ed estetiche, che spesso costano molto care nel music business.

Infatti la plastica anabolizzata di Clarke ha avuto il merito di farmi ascoltare con piacere e sollievo il Devil Quartet di Fresu: abissi di misura e finezza separavano questa musica da quella di Clarke, la formazione poi comprende uno dei miei bassisti preferiti, Paolino Dalla Porta. Ma, pur grato per il sollievo apportato, in tutta franchezza devo osservare che a mio avviso la 'cutting edge' della scena jazzistica italiana è altrove, e lo stesso Fano Jazz ha offerto ampie verifiche a riguardo, sulle quali riferiremo in futura, apposita cronaca.

Del gruppo di Frisell con Petra Haden ha già ampiamente parlato qualche tempo fa il collega Baroni: diciamo che si tratta di una formazione tutta costruita intorno alla bella, ma ancora acerba ed esile voce della Haden. Francamente non c'era bisogno di una ritmica del livello di Thomas Morgan al basso e soprattutto del formidabile Eric Harland alla batteria per procedere al piccolo trotto, passo diligentemente tenuto anche dal leader Frisell, pressocchè irriconoscibile in un palese mood disimpegnato e vacanziero (niente a che vedere con la splendida performance di Empoli al fianco di Charles Lloyd).

Ma la febbre era destinata a risalire sul palco della Rocca la sera del 25 luglio, con l'arrivo del gruppo di Dee Dee Bridgewater che presentava "Memphis", quel che poi si è rivelato un vero e proprio show dedicato agli anni d'oro del soul. La Bridgewater è da anni a casa a Fano, ed il concerto si annunziava sin dalla vigilia come un vero evento cittadino: ovunque occhieggiavano avvisi che segnalavano il "sold out", compresi i posti in piedi aggiunti negli ultimi giorni. L'attesa non è andata minimamente delusa, sin dal primo istante, quando sul palco la Bridgewater, altrove sofisticata jazz singer, è comparsa travestita da autentica 'pantera soul', con tanto di miniabito di strass, acconciatura a riccioli (i suoi?), ed occhiali neri.

Ad accompagnarla una poderosa 'soul machine', con tanto di coriste di supporto (Sharisse Norman e Shontelle Norman-Beatty, anche qui mises perfettamente in linea) , l'imperturbabile Dell Smith che ha dispensato tonnellate di organo Hammond per la gioia degli appassionati (io, per esempio), e la formidabile coppia Charlton Johnson alla chitarra e Barry Campbell al basso elettrico, due hendrixiani di stretta osservanza (bassisti e chitarristi delle cantine, questi dovevate venire a sentire...), Curtis Pulham alla tromba, l'aitante Brian Lockhart al sax (vittima di alcune ironiche provocazioni della leader) e Carlos Sargent alla batteria.

Nelle successive due ore e passa di musica rovente e coinvolgente (dopo pochi minuti nessuno era più seduto), la Bridgewater è riuscita a ricreare nella Rocca la Memphis della sua adolescenza tra gli anni '50 e 60, narrando tra un song e l'altro della sua radio 'all-black' (la prima d'America), delle sue chiese piene di musica, dei suoi attivisti... . Radio Dee Dee - una radio senza controlli di toni e volume - ha fatto scorrere con calore e passione, non scevre da un filo di affettuosa ironia (le parodie delle pose aggressivamente sexy delle dive del soul e delle loro forzate coloriture) i brani più famosi dell'epoca, mobilitando impavidamente e senza risparmio (e con qualche azzardo) i suoi raffinati mezzi vocali.

Il pubblico, già in partenza totalmente complice, ha letteralmente imposto alla cantante ben tre bis, con tanto di richieste notificate al palco a mezzo cartello, con esilaranti scambi di battute tra la Bridgewater ed i fan postulanti ("quel song l'ho registrato quarant'anni fa, Darling, non ricordo bene le parole". Il cartello sventola perentoriamente, e Brigewater di rimando: "Allora facciamo così, Darling, NOI lo suoniamo, e

TU lo canti....". Ma alla fine la cantante si fa strappare l'agognato Stevie Wonder, sia pur vocalizzato sui versi dimenticati). Una stremata, ma felice Dee Dee sceglie di concludere il lungo concerto con una sentita interpretazione di "Purple Rain" di Prince ("dedicata a tutti coloro che hanno perso qualcuno"): ancora una volta si conferma l'intuizione dello scontroso rabdomante Miles, che aveva percepito nel musicista recentemente scomparso una segreta consonanza con la sua ricerca.

Franco Riccardi

 

 

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Commenti al Post:
juliensorel2018
juliensorel2018 il 08/09/18 alle 21:18 via WEB
Doverosa rettifica di una topica cortesemente segnalata: il batterista del gruppo di Frisell non era Eric Harland, bensì Rudy Royston, altrettanto formidabile del primo, purtroppo sempre sottoutilizzato nell'occasione. Chiedo venia. Franco Riccardi
 
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