Creato da orta0 il 11/07/2007

Il mio tempo libero!

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Post n°223 pubblicato il 11 Ottobre 2009 da orta0

Vangelo: Mc 10,17-30   

All'inizio della vita noi eravamo una cosa sola con nostra madre: eravamo attaccati a lei. Era un tempo meraviglioso perché non c'era nulla da fare. Tutto era pronto, tutto era garantito, tutto era a disposizione. Il supermercato del cibo era incorporato con noi; non c'erano problemi di relazione perché l'unica persona che c'era (nostra madre) era in perfetta sintonia con noi; non c'erano pericoli perché eravamo veramente dentro una campana di vetro che ci proteggeva. Eravamo attaccati al suo seno e così ogni problema di cibo era garantito; eravamo attaccati alle sue "gonne" e così eravamo tranquilli e al sicuro; eravamo attaccati al suo amore e questo riempiva tutta la nostra fame d'amore.

C'era lei e tutto sembrava garantito. Per questo divenne il nostro idolo, la nostra ricchezza: bastava che ci fosse lei e tutto era a posto. Nostra madre è stato il nostro idolo, la fantastica ricchezza della vita: c'era lei e tutto era garantito. Non c'era da far fatica, da soffrire: ci pensava lei. Se avevamo qualche problema bastava piangere; se avevamo fame bastava piangere; se dovevamo essere puliti bastava piangere. Così dentro di noi si è creata l'idea che esiste qualcosa che ci farà felici. Che se troveremo quella cosa lì, quella persona lì, saremo a posto per sempre, come con nostra madre. E' il peccato dell'origine: credere che ci sia qualcosa, che, una volta ottenuta, ci garantirà da tutto. La maggior parte della gente passa tutta la vita a cercarla; a cercare ciò che non c'è. Ogni volta che noi ci attacchiamo a qualcosa o a qualcuno e lo assolutizziamo noi perpetuiamo quel legame d'origine. Ci attacchiamo ad una cosa e crediamo che senza di lei non potremo vivere. Ci attacchiamo ad una cosa (o persona) e le diciamo: "Tu fammi felice". Era quello che chiedevamo a nostra madre quando le eravamo attaccati. E' che adesso siamo grandi e nessuno può più, né deve, farci da madre.
Questa ricchezza ha molti nomi ma in definitiva è il tentativo di ritornare al legame materno. Il problema è che cerchiamo qualcosa che doveva esserci ma che oggi non c'è. Quindi la nostra ricerca è destinata tristemente a fallire. Nessuno può saziarci di tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il vangelo di oggi parla proprio di questo. Il vangelo racconto di un uomo. L'uomo non ha un nome, d'altronde i ricchi nel vangelo non hanno mai il nome (pensate al ricco e il povero Lazzaro Lc 16,19-31). Questo perché l'uomo ricco compensa con la ricchezza la mancanza d'identità, di personalità.

 

L'uomo va da Gesù. Anzi: gli corre incontro, cioè, ha un gran desiderio dentro, è molto motivato. L'uomo è in ricerca, sente che qualcosa manca, sente che c'è un di più da ottenere. Fosse stato a posto non si sarebbe dato così tanto da fare, né avrebbe corso. C'è un vuoto dentro di sé. E' per questo che noi ci riempiamo di tutto: cose da fare, oggetti, soldi, sempre nuove esperienze. Abbiamo bisogno di sedare, di non sentire la sofferenza, l'inquietudine, la solitudine naturale che c'è dentro e che ci spinge a cercare, a non fermarci, ad approfondire il nostro livello di vita. Quest'uomo s'inginocchia come si faceva con i maestri. Inginocchiarsi fa capire il desiderio di sapere, di imparare, mette in luce l'umiltà e la disponibilità a ricevere.
Chiama Gesù buono e qui Gesù si secca: "Perché mi chiami buono?". "Non adularmi, non farmi troppe moine, complimenti gratuiti". Gesù ha percepito che l'uomo lo sta esaltando troppo, lo sta idolatrando.

Gesù sembra dirgli (questa frase ha bisogno di una profonda riflessione teologica perché ha delle notevoli ripercussioni): "Non sono mica Dio (!). Solo Lui è buono. Non idolatrarmi troppo, non fare di me l'assoluto, non pendere dalle mie labbra".
Gesù ristabilisce la distanza di salvezza: "Guarda che non sono buono, cioè perfetto. Quindi prendi con attenzione ciò che dico. Non mangiarlo solo perché te l'ho dato io. Prima di mangiarlo accertati che sia un cibo sano".  Questo è il rischio delle persone deboli e fragili. Per i bambini la mamma e il papà sono tutto. Quello che dicono loro è verità sacrosanta. Neppure immaginano che anche loro, come tutti, sbagliano e abbiano difetti.
Un uomo perfettamente religioso arriva alle porte del paradiso. Tutto tranquillo e orgoglioso di sé (non ha mai fatto un peccato, ma neanche uno di uno) bussa alle porte del paradiso. S. Pietro digita il suo nome nel computer e gli dice: "Mi dispiace lei non c'è". "Come!? Io non ci sono? Ma se non ho mai fatto neppure un peccato?". "E' vero, ma le porte del paradiso non si aprono con chi non pecca ma con chi ama!". Un uomo così ha vissuto sempre nel tentativo di guadagnarsi il paradiso (per questo non ha peccato). E non vi pare un agire interessato, questa? Spesso questo vangelo è stato letto così: "Se sei ricco non puoi seguire Gesù". Oppure: "Se non dai ai poveri tutto quello che hai non puoi seguire Gesù". (Se fosse così la Chiesa sarebbe messa davvero male soggettivamente ma molto bene economicamente!).
Gesù però non attacca solo la ricchezza materiale (come era per quest'uomo) ma ogni attaccamento.
L'attaccamento è credere che una cosa, che quella cosa ci farà felici. Mentre la realtà insegna che nessuna cosa ci può fare felici se non il regno di Dio.
E l'uomo dinnanzi la proposta di Gesù rimane sorpreso. Finché Gesù gli ha chiesto di fare qualcosa, tutto bene. Ma adesso che gli ha chiesto di fare il grande passo se ne va triste. Se ne va triste perché si rende conto anche lui che le due cose non possono stare insieme: o l'una o l'altra. Triste soprattutto perché si rende conto che deve fare un salto, un passaggio chiave. Deve correre un rischio ma la paura lo frena.

In certi giorni dovremo lavorare sul limare ciò che siamo; ma in qualche giorno ci verrà chiesto di fare un grande salto. E lì non si tratterà di fare meglio le cose ma di operare scelte senza ritorno. La tristezza del ricco è profonda: quell'uomo ha detto "no" a sé. Gesù aveva visto in lui qualcosa di grande. Lui stesso percepiva il richiamo (non gli bastavano i comandamenti) ma non ha avuto il coraggio di prendere il largo. Più che a Gesù, ha detto "no" a sé: si è accontentato. Poteva vivere alla grande; poteva vivere esprimendosi; poteva vivere volando ad alta quota ma per paura ha scelto di no. E' questo che rende veramente tristi gli uomini: quando per paura rinunciano a ciò che potrebbero essere, a ciò che potrebbero diventare, alla forza che li abita dentro. E questa tristezza è permanente: perché l'aquila porta sempre in sé la memoria di ciò che è; e il richiamo delle vette e dell'altezza non si può mai cancellare. Così l'uomo non può mai dimenticare per che cosa è fatto. Le gambe dell'uomo sono a terra ma la sua testa è nel cielo. L'uomo è fatto per il cielo. E ogni vivere a livelli inferiori porta con sé un inevitabile tristezza.

Ma la ricchezza non fa vivere. Ricchezza è, per Gesù, ciò a cui tu non puoi fare a meno; è ciò a cui ti attacchi. L'attaccamento, la ricchezza, è tutto ciò che tu credi che senza di quello non puoi vivere o essere felice. Ai fidanzati do lo slogan: "Se posso vivere senza di te allora posso vivere con te". Li metto uno di fronte all'altro e gli dico di dirsi: "Tu non sei la mia felicità". Quasi nessuno capisce all'inizio. E poi dico di pensare alla propria madre, al proprio padre o al figlio che verrà e di dirgli: "Io posso vivere senza di te" (10,29-30). Quasi tutti si rifiutano di dirlo e ne sono disgustati. La maggior parte non prende in esame l'idea che vi possa essere qualcosa da imparare in quello che stanno facendo. E questo è un segno chiaro di quanto noi ci attacchiamo e deleghiamo agli altri la nostra felicità dicendo loro (non apertamente ma in realtà): "Fammi felice". Ci sono delle cose o delle persone a cui abbiamo dato il potere di renderci felici o tristi. E noi viviamo in funzione solo di quello. Pensiamo che senza non potremo andare avanti. Pensiamo che se ci mancassero la nostra vita sarebbe finita, non avrebbe più senso. Per cui ci attacchiamo sempre di più (sanguisughe), aumentando l'ansia e la paura di perderle. Ma quando ci attacchiamo agli altri in realtà, li stiamo usiamo: "Se io ho bisogno assoluto di te allora ti sto usando per la mia felicità. Siccome io non sono felice ho bisogno di te per esserlo". Quanti di noi hanno pensato che il giorno il cui avrebbero trovato la moglie o il marito avrebbero risolto i loro problemi di solitudine, di mancanza d'amore e di tristezza. Così tu corri dietro ad una donna per mesi; spendi un sacco di soldi e di energie ma dentro di te pensi: "Ne vale la pena, quando l'avrò, sarò l'uomo più felice della terra"; poi la conquisti e te la sposi. Ma poi vedi che non è proprio come tu credevi. Ti accorgi che non è perfetta e che non riesce a farti sempre felice. Allora ti arrabbi e le dici: "Sei cambiata, non sei più quella di una volta". "No, sei tu che vedevi quello che non c'era o solo quello che volevi vedere".
Quante persone dicono: "Senza di lei/lui non posso vivere". Non è segno di tanto amore. E' solo segno di dipendenza, di attaccamento. E quando qualcuno mi dice: "Tu non mi fai felice!", io gli dico: "Non è un mio compito (ma tuo)!".
Quante persone credono che se saranno esteticamente belle saranno felici. La chirurgia estetica su quest'illusione sta facendo i soldi e io la consiglio sempre ai laureandi di medicina: lì c'è lavoro e soldi per tutti in futuro. Oggi quante siano le donne (e anche gli uomini) che si "rifanno" è qualcosa di sbalorditivo. Quando sono "rifatte" non sono però più felici di prima. Per non parlare di settantenni che sembrano statue di cera o bambole di plastica.
Hanno fatto un servizio sulle persone che si ritiene abbiano il miglior corpo al mondo (c'era Brad Pitt; Angiolina Jolie; Cameron Diaz, ecc). Tutti costoro fanno almeno due ore di palestra ogni giorno; una dieta rigorosa e inflessibile; sono dall'estetista almeno due volte la settimana; dal parrucchiere almeno un giorno sì e uno no; e di tanto in tanto è necessario qualche "ritocco". L'attaccamento al corpo, all'immagine, all'apparire diventa una schiavitù. E' come la droga: non se ne può fare a meno, perché senza di quello ci si sente persi o semplicemente nulla o falliti. La gente passa da una ricchezza all'altra. Prima era quella donna; poi quell'auto; poi quel posto di lavoro; poi la casa in Sardegna; poi quell'altra posizione sociale. E così passa ad inseguire, traguardi dopo traguardi, qualcosa che non c'è e che non raggiungerà mai. La realtà è che di tutto ciò che esiste posso dire:"Sono felice che tu ci sia, stai qui. Ma non sei tu la mia felicità". Il guru era seduto in meditazione sulla riva del fiume, quando un discepolo si chinò per porre due perle enormi ai suoi piedi come segno di riverenza e devozione. Il guru aprì gli occhi, prese una delle perle, e la tenne in modo così disattento che essa gli scivolò di mano e rotolò giù per la riva fin dentro il fiume. Il discepolo, inorridito, si tuffò in acqua per cercarla, ma sebbene si fosse immerso ripetutamente fino a tarda sera, non ebbe fortuna. Infine, tutto bagnato e sfinito, interruppe la meditazione del guru: "Hai visto dov'è caduta. Indicami il luogo, cosicché possa recuperarla per te". Il guru prese l'altra perla, la gettò nel fiume e disse: "Proprio lì". Non cercare di possedere le cose, poiché le cose non possono essere possedute realmente. Fai solo in modo di non esserne posseduto e sarai il sovrano della creazione.

Un pensiero per voi:

Quello che possiedi ti possiede.
M.P.

 

 
 
 
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Quando il saggio indica la luna
lo stolto guarda il dito.
La religione serve per portarti a Dio.
Altrimenti non ti serve.

 

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L'ANGELO

La sera quando i pensieri, i ricordi
Si fanno più intensi
Accendi una candela
Sarà la luce del tuo Angelo.
Nella penombra,Egli saprà farsi sentire
Saprà farsi ascoltare.
In quei momenti non avrai freddo
Ma sentirai la pelle d’oca,
sentirai nel tremolio della fiamma
il volteggiare delle Sue ali,
sentirai nel calore della fiamma
il Suo alito baciare il tuo viso.
Egli sorriderà hai tuoi sogni
E veglierà il tuo sonno.!
( michael)

 

 

ORME

Orme di piedi
sfiorano fili d'erba.
Orme in scia
alla ricerca del tempo
trascinano un ricamo
su quel prato decorato di fiori.
Petali riflessi nella notte
oscurano le stelle,
leggeri desideri sfiorano
la luminosità dell'anima.

 

 

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