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Post n°223 pubblicato il 11 Ottobre 2009 da orta0
Vangelo: Mc 10,17-30 All'inizio della vita noi eravamo una cosa sola con nostra madre: eravamo attaccati a lei. Era un tempo meraviglioso perché non c'era nulla da fare. Tutto era pronto, tutto era garantito, tutto era a disposizione. Il supermercato del cibo era incorporato con noi; non c'erano problemi di relazione perché l'unica persona che c'era (nostra madre) era in perfetta sintonia con noi; non c'erano pericoli perché eravamo veramente dentro una campana di vetro che ci proteggeva. Eravamo attaccati al suo seno e così ogni problema di cibo era garantito; eravamo attaccati alle sue "gonne" e così eravamo tranquilli e al sicuro; eravamo attaccati al suo amore e questo riempiva tutta la nostra fame d'amore. C'era lei e tutto sembrava garantito. Per questo divenne il nostro idolo, la nostra ricchezza: bastava che ci fosse lei e tutto era a posto. Nostra madre è stato il nostro idolo, la fantastica ricchezza della vita: c'era lei e tutto era garantito. Non c'era da far fatica, da soffrire: ci pensava lei. Se avevamo qualche problema bastava piangere; se avevamo fame bastava piangere; se dovevamo essere puliti bastava piangere. Così dentro di noi si è creata l'idea che esiste qualcosa che ci farà felici. Che se troveremo quella cosa lì, quella persona lì, saremo a posto per sempre, come con nostra madre. E' il peccato dell'origine: credere che ci sia qualcosa, che, una volta ottenuta, ci garantirà da tutto. La maggior parte della gente passa tutta la vita a cercarla; a cercare ciò che non c'è. Ogni volta che noi ci attacchiamo a qualcosa o a qualcuno e lo assolutizziamo noi perpetuiamo quel legame d'origine. Ci attacchiamo ad una cosa e crediamo che senza di lei non potremo vivere. Ci attacchiamo ad una cosa (o persona) e le diciamo: "Tu fammi felice". Era quello che chiedevamo a nostra madre quando le eravamo attaccati. E' che adesso siamo grandi e nessuno può più, né deve, farci da madre.
L'uomo va da Gesù. Anzi: gli corre incontro, cioè, ha un gran desiderio dentro, è molto motivato. L'uomo è in ricerca, sente che qualcosa manca, sente che c'è un di più da ottenere. Fosse stato a posto non si sarebbe dato così tanto da fare, né avrebbe corso. C'è un vuoto dentro di sé. E' per questo che noi ci riempiamo di tutto: cose da fare, oggetti, soldi, sempre nuove esperienze. Abbiamo bisogno di sedare, di non sentire la sofferenza, l'inquietudine, la solitudine naturale che c'è dentro e che ci spinge a cercare, a non fermarci, ad approfondire il nostro livello di vita. Quest'uomo s'inginocchia come si faceva con i maestri. Inginocchiarsi fa capire il desiderio di sapere, di imparare, mette in luce l'umiltà e la disponibilità a ricevere. Gesù sembra dirgli (questa frase ha bisogno di una profonda riflessione teologica perché ha delle notevoli ripercussioni): "Non sono mica Dio (!). Solo Lui è buono. Non idolatrarmi troppo, non fare di me l'assoluto, non pendere dalle mie labbra". In certi giorni dovremo lavorare sul limare ciò che siamo; ma in qualche giorno ci verrà chiesto di fare un grande salto. E lì non si tratterà di fare meglio le cose ma di operare scelte senza ritorno. La tristezza del ricco è profonda: quell'uomo ha detto "no" a sé. Gesù aveva visto in lui qualcosa di grande. Lui stesso percepiva il richiamo (non gli bastavano i comandamenti) ma non ha avuto il coraggio di prendere il largo. Più che a Gesù, ha detto "no" a sé: si è accontentato. Poteva vivere alla grande; poteva vivere esprimendosi; poteva vivere volando ad alta quota ma per paura ha scelto di no. E' questo che rende veramente tristi gli uomini: quando per paura rinunciano a ciò che potrebbero essere, a ciò che potrebbero diventare, alla forza che li abita dentro. E questa tristezza è permanente: perché l'aquila porta sempre in sé la memoria di ciò che è; e il richiamo delle vette e dell'altezza non si può mai cancellare. Così l'uomo non può mai dimenticare per che cosa è fatto. Le gambe dell'uomo sono a terra ma la sua testa è nel cielo. L'uomo è fatto per il cielo. E ogni vivere a livelli inferiori porta con sé un inevitabile tristezza. Ma la ricchezza non fa vivere. Ricchezza è, per Gesù, ciò a cui tu non puoi fare a meno; è ciò a cui ti attacchi. L'attaccamento, la ricchezza, è tutto ciò che tu credi che senza di quello non puoi vivere o essere felice. Ai fidanzati do lo slogan: "Se posso vivere senza di te allora posso vivere con te". Li metto uno di fronte all'altro e gli dico di dirsi: "Tu non sei la mia felicità". Quasi nessuno capisce all'inizio. E poi dico di pensare alla propria madre, al proprio padre o al figlio che verrà e di dirgli: "Io posso vivere senza di te" (10,29-30). Quasi tutti si rifiutano di dirlo e ne sono disgustati. La maggior parte non prende in esame l'idea che vi possa essere qualcosa da imparare in quello che stanno facendo. E questo è un segno chiaro di quanto noi ci attacchiamo e deleghiamo agli altri la nostra felicità dicendo loro (non apertamente ma in realtà): "Fammi felice". Ci sono delle cose o delle persone a cui abbiamo dato il potere di renderci felici o tristi. E noi viviamo in funzione solo di quello. Pensiamo che senza non potremo andare avanti. Pensiamo che se ci mancassero la nostra vita sarebbe finita, non avrebbe più senso. Per cui ci attacchiamo sempre di più (sanguisughe), aumentando l'ansia e la paura di perderle. Ma quando ci attacchiamo agli altri in realtà, li stiamo usiamo: "Se io ho bisogno assoluto di te allora ti sto usando per la mia felicità. Siccome io non sono felice ho bisogno di te per esserlo". Quanti di noi hanno pensato che il giorno il cui avrebbero trovato la moglie o il marito avrebbero risolto i loro problemi di solitudine, di mancanza d'amore e di tristezza. Così tu corri dietro ad una donna per mesi; spendi un sacco di soldi e di energie ma dentro di te pensi: "Ne vale la pena, quando l'avrò, sarò l'uomo più felice della terra"; poi la conquisti e te la sposi. Ma poi vedi che non è proprio come tu credevi. Ti accorgi che non è perfetta e che non riesce a farti sempre felice. Allora ti arrabbi e le dici: "Sei cambiata, non sei più quella di una volta". "No, sei tu che vedevi quello che non c'era o solo quello che volevi vedere". Quello che possiedi ti possiede.
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L'ANGELO
La sera quando i pensieri, i ricordi
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Accendi una candela
Sarà la luce del tuo Angelo.
Nella penombra,Egli saprà farsi sentire
Saprà farsi ascoltare.
In quei momenti non avrai freddo
Ma sentirai la pelle d’oca,
sentirai nel tremolio della fiamma
il volteggiare delle Sue ali,
sentirai nel calore della fiamma
il Suo alito baciare il tuo viso.
Egli sorriderà hai tuoi sogni
E veglierà il tuo sonno.!
( michael)
ORME
Orme di piedi
sfiorano fili d'erba.
Orme in scia
alla ricerca del tempo
trascinano un ricamo
su quel prato decorato di fiori.
Petali riflessi nella notte
oscurano le stelle,
leggeri desideri sfiorano
la luminosità dell'anima.
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