Il mio tempo libero!
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[ Andare e lasciar andare ] Buon Anno a voi tutti
Post n°241 pubblicato il 01 Gennaio 2010 da orta0
Molte famiglie sono terribilmente preoccupate o in ansia quando non riescono più a capirsi. Credono di aver sbagliato tutto, di aver sbagliato l’educazione, che i figli siano cattivi. Non è così! Diventare liberi, sottrarsi alle aspettative di chi amiamo per poter poi percorrere la propria strada, la strada di Dio. Il grande pericolo è di rimanere infantili, magari dei bravi bambini, ubbidienti e ossequiosi: ma così facendo rimarremo immaturi per le relazioni e idolatri per Dio perché sordi alla sua chiamata. Fa che solo Dio sia il tuo Dio: nessun altro! Né tua moglie, né i tuoi figli, né tua madre, né tuo padre!
Quando ho iniziato a dire: “Io non vengo più a messa, in vacanza con voi!”, i miei genitori mi hanno detto: “Ma come!? Abbiamo sempre fatto così! E’ usanza! Cos’è questa novità?”. Era usanza, si era sempre fatto così, era difficile accettare che le cose cambiavano. Tuo figlio vive con te: tu lo cresci, tu gli insegni, lo introduci nel mistero della vita e gli insegni cosa è buono e cosa non è buono, sei il suo esempio e il suo modello. Lui impara da te, ti stima perché sei suo padre e sua madre; ti stima al di là di ciò che fai o non fai per il solo fatto che tu l’hai messo al mondo e sei il suo riferimento. Tu gli comandi e lui ti obbedisce. Ma piano piano, senza che tu te ne accorga, lui si stacca da te, lo perdi. All’inizio la frattura è nascosta: qualche risposta, qualche incomprensione, qualche screzio, qualche difetto che ti mostra, qualche domanda in più, qualche risposta che ti mette in difficoltà. All’inizio sembra che si possa ricomporre tutto, sembrano nient’altro che piccole crepe. E invece no! Lo stai perdendo. E’ che spesso non te ne accorgi proprio: “Il mio bambino (ma ha 15 anni!); il mio cucciolo (ma è alto 1,85!); la stampella della mia vecchiaia (ti piacerebbe eh!)”. Su di un questionario per essere ammessi ad un’azienda una donna scrive sulla sua situazione familiare: “Ho due cuccioletti, due bambini di 32 e 34 anni”. Bambini!? Cuccioletti!? La leggenda dice che uno dei sette dolori di Maria fu quello di portare Gesù al tempio poco dopo la nascita. In fondo è l’unico, vero, grande e profondo dolore di ogni madre e di ogni padre: accettare che il proprio figlio sia proprietà della vita; che mio figlio sia, diventi, Suo figlio. Per un genitore, per Maria, per Giuseppe, il figlio è proprio. L’hanno fatto nascere loro; hanno faticato, sudato, speso soldi, tempo, ansie e notti per lui. Allora si insinua piano piano l’idea che sia proprio, che sia una proprietà appartenente a loro; si insinua l’idea che l’aver fatto così tanto per lui (cosa reale e grandiosa) possa darci il diritto di accampare dei diritti, delle pretese, delle aspettative. Per una madre il figlio è l’essere che più l’ha amata: anche se tutto attorno fallisse, anche se nessuno la amasse, anche se lei stessa concepisse la sua vita come fallimentare, un figlio è una motivazione valida per vivere. Un figlio ti ama perché non può vivere senza di te. Per un figlio (quand’è piccolo!) sei importante, grande, essenziale. Un figlio dà ad una madre (almeno all’inizio) la certezza che qualcuno la amerà. E non è un caso che le madri che vivono in contesti di emarginazione, di rifiuto e di povertà abbiano molti figli. Trovano in loro la ricompensa e l’amore che non trovano né in sé né attorno a sé. Una madre un figlio “se lo mangia”: finché si tratta di coccole e di baci va bene, ma se se lo mangia emotivamente, se non lo lascia andare, se lo soffoca, se gli sta sempre con il fiato sul collo, se lo iperprotegge, se si oppone alla sua crescita, allora se lo mangia davvero, allora rischia di castrarlo, rischia di uccidergli l’anima. Un genitore, una madre deve coscientemente sacrificare il proprio figlio, offrirlo al tempio, “perderlo”. Deve cioè accettare che quel suo figlio non è suo; che quella persona è un’altra persona da sé; deve rompere il cordone ombelicale e lasciarlo andare. Deve accettare che quel figlio è figlio di Dio, che ha la sua strada, che deve andare verso la sua Gerusalemme, verso il suo progetto e il suo piano, costi quel che costi. Là deve andare. Opporsi è combattere contro Dio, contro il destino. E’ duro, ma è necessario, è vitale. Dev’essere stato duro per Maria lasciare andare Gesù, magari era il suo unico figlio (o il primogenito: il prediletto!), sul quale aveva puntato tutto, tutte le attese erano riposte in lui. E’ così difficile lasciarlo andare; è così difficile accettare che sia grande (“Sono così belli da piccoli!”); è così difficile lasciare che ci provi, che possa sbagliare; è così difficile smettere di tirarlo fuori dai problemi, di preoccuparsi sempre, di iperproteggerlo; è così difficile lasciargli il suo spazio; è così difficile non volergli togliere tutte le difficoltà! Vorremmo che nostro figlio non soffrisse, non si sentisse mai solo, mai isolato; che mai litigasse, che mai fosse triste, che mai avesse problemi e facciamo di tutto per evitargli tutto ciò credendo di fare molto bene. Siamo animati da amore, questo è vero, ma non gli facciamo molto bene. Togligli tutte le difficoltà adesso: e che accadrà quando a 25 anni la fidanzata lo lascerà? Riuscirà a reggere il peso della frustrazione? Si ucciderà? Andrà in depressione? Sarà pronto, avrà le forze in quel giorno per sopportare e reggere la sofferenza dell’evento? O ne sarà sommerso? Il genitore vive tutto questo come un tradimento ma non è un tradimento: è il figlio che si sta staccando. Lo sta perdendo e questo è veramente duro. Un genitore si sente davvero lacerato dentro, soffre terribilmente. Ma non è un tradimento del figlio. Sta solo crescendo. Per i genitori c’è il dolore della perdita. Per il ragazzo c’è la paura del futuro, di ciò che sarà, del se ne avrà le forze, del dove andare e del cosa diventare. E non bisogna giocare con questa paura per tenerlo legato a sé. Bisogna esserci per rassicurare la sua paura e bisogna buttarlo fuori perché vada per la sua strada. Deve cercare personalmente, deve provarsi lui nel gioco, nel lavoro, nella scuola, con gli amici, nella competizione, nel rapporto con i pari e con l’altro sesso; si pone domande, ha dubbi; ricerca, cade e si rialza, brancola, è “alle stelle o alle stalle”; deve (è un imperativo!) trovare chi è e non ha altra strada che quella di provarsi e di provarci. Toglierli questa possibilità, tenerlo stretto a sé, togliergli la paura e la frustrazione inevitabile è fargli il più grande male: non svilupperà le risorse per crescere e diventare “grande”. Quanto male (ed è capibile!) provano i genitori quando il figlio ad una certa età inizia a non uscire più con loro alla domenica; preferisce altri a loro. Quando il maschietto trova la “ragazza”, cosa prova la madre? O cosa prova il padre geloso perché la propria figlia ha trovato il “ragazzo”? Si sentono estromessi, tagliati fuori, estranei: anche Maria ha passato tutto questo. E’ necessario! Deve andare e noi dobbiamo imparare a lasciarlo andare. Allora io mi chiedo, perché dovrei capire tutto io? Mi chiedo perché devo trovare sempre tutte le risposte e le spiegazioni? Mi chiedo perché devo avere tutto sotto controllo, razionalizzare tutto, avere chiaro tutto il progetto fin dall’inizio e in tutti i suoi particolari? E se mi lasciassi semplicemente portare, condurre? E se mi fidassi? E se smettessi di voler capire tutto e mi fidassi di Dio? E quando non comprendo accetterò di non comprendere, di non capire. Mi fido di Dio: so che Lui sa, so che c’è un filo rosso, un senso, un destino. Gli dico di “sì”, mi fido, mi lascio portare e mi tengo con serenità i miei dubbi. Non devo capire tutto nella vita: devo solo vivere. Ai figli dico: “Siete voi che dovete uscire di casa: questo è il vostro compito. Se i genitori vi aiutano e vi facilitano non trattenendovi, ma nell’essere porte dove si può uscire quando ci si sente forti e rientrare quando ci si sente deboli, tanto meglio. Ma in ogni caso la vita è vostra. I vostri genitori, come tutti, hanno dei limiti: magari vi ostacolano o non vi aiutano. Ma è un vostro compito uscire e “occuparvi delle cose di Dio”, fare la vostra strada e trovare la vostra chiamata”. Anche Gesù aveva dei genitori limitati e che facevano fatica a capire. Nessun genitore è perfetto: non pretendete genitori perfetti, ma che vi amino. Ogni genitore fa dei danni su suo figlio: è normale! Ogni educatore ferisce l’allievo: è normale! Voler pretendere dei genitori perfetti, degli educatori perfetti, dei preti perfetti è un’illusione onnipotente della mente. Tutto è limitato. “Hanno fatto quello che hanno potuto; ti hanno dato l’amore che potevano darti e come potevano darlo; ce l’hanno messa tutta; ti hanno dato ciò che loro avevano, e ciò che non avevano come risorsa non te l’hanno potuta dare. Riconciliati con loro e fa’ la tua strada”. Il miracolo è che se si accetterà questa perdita lo si ritroverà. “Si conserva solo ciò che si sacrifica”, diceva un uomo. “Tornò con loro a Nazareth”, dice il vangelo. Adesso l’amore è più libero: tutti sanno che nessuno appartiene all’altro ma che tutti appartengono a Dio, che tutti hanno il dovere di fare la propria strada verso Dio. Che l’esigenza prima e unica è fare la volontà di Dio e di nessun altro: né quella del padre o della madre; degli amici o del gruppo. Pensiero della Settimana E’ un errore credere che ciò che non si capisce sia necessariamente falso. (Gandhi) M.P. |
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Saprà farsi ascoltare.
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Ma sentirai la pelle d’oca,
sentirai nel tremolio della fiamma
il volteggiare delle Sue ali,
sentirai nel calore della fiamma
il Suo alito baciare il tuo viso.
Egli sorriderà hai tuoi sogni
E veglierà il tuo sonno.!
( michael)
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Orme in scia
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