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Il mio tempo libero!

Stare lontano dal male e fare del bene..... nel silenzioso cammino!

 

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[ Troppo tardi ]

Post n°255 pubblicato il 07 Marzo 2010 da orta0

Il vangelo di questa domenica ci presenta due situazioni del tempo, che pur non essendo ricordate nelle fonti storiche, sono molto probabili. Le raccontano a Gesù per lo sdegno, l'amarezza (la prima) e il dubbio (la seconda) che avevano lasciato nella popolazione. Gesù, però, non commenta i fatti ma li usa per la sua predicazione.

Il primo episodio ("quei Galilei, il cui sangue, Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici" 13,1) avvenne durante la Pasqua. Pilato e i suoi predecessori erano conosciuti per i loro eccidi e la loro crudeltà. Pilato, in uno dei vari eccidi, uccise più di mille e cinquecento persone (per quel tempo una cifra enorme!). Poiché nella festa di Pasqua molti pellegrini andavano a Gerusalemme, Pilato, per prevenire qualche tumulto, ordinò un'esecuzione esemplare compiuta durante il sacrificio al tempio. Il gesto è doppiamente sacrilego: sia perché compiuto nel tempio che viene sconsacrato, sia perché vengono violate le offerte (i sacrifici), i doni consacrati a Jahwe (Korban).
Il secondo episodio (13,4), invece, riguarda un altro fatto di cronaca: la caduta di una torre situata nella zona di Siloe, che aveva provocato diciotto morti.

Gesù spezza la mentalità del tempo, quando si credeva che il male, le disgrazie fisiche, gli infortuni, capitassero a causa del peccato dell'uomo. Gesù invece dice: "Quelli che sono morti non sono più colpevoli di voi!" (13,2.4). Cioè: "Non sono morti per espiare le colpe personali e non crediate di essere meno colpevoli di loro".
Non vale la regola: tu fai il male e Dio ti punisce. E su questo iniziamo tutti ad essere d'accordo. Dico "iniziamo" perché fino a qualche anno fa (e tuttora negli strati profondi della psiche) alcune persone credevano che se avevano qualcosa di male era perché se l'erano meritato, perché Dio li aveva puniti.

Molte persone dicono: "Dio mi ha castigato; me lo sono meritato". Ma anche l'espressione: "Cos'ho fatto di male per meritarmi tutto ciò" sottende la mentalità che se fai il male, Dio ti punisce.
Con questa mentalità: "Sbagli?", "paghi!", siamo stati educati tutti noi.
Una volta si diceva: "Chi ama castiga". E ci si sentiva in dovere di punire; anzi un buon padre puniva severamente "perché le piante storte bisogna raddrizzarle subito". Ma che amore ci può essere in chi castiga, umilia, ferisce o usa violenza?

La punizione non insegna niente: insegna solo la paura. Non fai più quella cosa non perché l'hai imparata, ma perché ne hai paura. La punizione e la violenza terrorizzano l'altro. Gli incutono una paura folle, per cui sarà un adattato, uno che vivrà obbedendo a tutto (è l'antica paura di prenderle) oppure una rabbia feroce (l'antica rabbia verso chi lo puniva) che lo farà sempre un irrequieto.
La punizione fisica non è mai educativa; stabilisce solo che io sono più forte e che tu mi dovrai obbedire perché altrimenti "te le prenderai". Ma, invece, è vero il contrario: "Chi castiga non ama". Chi ama non vuole mai il dolore, la sofferenza, l'umiliazione dell'altro.
Intere generazioni hanno così imparato che amare è soffrire, stare male, accettare l'impossibile. Per amore si accettava l'alcolismo, "le botte", le umiliazioni, i tradimenti, gli abusi. Perché "bisognava portare pazienza … perché se ne aveva merito davanti al Signore … perché si era dei bravi cristiani". È per questo che abbiamo accettato cose impossibili e quando ci chiedono oggi il perché, non sappiamo rispondere. L'unica cosa che sappiamo dire è: "E' sempre stato così; ci hanno insegnato così; ho imparato questo".

L'idea "se sbagli, paghi" sta dietro anche all'espressione abusata, mal interpretata e mal spiegata: "Dio è morto per i nostri peccati", frase che ha ripugnato nel profondo intere generazioni. "Tu hai fatto il male e Dio ha dovuto pagare per te; Lui ha sofferto perché tu hai fatto dei peccati". Da questa prospettiva, ci si sente cattivi, sbagliati, fatti male, colpevoli del suo dolore.

"Lui è morto per i miei peccati? Ma se io dovevo ancora nascere?", ha detto giustamente un ragazzo del catechismo. Il bambino che sente dire che Cristo è morto a causa dei suoi peccati non ha la capacità di discernere, di rendersi conto, che non si tratta dei suoi. Semplicemente si sente cattivo. Pensa: se lui ha sofferto è colpa mia. E cosa accadrà a quel bambino ogni qual volta in cui la mamma o il papà o il fratellino soffrono? Tirerà la stessa conclusione: se soffrono, è colpa mia. E si punirà.

Quante sono le persone che non sanno divertirsi, ridere, che non si concedono tempo per sé, che non sanno giocare, che non si concedono delle pause o delle cose piacevoli. Devono sempre lavorare, produrre, fare e fare per gli altri. Nel profondo si sentono in colpa e non si possono permettere di essere felici; se anche possono, si continuano a punire dicendo: "Non bisogna stare con le mani nelle mani; chi ha tempo non aspetti tempo; bisogna aiutare gli altri". Non fanno tanto perché sono spinti dalla generosità o dalla bontà; fanno tanto perché si sentirebbero in colpa nel non fare niente. Non possono non fare, si sentirebbero cattivi o sbagliati.

Educare un bambino con il senso di colpa significa distruggere il piacere della vita, vuol dire avvelenargli il sangue. Vuol dire: "Così non va mai bene; così non basta; devi fare di più", che tradotto vuol dire: "Sei sbagliato!".

Con le parole di oggi Gesù spezza l'associazione: "Sbagli, quindi paghi". "Pensate che fossero più peccatori di voi?" (13,2), "no vi dico". E fin qui tutti d'accordo.
Il problema è che Gesù poi, però, sembra dire il contrario di quello che ha appena detto: "Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo" (13,3.5). Cioè: morirete proprio così, se non cambierete vita. Se non cambiate vita farete la fine di quei Galilei.
Cosa vuol dire questa frase? E' una frase intimidatoria? Se non cambiamo Dio ci punisce?
No, non vuol dire questo. Dio non punisce, mai. Vuol semplicemente dire: "Tutto quello che fai ha delle conseguenze e delle ripercussioni". "Se tu fai questo… avrai quello: sappilo".
Se non cambi ti accadrà questo: non è una condanna è una conseguenza.
Un giorno il maestro disse ai suoi discepoli: "Vi darò due notizie, una buona e l'altra cattiva. Quella cattiva è: se fate delle cose mortali, morirete". E quella buona, dissero i discepoli: "Che adesso lo sapete". La vita è nelle nostre mani e nelle nostre scelte. E, anche se non ci piace, molto di quello che ci succede, c'è successo perché noi lo abbiamo voluto. Non mi devo colpevolizzare (non mi serve) né devo fuggire questa verità così dura ("Non è vero! E' stato solo un caso!"); devo solo imparare perché non si ripeta. Convertirsi vuol dire cambiare direzione (shub in ebraico indica proprio un cambio radicale di rotta): tu stai andando in una direzione, ti accorgi che è sbagliata e cambi strada (ti converti).
Molti dei nostri comportamenti ci portano a morire dentro… alla superficialità… ad allontanarci sempre di più dal nostro cuore e da noi stessi. Il fatto è che non ce ne accorgiamo. Quando poi succede il "colpaccio" o quando la distanza tra il partner è troppa o quando il comportamento si ritorce contro di noi diciamo: "Ma com'è stato possibile? Ma perché mi è successo questo?".

Ti è successo per un motivo ben preciso, è che tu non l'hai visto o non l'hai voluto vedere. Finché sei in tempo, allora convertiti, svegliati, accorgiti, perché verrà un giorno in cui sarà troppo tardi.

Cosa succede se tu parli sempre e non ascolti mai ciò che l'altro ha da dirti? Cosa succede se tu tralasci di conoscerti e di crescere? Cosa succede se tu eviti quest'incontro perché è sera, quell'altro perché è di domenica, quest'altro no perché poi si fa tardi, quell'altro ancora perché c'è quella persona che non ti piace, a messa no perché perdi la mattinata … Una persona ha detto: "No, io non vengo a questi incontri perché poi vado a casa sotto-sopra". "Bravo!". Succede che un po' alla volta diventi insensibile, superficiale, vuoto.
Tutto quello che fai ha delle conseguenze, sappilo. Fai pure a meno di piangere, ma poi non chiederti perché non senti niente se non il vuoto in te. Urla pure contro tuo figlio, ma poi non chiederti perché a scuola è timido e non riesce a parlare. Non essere mai triste, ma poi non chiederti perché gli altri ti dicono che hai un sorriso falso. Sii sempre più degli altri, ma non chiederti poi perché nessuno ti vuole e tutti ti escludono. Tutto quello che facciamo ha delle ripercussioni su di noi.

Noi oggi sappiamo che perfino molte delle nostre malattie sono conseguenze dei nostri comportamenti, dei nostri vissuti profondi e dei nostri schemi mentali. Cancro, leucemia, sclerosi, allergie, intolleranze, malattie della pelle e tanto altro vengono per determinati e ben precisi comportamenti. Non sono una punizione, non sono un virus che si prende e "se ti tocca, sei solo sfortunato". Nascono per un motivo ben preciso.
Allora "convertirsi" vuol dire aprire gli occhi, smettere di dormire, accorgersi, farsi aiutare, riconoscere, rendersi conto, vedere ciò che dobbiamo vedere anche se all'inizio può essere difficile. Ma se vediamo, se riconosciamo, riusciamo a troncare certe spirali che ci portano a morire dentro e fuori.

Responsabilità (respondeo, rispondere, risposta) vuol dire che noi rispondiamo in prima persona della nostra vita, che non deleghiamo, che non scarichiamo le colpe della nostra vita alla società, agli altri, al passato, al mondo che è cattivo e che ce l'ha con noi. Responsabilità vuol dire che accettiamo che noi siamo al comando dell'auto della nostra vita e che questa va nella direzione che noi le diamo, se rifiuti certe proposte della vita, verrà un momento in cui sarai così vuoto, così distaccato da te, così morto nell'anima, così incapace di guardarti dentro, che sarà troppo tardi. Non è un giudizio o una condanna di Gesù, è solamente una conseguenza delle nostre scelte: troppo tardi.

Un pensiero per voi:
Se pensi di essere peggiore degli altri è perché vorresti esserne migliore. Se pensi di esserne migliore è perché non ti conosci.

M.P. 

 

 
 
 
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Quando il saggio indica la luna
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L'ANGELO

La sera quando i pensieri, i ricordi
Si fanno più intensi
Accendi una candela
Sarà la luce del tuo Angelo.
Nella penombra,Egli saprà farsi sentire
Saprà farsi ascoltare.
In quei momenti non avrai freddo
Ma sentirai la pelle d’oca,
sentirai nel tremolio della fiamma
il volteggiare delle Sue ali,
sentirai nel calore della fiamma
il Suo alito baciare il tuo viso.
Egli sorriderà hai tuoi sogni
E veglierà il tuo sonno.!
( michael)

 

 

ORME

Orme di piedi
sfiorano fili d'erba.
Orme in scia
alla ricerca del tempo
trascinano un ricamo
su quel prato decorato di fiori.
Petali riflessi nella notte
oscurano le stelle,
leggeri desideri sfiorano
la luminosità dell'anima.

 

 

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