
So che una riflessione di questo tipo mi causerà non pochi problemi. E qualche attacco (spero lieve) di dissenteria da accidenti. Però penso ne valga la pena.
Ho negli occhi le celebrazioni appena concluse per la liberazione del Paese dal nazifascismo. Celebrazioni che hanno visto le piazze italiane esser travolte da fiumi festanti permeati, a seconda dell'angolazione, da uno spontaneo entusiasmo popolare o da anacronistica retorica.
Lungi da me analisi storiche: penso di averne i titoli ma non ho intenzione di esternare le mie valutazioni, convinto come sono che chiunque abbia diritto di avere una propria autorevole idea in proposito che non debba necessariamente passare le forche caudine dell'altrui ingerenza.
Però, a sessant'anni di distanza, m'ha fatto specie il livore; da una parte e dall'altra. Livore non di chi ha vinto nei confronti di chi è stato sconfitto e viceversa. Livore di chi non ha vissuto, non ha contestualizzato, non ha potuto (per sua fortuna) portare sulla propria pelle cicatrici di ferite e di odio tanto profonde.
Malgrado passi il tempo gli animi non si stemperano, non c'è volontà di archiviare un momento tanto travagliato quanto contraddittorio. Penso ai francesi ed al tempo che è passato da Vichy, lo stesso tempo della nostra Repubblica Sociale. Ma la Francia non ha bisogno di un venticinque aprile per scoprirsi Nazione. Nella Francia della rivoluzione, della strage degli ugonotti o dell'età napoleonica non c'è bisogno di vivere un evento come si fosse allo stadio. La presa della Bastiglia è momento simbolico di tutti, senza distinzioni o prese di distanza.
E la Spagna? Dai sanguinari conquistadores giungendo fino a Franco non si percepisce che un unico respiro, ad eccezione di movimenti separatisti che, in qualunque data dell'anno, porrebbero il loro distinguo. Per non parlare di Inghilterra, Germania e via elencando...
Ecco quindi il paradosso. Non siamo uno Stato, una Nazione, un Paese di storia, cultura e tradizioni democratiche. Siamo un agglomerato di persone o, per dirla alla Metternich, una mera espressione geografica. E' desolante scoprire come una definizione datata oltre un secolo fatta da un politico tanto fine quanto antiitaliano sia ancora attuale.
Non abbiamo bisogno di un'identità unitaria nella quale specchiarci tutti e prenderci per mano bensì necessitiamo sempre di un campanile da difendere, di una fazione nella quale militare, di un vessillo grazie al quale riconoscere amici e nemici. Siamo solo dei supponenti soloni, intimamente apolidi, che sentono la mera necessità di ricordare agli altri, anzi, a quelli la, le loro atrocità. Non siamo uno Stato e non vogliamo diventarlo. E il venticinque aprile, da qualsiasi parte si guardi, ne è la schiacciante riprova.
Inviato da: volandfarm
il 25/03/2009 alle 02:02
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il 25/03/2009 alle 02:02
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il 24/03/2009 alle 23:47
Inviato da: toorresa
il 24/03/2009 alle 14:30
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il 24/03/2009 alle 14:14