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Mi alzai. Tossii. Mi venne un conato di vomito. Mi infilai lentamente i vestiti. "Mi fai sentire uno zero", le dissi. "Non posso essere cosė tremendo! devo avere anche qualche lato buono!". Finii di vestirmi. Andai in bagno e mi buttai un po' d'acqua sulla faccia, mi pettinai. Se solo potessi pettinarmi anche la faccia, pensai, ma č impossibile. Quotidiani deliri e farneticazioni di un povero stronzo.
IL SULTANO D'ITALIA ALLA SBARRA
Post n°173 pubblicato il 16 Febbraio 2011 da chinasky2006
La notizia ha fatto il giro del mondo. Un Presidente del consiglio, imputato per prostituzione minorile e concussione. “Che va avanti”, privo del minimo imbarazzo. Anche le foche monache del circolo polare antartico e gli scimpanzè albini del Burundi in fase d’accoppiamento, rimangono esterrefatti da una simile faccia bronzea. Basiti. Stupiti. Indignati. “Ma come fanno gli italiani a sopportare tutto questo? Non si è mai visto un paese al mondo, in cui un imputato per tali reati rimanga al suo posto…”. Dice un pinguino. “Ah, sono italiani…”, chiosa il babbuino intento a cavarsi una pulce. La tremenda nuova ha colto il nostro sultano in Sicilia, per l’annoso problema “profughi”. Impegnata a far sorgere il sole, sparare due o tre fregnacce ad uso del popolo bue e fare dei casting improvvisati per la prossima edizione della “Pupa e il secchione”. Un filo di sgomento dipinge il suo volto in poliuretano spanso. Poi, con piglio deciso, ordina il ritorno al quartier generale di Roma con uno dei pochi velivoli di stato non occupati da istituzionali viaggi di piacere delle battone presidenziali. Assai contrito e con gli occhietti piccoli e codardi ancor più rimpiccioliti, il Messia indice un immediato consigliori d’allerta belligerante. Ma al quartier generale la situazione rimane tesissima. Il premier riceve una gradita telefonata di Muhammar Gheddafi. Il moderato dittatore libico offre tutta la sua solidarietà e si augura di tornare presto nella sua colonia italica. Il nostro amato premier ringrazia, e promette cinquecento culi vergini in onore della sua prossima visita. “Maestà, ma quanti altri culi dobbiamo offrigli perché il debito coloniale sia estinto?”. Azzarda un improvvido vice-sotto-segretario. Immediatamente condotto nel retro e sparato di spalle, per l’insolenza. Oltre ai ministri c’è anche qualche gradito ospite. Alcuni di quelli della prima ora, che il monarca ha richiamato a difesa dell’impero in disfacimento. Tutti attorno a Cicchitto che, in qualità di massone rinomato, è l’ideale per lanciare segnali inequivocabili ancorchè sibilinni. Ed ecco Giuliano Ferrara, coi sui ballonzolanti 280 kg di rivolosa cellulite ed esondante cultura. Il sacerdotone antiaborista che s’indigna ferocemente verso i beceri moralizzatori cui non va giù l’idea d’esser rappresentati da qualche escort brava di lingua. Ello è contro l’aborto, perché impedisce a tante fanciulle di nascere, crescere e donare la propria illibatezza al drago. Questione meramente concreta. Mi pare l‘unica spiegazione razionale. L’imponente “ghost writer” presidenziale irrompe autoritariamente, quasi cosparso da sugna ripugnate, rendendo l’aria irrespirabile. “Cribbio! Aprite le finestre, perdio! Già bastava l’alito mefitico di Cicchitto! Aprite, che le fanciulle mi si spaventano!”, tuona il sultano, carezzando amorevolmente la testa a due delle sei bocconiane al suo capezzale, intente a lappargli la sacca scrotale morta. “A me non interessa la politica, sto imparando ancora di scrivere. Preferiscio una casa! Voglio abitare nel duomo o nel colosseo!”, risponde una honduregna esaltata. Poi si passa alle cose serie. La Santanquì è parecchio agitata. Le tremola tutto il labbro leporino, come nemmeno alle feste del Billionaire, mentre danzava smutandata. “Quelle trombone radical chic che scendono in piazza! Ma per cortesia! Vogliono levare alla donna il diritto ad essere libere. Noi siamo le vere femministe! Ognuna è libera di farsi inculare dal potente di turno per ottenere ciò che desidera! L’ano è nostro e lo diamo a chi ci pare!”, grida in preda ad un raptus. Poi guarda le ninfette che titillano il Re, ed ha una improvvisa vampata da riottosa menopausa. “Ma bene, mia fedele serva! Lasci perdere. Un milione di faziose, invidiose e sfigate. Indegne d’esser pipate e come tali, assolutamente superflue al paese ed alla mia rivoluzione liberale. Com’è andata invece la manifestazione contro le toghe rosse?”. Poi il premierissimo si rivolge ad un elettrizzato La Russa che in giornata ha scalciato solo tre giornalisti bolscevichi. Il gerarca fieramente fascista auspica che sia riammesso l’uso di legale manganello per le voci contrarie al regime, quindi espone la situazione bellica. “MaesDà le truppe sono pronDe! Aspetto solo un suo segnale e poi scateniamo l’inVerno! Invadiamo l’Italia coi carrarmati e bombe trick e track! Tutto un rogo di fiamme nere! Muoia SanZone con Dutti i Filistei!”. Ed agita i pugni, sostenuto da due infermieri. “Bravo, mio prode e fedele soldato! Mettiamo a ferro e fuoco questo paese che ci ha invaso!”. Pure Cicchetto è esagitato. Dalla contentezza gli vacilla tutta la malferma dentiera. “Giudici criminali! La guerra totale ci vuole!”. E per l’occasione rispolvera il cappuccio da massone e la tessera P2 numero 2232. Al centro dell’attenzione sono, ovviamente, Ghedini ed Alfano. Entrambi in preda ad un visibile esaurimento nervoso. Rivelano all’imputato la notizia più clamorosa: Sarà giudicato da tre donne. La notizia fa balzare in piedi il sultano. Una sorta di masochismo depravato s’impadronisce delle sue carni malate di satiriasi. Due escort vestite da infermiere provvedono a placarlo. Gli uomini di legge provano ad abbasarne la libido, confidando che nessuna delle tre ha le tette grosse, e nessuna è sotto i 21 anni. Deluso, il sultano riprende a toccare il culo alle improvvisate infermiere. I prodighi azzeccagarbugli pazzi iniziano con delle proposte pensate nottetempo. Ricorsi inarrestabili a comitati e nuove consulte inventate “ad hoc”. Sono un fiume in piena. Una illuminata tempesta di cervelli. Si va dal legittimo impedimento allargato, per bloccare i processi alle cariche istituzionali fino a centocinquant’anni dopo la scadenza del mandato, a soluzioni rivoluzionarie come il conferimento a tutti i cittadini nati ad Arcore il cui nome inizia per B e che posseggano una squadra di calcio, della qualifica di immortalità terrena, come tale soggetta, forse, solo al giudizio di qualche divinità scelta a sorte. Ma il premier non è felice di questa moderazione. “Inetti e scioperati buoni a nulla! Perché vi paga lo stato? Per pensare a queste cose impraticabili? Ci vuole un atto d’urgenza. Per il popolo tutto, che è in pericolo!”. Prende carta e penna e si reca nella stanza del pensatoio. Quella dove scrive le sue poesie in musica assieme ad Apicella. Dopo aver assurto al capezzolo di una studentessa bocconiana travestita da escort, inizia a scrivere il decreto con aria meditabonda. Poi detta a il testo alla De Girolamo, forse divenuta onorevole proprio perché ha una bella grafia oltre ad essere sempre presente. “Al popolo Itagliano (con o senza la ‘g’? chiede la De Girolamo, assai pensosa). Io testè, scrivo un decreto di salvazione delle nostre libertà contro i soprusi dei magistrati criminali. Il potere appartiene al Popolo sovrano. A voi tutti cioè e non può essere superato da un covo di sovversivi golpisti con la toga. Siamo e siete tutti sotto scacco di questa setta di golpisti comunisti. Li volete voi, i comunisti che usano i bambini come concime? Eh? Ordunque decido immanentemente una rivoluzione del sistema giudiziario. Snellendo le procedure e rendendolo finalmente giusto. Dispongo a maggioranza e in modo democraticamente incontestabile da alcuno, quanto segue: Un libero cittadino eletto dal Popolo, può essere mandato a giudizio solo da un comitato di tre Saggi. Dei Probiviri, insomma. Li designo nei nomi di: Sgarbi Vittorio (vista la sua nota e proficua attività di giudice ne 'La pupa e il secchione'), Alfano Angiolino (uomo di legge, riconosciuto super partes) e Santanquì Daniela (nota per la sua moderazione, e perché una femmina ci vuole nel comitato). Qualora i tre saggi decidessero per il processo, sarà il pubblico da casa a decidere mediante sms. Con un televoto immediato. Il potere sarà dato popolo sovrano. Questo è quanto, care amiche, cari amici…libertà!”. Applausi dei servi striscianti. Che in gran segreto organizzano viaggi esotici in isole sperdute.
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