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Mi alzai. Tossii. Mi venne un conato di vomito. Mi infilai lentamente i vestiti. "Mi fai sentire uno zero", le dissi. "Non posso essere così tremendo! devo avere anche qualche lato buono!". Finii di vestirmi. Andai in bagno e mi buttai un po' d'acqua sulla faccia, mi pettinai. Se solo potessi pettinarmi anche la faccia, pensai, ma è impossibile. Quotidiani deliri e farneticazioni di un povero stronzo.
FESTIVAL DI SAN REMO, TRA CRITICATI MONUMENTI D’ITALIA ED OSANNATE CANZONACCE
Post n°174 pubblicato il 18 Febbraio 2011 da chinasky2006
Scrivere di politica m'ha stracciato il cazzo. Ed anche i racconti porno-sentimentali, mancano d'ispirazione: Le chiavate reali da cui prendere spunto. E allora divaghiamo su un argomento leggero. Avevo sei anni, o forse sette. Una volta feci vincere Ivan Graziani invece che i Ricchi e Poveri. Svettavo già allora come mente superiore, era evidente. Come tutti quelli nati in quel periodo, la kermesse festivaliera rimane un, seppur sopito, appuntamento immortale. Per sondare gli umori di un paese, riderne, o forse per semplice curiosità. Poi diciamocelo, quest’anno si respira anche un’aria di LIBERAZIONE nazionale. Lo noti nitidamente, appena inquadrano quelle facce di cemento in prima fila. Applaudono nervosamente, serrano le mascelle orrende. E pazienza se “Luca e Paolo” sono costretti ad infilare la “casa di Montecarlo” nel loro siparietto, pur di fare satira da par condicio. I due si prendono la meritata ed ampia sufficienza col monologo sugli “indifferenti”. Applaudo anche dal trio di cariatidi balilla in prima fila: Meloni-La Russa-Masi. Poi vedono sullo schermo che quei versi li aveva scritti Antonio Gramsci, e rimangono di sasso. Vorrebbero morire, sguainare il manganello sempre a portata di mano. Gianni Morandi, visibilmente nervoso ed impacciato. Le vallette di rito, neanche fossero due pastori tedeschi ammaestrati, lo dirigono sul palco. Belen Rodriguez ci ammorba con balletti sincopati e finte timidezze da pulzella. Se non altro dimena le chiappe con gran generosità. E’ lì solo per quelle chiappe parlanti e chissà per cos’altro, altrimenti avrebbero interpellato Paola Cortellesi o chessò, Eleonora Abbagnato o Violante Placido (oh, Violante!). Elisabetta Canalis invece, appare più sobria ed infinitamente inutile. Maldestra presentatrice e goffa nei siparietti. Lì per dare un tono d’internazionalità grazie alle memorabili performance nel cinema Usa. Ha ingabbiato una star del cinema americano, cos’altro vuoi pretendere, che vinca un oscar? Il livello della trasmissione s’impenna con lo show di Roberto Benigni. Patrimonio culturale mondiale, che qualche becero e strisciante servo di regime, ovviamente, non può che criticare. E’ così, tocca farsene una ragione. Lo diceva anche una loro guida spirituale delle SS, Hermann Goering: “Quando sento qualcuno parlare di cultura, la mano mi corre al revolver”. E che le masse ingnoranti si controllano meglio, è cosa ormai nota. Benigni non risparmia qualche stoccata al premier clown, prima del suo fiume genialmente delirante. Un excursus di quasi un’ora che ripercorre la storia d’Italia. Ad uso e consumo di quel manipolo di avvinazzati, barbari ed ignoranti come capre padane malate di piorrea, che in camice verde stanno provvedendo a disfare ciò per cui qualcuno ha dato la vita. Ma veniamo alle cose leggere, senza scivolare ancora nel peccato originale, con un bilancio sulle orripilanti canzonacce festivaliere. Alcune viste in diretta. Altre ascoltate per radio nell’ora mattutina che passo in macchina, cercando di sfidare lo schianto finale. Al Bano: 3. Arriva sul palco simile ad un tortello di un quintale, vestito con una giacca-sofà rosso cardinalizio. Immancabili acuti frantuma vetri e lacera timpani. Canzone di un’antichità imbarazzante. Narra in modo inutilmente banale la triste storia di una di una puttana di strada (mica di una escort di palazzo, ovvio). Non si pretendeva che l’argomento venisse trattato con la stessa poetica di De Andrè. Ma che non lo avesse trattato per niente, sì. Roberto Vecchioni: 6. Intona una mediocre poesiola impegnata in musica, interpretata con la proverbiale vis da navigato chansonnier. A San Remo c’entra come il limone spremuto nel latte. Forse per questo vincerà. Prestazione impreziosita dalla magnifica performance della PFM. Pazzi e genialmente folli musicisti. Anna Oxa: 4. Ha una anacronistica voglia di stupire seconda solo a Marco Pannella. Alla lunga diviene stucchevole. Fastidiosa. Ed allora via, con trucco pesante e capelli passati prima nella friggitrice e poi nel frullatore. Qualche virtuosismo vocale, in una canzone insostenibile. La Crus: 6,5. Che diavolo ci fanno a San Remo? Bella romanza empi polmoni, nel loro stile (solo un filo adattata alla ruffianeria della kermesse). Decisamente i più tollerabili, nel marasma che li circonda. Emma Marrone e Modà: 5. Vien da urlare “salvateci!”, ad ascoltarli trenta secondi. Estenuanti come una tortura "vibrazioniana" o "negramaresca" (che già gli originali dopo un po' ammorbano e provocano labirintite). Un punto in più per l’intervista che la biondina concede ad “AnnoZero”, a margine della manifestazione delle donne. Luca Barbarossa: 1. C’era già ai tempi in cui usavo quadernetto e lapis. La sua canzone piace al ministro La Russa. Ho detto tutto. Tricarico: 5,5. Lo preferivo più surrealmente naif e stonato da far accapponare la pelle. In altre occasioni ha infatti regalato gioie. Si spende invece in una noiosa favoletta sull’unità d’Italia. Per giunta tagliuzzata da qualche luminare. Madonia e Battiato: 6+. Battiato a San Remo è come Bob Dylan alla sagra della porchetta di Ariccia. Solo un suo guizzo nel finale, a chiudere una gradevole canzoncina di Luca Madonia. Come un “alieno” appunto, in piena simbiosi col titolo della canzone. Nathalie: 5. Conciata come la sorella di Marylin Manson. La voce ci sarebbe anche. Ma la canzone è lentamente fastidiosa come un incubo mortalmente soporifero. La Lorena McKennit italiana. Per il colore dei capelli. Nel duetto, scompare al cospetto di L'aura (9+), sensuale, vocalmente dotata, particolare, ammaliante. Potrei fidanzarmicisi. Van de sfross (o come diavolo si scrive): 5,5. Non sapevo chi fosse. Parto prevenuto, considerandolo espressione della suprema arte musicale leghista. Testo in dialetto comasco, ovviamente incomprensibile (tranne "red bull" e "Yanez"). Un folk gradevole, al limite. Se non ci fossero i Modena City Ramblers e una trentina di gruppi più bravi nel genere, si potrebbe pensare anche di scaricare (mica comprare) un suo parto.
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