Il prima ed il dopo
Questo blog è un contenitore nel quale finiranno tutte le cose che ho scritto fino ad oggi e quelle che scriverò in futuro. Si riempirà compatibilmente con la mia vena creativa, con il mio tempo, con i miei umori. Parte di ciò che leggerete sarà magari terribile, perchè fa parte di un passato nel quale il mio modo di scrivere e di pensare erano totalmente differenti da ciò che sono oggi. Ma è giusto che anche quegli scritti abbiano il loro posto qui dentro...
SCRITTO DA ME
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STORIE DIVERSE (Seconda parte)
Post n°13 pubblicato il 09 Dicembre 2007 da wildbillhickok
Si diresse verso il parcheggio, cercò qualche faccia dall’aria amichevole e provò a chiedere un passaggio. I primi due andavano da tutt’altra parte, ma il terzo era proprio diretto ad est, sulla statale 61, tanto che non si limitò a portarlo fino ai limiti della città, ma lo accompagnò per un altro lungo tratto, fino al punto in cui la strada cominciava a girare a sud allontanandolo dalla meta. -Qui va benissimo, grazie – Salutò con un’alzata di cappello ed offrì ospitalità se mai il conducente si fosse trovato a passare dalle sue parti. Da quel momento in poi la strada sarebbe diventata più difficile da percorrere. A piedi e lungo le colline in salita. Il cielo cominciava ad ingrigire, erano ancora le dieci del mattino, e considerando la strada fatta e quella ancora da percorrere calcolò che gli ci sarebbero voluti circa 2 giorni di cammino. Perché scelse quel tragitto, perché in quel periodo e perché non portò con se né viveri né coperte, nessuno sa dirlo. D’altronde nessuno sa nemmeno perché le balene si arenino talvolta in massa sulle spiagge o perché i lemming siano noti per la loro fama di suicidi. Forse non ci pensò, forse credette prima di partire di potercela fare in un solo giorno, o forse si affidò al fato sperando di arrivare al paese stremato ma vivo, cosa che avrebbe reso la sua impresa poco meno che epica. In ogni caso dopo un paio d’ore dall’inizio della marcia, con le piante dei piedi già doloranti, si fermò a mangiare qualche clementina in un frutteto semi abbandonato. Non era stata fatta alcuna raccolta, probabilmente la concorrenza estera era stata forte anche quell’anno, rendendo l’attività di raccolta e vendita del tutto antieconomica. Così era stato anche l’anno prima, gliel’aveva detto Franco, l’ultimo amico con il quale si sentiva telefonicamente almeno una volta alla settimana. Lui era rimasto in paese, vedovo, ma con un figlio molto più accondiscendente…beato lui… Nemmeno Franco era stato informato della sua intenzione di tornare su, sarebbe stata una sorpresa, una piacevole sorpresa da fare. Si conoscevano da piccoli, Geremia e Franco, dall’età di 5 anni, da quando giocavano a sottomuro, oppure con le trottole di legno fatte dai genitori o da quando avevano cominciato a contare il tempo che rimaneva all’inverno in attesa di vedere le prime nevicate. Era un momento eccitante quello delle nevicate, appena uno dei due fiutava l’odore della neve, ancor prima che questa cominciasse a cadere, avvisava l’altro. Così si davano appuntamento in cortile, quindi si stendevano schiena a terra sui lastroni di tufo a guardare in alto e ad aspettare. Era la loro personalissima roulette russa. Pietro, il figlio del panettiere, di un paio d’anni più grande ma molto, molto più furbo, aveva raccontato loro del mistero del primo e dell’ultimo fiocco di neve. Il racconto era incominciato con: “Mio cugino mi ha detto…” (perché nelle storie dei bambini c’è sempre un parente più grande e più saggio che dà valore ai racconti), ed era proseguito con la descrizione dell’incredibile ed ineluttabile destino di chi fosse mai riuscito a vedere il primo o l’ultimo fiocco di una nevicata. Si narrava che chi si fosse trovato in una di quelle due condizioni sarebbe morto immediatamente, senza poter dire nemmeno una parola o fare un passo. Ai dubbi dei due ragazzini Pietro aveva risposto spavaldo: - Aspettate la prima nevicata e guardatevi attorno, vedrete che nessuno guarda in alto fino a che la prima neve non abbia toccato terra o fino a che non abbia smesso del tutto di nevicare; nessuno ne parla, ma quelli sono attimi di terrore per tutti… - Nei giorni seguenti Geremia e Franco si erano trovati ad analizzare la situazione più volte, ed alla fine non avevano potuto che convenire che effettivamente era così, e che chi guardava in alto lo faceva solo quando la neve stava già cadendo o solo dopo che fosse smesso del tutto di nevicare. Così per gioco, avevano cominciato a sfidarsi verbalmente, accusandosi a vicenda di non avere il coraggio di aspettare l’inizio o la fine di una nevicata a testa in su, fino a che non avevano deciso di sfidarsi in una prova di coraggio: chi fosse rimasto vivo sarebbe stato testimone oculare della morte dell’altro, ed avrebbe potuto raccontarlo ai posteri. Di solito aspettavano solo l’inizio delle nevicate, quelle si potevano percepire con sufficiente approssimazione, la loro fine no, e dal momento che rimanere stesi sotto la neve non era particolarmente piacevole, di solito aspettavano solo che cominciasse, poi una volta certi di non essere riusciti a vedere il primo fiocco in assoluto, si alzavano e correvano via a giocare. Per ben quattro inverni, dai cinque ai nove anni compiuti, non avevano dimenticato mai di seguire la scommessa, poi come tutti i giochi dei bambini, la loro attenzione era stata attratta da altro e così se ne erano dimenticati del tutto. Le clementine calmarono la fame e la sete per un bel po’ e gli ridettero la forza per riprendere il cammino, non prima del breve riposino post prandiale al quale non avrebbe rinunciato mai. Il tronco di una quercia accanto al frutteto si rivelò piuttosto comodo, d’altronde tra un materasso ortopedico e quello schienale di fortuna la differenza era poca. Era ad un centinaio di metri dalla vetta della seconda collina quando percepì distintamente l’abbassarsi della temperatura; “Se va avanti così, pensò, al tramontare del sole scenderemo sotto zero…” Nemmeno quel pensiero gli riportò alla memoria il fatto di dover trovare un riparo per la notte, al contrario continuò a camminare, superò la cima della collina e ridiscese dal lato opposto. La vegetazione si faceva più fitta, un piccolo bosco di faggi lo aveva avvolto con i suoi rumori verso le quattro del pomeriggio, e da una mezz’ora gli facevano compagnia lo stormire delle foglie e lo scricchiolio dei rami secchi sotto le scarpe. Fu quando raggiunse una radura che sentii di nuovo, dopo tanto tempo l’indimenticabile odore pungente del freddo secco, proprio quello che in quota fa cristallizzare le gocce d’acqua in sospensione. Cominciò a camminare più veloce, come quando sulla via di casa si sente l’odore del pranzo e si accelera il passo per arrivare prima a tavola. Era come un richiamo, un segnale, qualcosa che gli suggeriva di essere sulla strada giusta, provò a correre, ma al primo sforzo si rese conto che un passo veloce era quanto di meglio il suo fisico potesse fare. Il sudore cominciò ad appannargli gli occhiali, se li tolse continuando a camminare per poterli pulire sul pullover, poi non sentì più niente. Si svegliò di soprassalto qualche minuto dopo, con il fiato ancora corto. Si rese conto di non essere probabilmente più nell’età di poter fare certi sforzi improvvisi; il sangue era sceso rapidamente alle gambe che sotto sforzo avevano bisogno di quanto più ossigeno possibile, così ne era stato sottratto al cervello ed era svenuto. Provò a rialzarsi, deciso a riprendere la marcia, ma era dolorante e le gambe non lo sostenevano affatto nello sforzo. Fu in quel momento che sentì nuovamente l’odore pungente di freddo secco, portato stavolta da una brezza veloce che saliva dal fondo della collina puntando decisamente al cielo. Questa volta la sensazione non era più quella di prima, il freddo era più freddo, il secco era più secco e le foglie stormivano più forte. “Non scenderemo sotto zero al calar della notte” pensò, “farà freddo molto prima, questa è neve… Franco, questa è neve….”. Deglutì spaventato, si guardò attorno, poi in alto. Qualcosa carpì la sua attenzione, scendendo leggero ma deciso gli passò proprio davanti al naso, a meno di un metro di distanza. Uno solo, un singolo fiocco di neve, il primo e contemporaneamente l’ultimo fiocco di neve della nevicata più breve a memoria d’uomo. Non emise una sola parola, non fece un solo passo in più. Lo ritrovarono due settimane più tardi, disteso sulla schiena, con una gamba piegata sotto l’altra e le braccia aperte. Gli occhi guardavano spalancati il cielo come da bambino, solo che Franco non era lì, a testimoniare di una sfida che probabilmente non avrebbe mai voluto vincere. Non ci furono analisi né autopsie sul suo corpo, perché un vecchio che si arrischia da solo nei boschi all’inizio dell’inverno senza cibo, acqua e vestiti adatti, sarebbe stato dichiarato morto assiderato da qualsiasi medico dotato di buon senso. Se fosse stato un malore, il freddo intenso, l’eccesso di sudore, il suo cuore fragile oppure la vendetta di una leggenda dimenticata in soli quattro anni, molto tempo prima, nessuno poteva saperlo; certo è che quando lo trovarono, aveva gli occhi pieni di stupore ed una smorfia che sembrava un sorriso, d’altronde una nevicata così, chi l’avrebbe vista mai…” Si appoggiò allo schienale, guardò i fogli soddisfatto e vi gettò su la penna. Per le correzioni se ne sarebbe parlato il giorno dopo. Si alzò, prese un pezzo di sformato ormai freddo dalla teglia e lo assaggiò prima di andare a dormire. Quando si è consapevoli di ciò che si scrive, e vengon fuori delle cose belle, anche la solita cena ha un sapore diverso… g. |


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