Creato da: marcelloongania il 21/02/2006
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Il processo - 2° giorno (I)

Post n°18 pubblicato il 23 Febbraio 2006 da marcelloongania

Venerdì 4 dicembre 1970

Anche la seconda giornata del processo ha inizio con una mezz'ora di ritardo. Le caratteristiche dei preparativi sono identiche a quelle del giorno precedente: lunga attesa sul marciapiede, questa volta sotto la neve, gruppo di familiari ed amici incolonnato sullo spiazzo di fronte al palazzotto, perquisizione (ma a dire il vero meno a fondo), nuova attesa nel cortile interno dove ci accorgiamo di un fatto significativo: la mitragliatrice al terzo piano è stata tolta e la finestra chiusa. Va inoltre segnalato che è aumentato il numero degli osservatori giunti da altre province spagnole e dall'estero, che siedono in aula entro un recinto speciale a loro riservato ed è pure aumentato il numero di giornalisti inviati da quotidiani, riviste, radio e televisione che possono entrare in aula senza troppe difficoltà al seguito dei giornalisti accreditati.
Sono nuovi segni del cedimento delle autorità spagnole di fronte alla pressione della pubblica opinione mondiale.
Oggi è venerdì e si riunirà a Madrid il consiglio dei ministri sotto la presidenza del generale Franco. Si parla della proclamazione dello stato di emergenza su tutto il territorio spagnolo quale conseguenza diretta del sequestro del console onorario tedesco di San Sebastiàn, Eugen Beihl.
Ma lo stato d'emergenza, per lo meno in Guipuzcoa, ha già avuto inizio fin dal giorno stesso del sequestro: è assolutamente impossibile, per uno spagnolo, muoversi senza controlli. Non così per gli stranieri e soprattutto per i giornalisti stranieri che si recano nel paese basco per prendere contatto con la realtà della situazione, per sapere quali sono le reazioni di quel popolo di fronte al processo di Burgos, insomma per avere tutte quelle informazioni che la stampa, la radio e la televisione spagnole censurano drasticamente.
E' giunto a Burgos un gruppo di sacerdoti baschi, amici e compagni di studio di uno dei due sacerdoti processati. Raccontano di scioperi, di manifestazioni, di negozi chiusi in segno di protesta, tanto a San Sebastiàn quanto a Bilbao e negli altri grossi centri delle province basche; di una grossa manifestazione a Cestona, la città natale dell'ormai celebre ex-campione europeo di pugilato Urtain, dove la caserma della Guardia Civil è stata assediata ed hanno dovuto far giungere rinforzi dai paesi vicini per mettere in fuga gli assedianti.
Raccontano di barricate a Tolosa e nella periferia industriale di San Sebastiàn, di gruppi molto numerosi di fedeli che si chiudono nelle chiese in segno di silenziosa protesta. Nulla di tutto ciò viene pubblicato dagli organi di informazione spagnoli che in questi giorni il Ministero delle Informazioni controlla e censura con mano assai più pesante del solito.

 
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Il processo - 1° Giorno (VI)

Post n°17 pubblicato il 23 Febbraio 2006 da marcelloongania

Giovedì 3 dicembre 1970

Verso sera un gruppo di avvocati si riunisce con i giornalisti nel salone nel salone dell'albergo dove entrambi risiedono e che sarà d'ora innanzi il vero quartier generale dal quale verrano dirette tutte le operazioni riguardanti questo "sumarisimo".
Gli avvocati comunicano che la competenza della corte marziale può ancora essere messa in discussione fino al momento in cui il Tribunale Supremo non si sarà pronunciato in merito ad un loro ricorso in cui chiedono che venga devoluta la competenza della causa al Tribunale di San Sebastiàn. Finora il ricorso non è stato ricusato e ciò e già qualcosa.
Vi è qualcuno più pessimista degli altri che ricorda che il processo di Burgos potrebbe essersi già concluso prima ancora dell'attesa sentenza del Tribunale Supremo, gli imputati condannati e qualcuno di loro a morte senza alcuna possibilità di riparazione.
E' importante questa puntualizzazione degli avvocati e non solo perchè si tratta di un processo la cui sentenza può contenere condanne irreversibili, ma anche perchè per la prima volta vengono messe in luce alcune irregolarità essenziali di tutto il procedimento e prima fra tutte quella della competenza del Tribunale Militare.
Gli avvocati difensori formulano le loro osservazioni senza timore alcuno, pur non ignorando che è presente, confuso tra i giornalisti, un ispettore superiore della polizia politica spagnola.
Gli avvocati difensori denunciano la tendenziosità e la parzialità del pubblico ministero, l'astio che egli prova per tutti i baschi, la condanna collettiva che egli vorrebbe applicare a tutto quel popolo. E nemmeno i giudici si salvano all'esame degli avvocati difensori, primo fra tutti il presidente del tribunale.
"E' noto -dice uno degli avvocati- che fino a poco tempo addietro i soldati di leva baschi qui trasferiti per la ferma, nel reggimento da lui comandato, erano oggetto di non poche vessazioni che andavano alla non concessione di permessi a maltrattamenti ben più gravi. Un tale giudice, un tale tribunale, non può essere imparziale con gli imputati!"
E con questa grave accusa si chiude la prima giornata del processo di Burgos.

 
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Il processo - 1° giorno (V)

Post n°16 pubblicato il 23 Febbraio 2006 da marcelloongania

Giovedì 3 dicembre 1970

Ha inizio il processo.
Il segretario della corte inizia la lettura del sommario degli atti istruttori, 102 pagine che, come vedremo, riflettono più l'atto d'accusa che non il resoconto imparziale degli avvenimenti. Ma appena cominciata la lettura ha luogo il primo intervento degli avvocati, il primo incidente. Si domanda di poter esporre alcune considerazioni fondamentali chiedendo di ritornare alla sospensione del processo, già sollecitata a suo tempo da tutti gli avvocati difensori. Il presidente della corte nega la richiesta, nega l'uso della parola.
Questo primo scontro tra avvocati e giudici annuncia il clima di tensione che vi sarà durante tutto il processo. Ed allorquando il presidente minaccia gli avvocati con un'ammonizione, uno di questi interrompe il dialogo per formulare una nuova richiesta: che vengano tolte le manette ai processati. Il presidente chiede al comandante della forza pubblica, presente in aula, se egli può garantire l'ordine nella sala con i processati a mani libere.
"No, colonnello!"
E le manette non vengono tolte.
La lettura del sommario prosegue a rilento, interrotta ogni pochi minuti per presentare una richiesta od una protesta, sempre rifiutate dal presidente della corte. Sono richieste e proteste di natura strettamente giuridica che esulano dalla capacità e conoscenza del presidente, il quale deve ricorrere più di una volta ai consigli dell'ufficiale relatore, il capitano Troncoso, membro del Corpo Giuridico Militare.
Gli imputati sono molto tranquilli. Ammanettati a due a due, seduti in una panca in prima fila con altrettanti poliziotti alle spalle, si girano di quando in quando col volto verso la sala per accennare un sorriso ai parenti seduti in aula.
Doppo una mezz'ora è il principale imputato, Izko De La Iglesia, che chiede gli vengano allentate le manette. Di ciò approfittano anche gli altri imputati e alle undici in punto viene sospesa la seduta per una ventina di minuti.
Quando riprende vi sarà una protesta degli avvocati che durante l'intervallo sono stati sloggiati dall'aula, con la forza, dalla polizia armata. E altre proteste le avremo ancora prima di riprendere la lettura del sommario. Tra queste una che non manca di un certo sapore umoristico: uno degli avvocati chiede che in base a un articolo del codice di giustizia militare venga sospeso il processo poichè il pubblico ministero non ha la sciabola allacciata al cinturone, come ordina la legge. Un altro avvocato interviene proponendo una conciliazione; il presidente ordina che il pubblico ministero cinga la sciabola.
La lettura riprende tra lunghe e prolungate interruzioni che non avranno altro risultato se non quello d'irritare giudici ed avvocati e di preparare il clima per una rottura violenta come quella che avremo nell'ultima giornata del processo.
Quando viene tolta la seduta, verso le due del pomeriggio, ci si comunica che il processo riprenderà all'indomani, alle nove del mattino.

 
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Il processo - 1° giorno (IV)

Post n°15 pubblicato il 23 Febbraio 2006 da marcelloongania

Giovedì 3 dicembre 1970

Entriamo in aula. Giudici, avvocati, imputati e forza pubblica sono già ai loro posti. Qui incombe una vera atmosfera da corte marziale anche se l'aula in sè non è troppo consona al ruolo che dovrà svolgere. Un saloncino in stile liberty da palazzotto di buon borghese campagnolo con gli stucchi alle pareti ed al soffitto, un lampadario centrale ed una mezza dozzina di appliques, alcune con una o più lampade bruciate, grandi vetrate colorate con fiori, greche e ghirigori; i tavoli dei giudici, del pubblico ministero e del giudice istruttore alquanto miseri e di dubbio gusto; gli scanni degli avvocati difensori improvvisati e traballanti; una lunga panca per i sedici imputati. Sulla parete di fondo un vecchio e stinto ritratto fotografico del Caudillo, il generalissimo di tutti gli eserciti, all'età di 50 anni. Sul tavolo dei giudici un grande crocifisso in ottone tirato a lucido qualche ora prima, tanto è splendente.
Il pubblico dietro a noi, seduto su panche di legno, silenzioso, conscio che sei dei sedici imputati sono condannati a morte prima ancora che il processo abbia inizio.
E tutti e sedici gli imputati con le manette ai polsi e scortati da un nugolo di poliziotti vestiti di grigio, armati e con l'elmetto in testa; la prima volta, questa, che gli elmetti sono apparsi in un'aula di tribunale, seppur militare.
Poliziotti andalusi, castigliani, dell'Estremadura che con i loro visi stanchi e distratti, con il loro sguardo perduto e vuoto e con le loro guance bianche e flaccide, contrastano tremendamente con l'aspetto maschio, severo e penetrante dei sedici avvocati, dei sedici imputati, di tutto il pubblico, tutti baschi.
Non sarà difficile al momento opportuno riconoscere, sparsi qua e là tra il pubblico, i poliziotti in borghese e gli agenti provocatori.

 
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Il processo - 1° giorno (III)

Post n°14 pubblicato il 23 Febbraio 2006 da marcelloongania

Giovedì 3 dicembre 1970

Intanto passa il tempo e sono già le nove e un quarto. Siamo già in ritardo, sarà questo il primo segno che preannuncia come tutto l'apparato di forza e di sicurezza sia più apparente che reale e non saprà nè potrà resistere allo scontro con i sedici imputati e con la pubblica opinione spagnola e mondiale.
Anche i militari di Franco sono in ritardo. Passa ancora qualche minuto ed un tenente in uniforme si avvicina a noi giornalisti e ci invita ad entrare. Sulla porta presentiamo la nostra "tessera speciale per assistere alla causa 31/69". La controllano, la rigirano, chiedono un documento d'identità e quindi ci dicono di raggiungere un poliziotto in borghese che ci dovrà perquisire. Per arrivare dal poliziotto dobbiamo attraversare la sala d'ingresso, rimontare alcuni gradini, transitare lungo un corridoio: i mitra dei "baschi verdi" ci indicano la strada da percorrere, sono delle frecce indicatrici veramente originali. Il poliziotto in borghese ci chiede chi siamo, apre le nostre borse, fruga tra le carte in cerca di un'arma, di una macchina fotografica, di un magnetofono e forse di un qualche apparecchio di spionaggio che possa servire a raccogliere o a trasmettere quanto sarà detto o quanto avverrà in aula. Ci frugano nelle tasche, nel portafoglio, ci fanno aprire i pacchetti di sigarette appena comperati ed ancora chiusi, ci perquisiscono sotto la giacca. E' una perquisizione a fondo, da carcere duro. Quindi ci lasciano andare e sempre seguendo quelle originali frecce indicatrici, dobbiamo attraversare tutto l'interno del palazzotto per raggiungere un cortile freddo e senza sole dove vengono riuniti in gruppi separati i giornalisti ed il pubblico. Tra il pubblico riconosciamo qualche collega giunto dall'estero che ha dovuto fare la coda come tutti gli altri, fin dalle sette del mattino, in quanto non in possesso della tessera speciale.
Ci guardiamo attorno. Siamo nel cortile in cui qualche ora prima era entrato il pullman blindato con a bordo i 16 imputati. Ora vediamo la cancellata dall'interno. La chiude una grossa catena che ogni cinque minuti viene controllata da un tenente dei "baschi verdi".
Da un lato del cortile un muro; dal lato opposto le vetrate a colori della sala del tribunale, il portico e la scalinata da cui si accede agli uffici amministrativi del governatorato. Di fronte alla cancellata un'alta parete, tutta finestre, di quattro piani. Finestre chiuse, dietro ad ognuna delle quali si può scorgere un militare in posizione di vigilanza; soltanto una finestra al terzo piano è aperta. Vi sporge una mitragliatrice montata su un treppiedi e puntata verso l'angolo dove siamo riuniti noi giornalisti. Ci guardiamo veramente sorpresi e colpiti: non sapevamo di essere considerati così pericolosi.
Intanto passa il tempo e militari di varie armi, di varie uniformi, ognuno armato a modo suo, continuano ad entrare e uscire dal cortile, osservando, vigilando, sorvegliando.
Alle nove e trenta ci chiamano in aula. Un primo gruppo di otto, quindi un secondo gruppo. Ci rendiamo conto che siamo in più di undici ad entrare, che è avvenuta una seconda spaccatura nell'apparato di rigore e severità annunciatoci prima del processo, che anche alcuni inviati speciali giunti all'ultimo momento hanno potuto entrare senza le credenziali tanto lesinate a Madrid. E ci rendiamo conto che questa è una prima vittoria nostra e della pubblica opinione mondiale, ma allo stesso tempo cerchiamo il perchè (e non riusciamo a trovarlo) un governo dittatoriale come quello di Franco abbia compiuto un così grossolano e madornale errore.

 
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