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« Francesco Maria MolzaSonetti di Raffaello Sanzio »

Francesco Maria Molza (2)

Post n°711 pubblicato il 01 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

[6 Di Francesco Maria Molza]

Come posso dir' io che sì begli occhi
Sian, donna, vostri, e sì soave il guardo,
S'io non v'oso guardar quando vi guardo;
Perché qualor avvien che gli occhi miei

Cercando l'orme vostre in alcun loco
Scontran la maraviglia di quel volto
Ratto di tante e sì diverse avvolto
Voglie mi trovo, e tra sì dolci e rei

Pensier, tema, vergogna, in ghiaccio e in foco,
Che se la vista un poco
Alzo a mirarvi, a quella altiera e grave

Vostra tant'onestà l'alma mia pave
E arrosso e imbianco a un tempo e impallidisco
E vorrei pur mirarvi, e non ardisco.

[7 Di Francesco Maria Molza]

Come potrò lontan dal mio bel sole
Guidar la stanca navicella in porto,
Se con lui vivo, e senza lui son morto?
Come potrò senz'alma, e senza core
Viver unquanque, o travagliata vita?
In lui resta di me la miglior parte.
Tu ch'i vani desii nostri comparte
Spegni col piombo in me l'usato ardore
E accendi lui talché mi doni aìta,
O potenza infinita
D'amor, ch'un corpo d'ogni senso privo
Senz'alma, senza cor tenghi ancor vivo.

[8 Di Francesco Maria Molza]

Al signor Vescovo di Verona in quei tempi Datario di Nostro Signore.

Spirto gentil, che 'n giovenile etade
Italia nighitosa ai primi pregi
Chiamate spesso de' suoi luoghi egregi
Mentre vi stringe il cor alta pietade.

Alle dolci, occupate, alme contrade,
Già seggio illustre d'onorati regi,
Gli occhi volgete e fra bei vostri fregi
Luogo abbia ancor di lei la libertade.

E se fortuna di furor accesa
Ch'a bei principi fu sempre molesta
Intoppi n'apparecchia amari et empi,

Non lasciate, signor, vostr'alta impresa;
Però che non fu mai sì com'or presta
Italia a ritornar gli antichi esempi.

[9 Di Francesco Maria Molza]

Madrigale del Molza

Perché piangi, alma, se per pianger mai
Fin non speri a' tuoi guai?
Per questo sol piango io;
Che s'alli affanni miei
Prometteste riposo, il pianto mio
Tanta letizia de la speme avrei
Che pianger non potrei;
Però fuor di speranza
Sol lagrimar m'avanza.

[10 Di Francesco Maria Molza]

Canzone del Molza

L'alta speranza che 'l mio cor saluta,
E fallo rallegrar com'a lei piace,
Meco ragiona in sì soave guisa
Che l'alma ogni altro ben odia e rifiuta,
E giovale sperar che la sua pace
Alberghi in quei begli occhi onde fu ancisa;
Perché mi tien de ragionar precisa
Ogn'altra via, e spesso m'assicura
Con voce sì soave di sospiri
Portarvi inanzi il duol de' miei martìri,
Ch'ogni doglia, quantunque acerba e dura,
Rivolgi in festa pura:
Questa mi porge a dir ferma fidanza
Ch'ogni altrui gioia il mio languir avanza.
Ciò gli occhi fanno, che sì dolce aprìo
Con le sue man Amor, che 'l perder vita
Li cui cantai e cantarò in eterno.
Da questi di valore ardente uscìo
Per passar dentro a' miei virtù infinita,
Alla cui giunta ogni mio senso interno
Presto die' loco, sì com'io discerno,
Per prender qualità da quel bel raggio
Che dal volto cadea, ove dimora
Quanto di bel il secol nostro onora.
Qual fia a parlar giammai cotanto saggio,
Che 'l lor dolce vïaggio,
E quel ch'appena col pensier disegno,
Aguagli, o 'l bel morir ch'onor mi tegno?
Forse che non ve erate in fin quel giorno
Accorta a pieno ancor come piacete,
E com'il ciel vi fe' sì bella cosa?
Perché 'l dolce atto di pietate adorno,
Il ben ch'egli può dar, che voi tenete
Mostrasse altrui la via de gire ascosa
Là dove in pace il suo fattor si posa.
Però contra colui che tutto vede,
Madonna, e che veghiati ch'altri fiso
In voi non scorga il ben del paradiso
Celandogli il bel don che per mercede
Del suo valor vi diede
Il lume, de cui mai nulla si perde
Per muro, o poggio mai, o fronde verde.
Ché sempre ho inanzi il bel sembiante umano,
Che 'l disgombra d'ogni duol ch'aquista
Longe da voi, che siete la sua duce.
Ché, se dato v'ha il cielo in vostra mano
Il potervi arricchir sol della vista,
Dritto è che del valor ch'indi traluce
Nell'alma viva e de sì chiara luce,
Innanzi a cui da vespro e da le squille
Passarci terza pria che pur un poco
Sfogato avessi l'amoroso foco
Del cor che vi recoron le faville,
Intrando a mille, a mille
Da que' begli occhi, ond'al prezzar imparo
Quanto di bello apprezza il volgo avaro.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

 
 
 
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