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Tarquina Molza (2)

Post n°749 pubblicato il 07 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

[8 Di Tarquinia Molza]

S'eguali havessi le forze al desìo,
Tarquinia, ch'a lodarvi ognor m'invita
Voi dopo morte rimarreste in vita
E me insieme trarrei dal cieco oblio.

Ma tanta è la bellezza rara, ch'io
Contemplo in voi, con la virtù infinita
E l'onestà da voi tanto gradita
Ch'ogni pensier trapassa non che 'l mio.

Pur vo' talora, ricercando in parte
Di farvi nota la mia intensa voglia,
Non già ch'io speri di ritrarvi in carte;

Né cagion ha Camillo, onde si doglia
Di me, che spesso per difetto d'arte
Non mostro quant'in voi valor s'accoglia.

[9 Di Tarquinia Molza]

Ov'è l'arco e lo strale,
U' son le face, Amore?
Grida Ciprigna, e pur con gran furore
A le tenere sue carni fa male.
Lì con timor la bella
Tarquinia, i' dico quella
Che fa vergogna al sole,
Con sue dolci parole,
Mel chiede; io gliele do, credendo ch'ella
Tu fossi; ma se pur trovar gli vuoi
Va tosto, e guarda ne begli occhi suoi.

[10 Di Tarquinia Molza]

In risposta al sonetto del Falloppia

Sdegno non fu ch'a pungervi mi spinse,
Ma poi che de le rime ond'io ne porto
Fama mi parve voi pentirvi a torto
Invidia allor il cor m'assalse e vinse.

Hor, se la scusa da voi non si finse,
Dentro in me stessa godo e mi conforto
Che per me, il laccio ancor qual bene attorto
Fune vi stringe con che Amor vi avvinse.

Onde l'errore a voi facil perdono,
S'error fu in non prezzar me bassa e vile
Presso all'altezza ch'a le stelle arriva.

A lei ceder gli onor' contenta sono,
Non già com'a mortal donna; ma diva
Solo a sé stessa, a null'altra simile.

[11 Di Tarquinia Molza]

Nella morte di m. Molza.

Non da più rio dolor trafitto geme
Povero agricoltor cui nuova pianta
Che bei frutti mostrava, irato schianta
Borea dal piede e seco ogni sua speme

Di quel ch'ora per te, gentil suo seme,
Modona sente, cui porgevi tanta
Speranza di valore e bontà quanta
Gloria le dier' già l'avo e 'l padre insieme,

E quel che dar può a caro figlio e saggio
Tenera madre di feral cipresso
Orna il mesto sepolcro, e di tai note

Degli anni suoi nel più fiorito Maggio
Da fiera morte et importuna appresso
Qui giace Molza al gran Molza nipote.

[12 Di Tarquinia Molza]

Morte, è pur ver che tu di vita privi
I miglior' sempre, acciò che maggior doglia
Chi a dietro resta in quest'inferno accoglia
Ove siam morti e parci d'esser vivi.

Tu m'hai purtroppo innanzi tempo privi
Con la tua man che tutto il mondo addoglia
Del giovinetto Molza, e ben s'invoglia
A trar dagli occhi lagrimosi rivi.

Spento è il buon Molza nel fiorir degli anni,
Anzi in ciel vive presso a l'avo e al padre
E 'l sommo ben ch'amava in terra gode.

Alma felice, ch'a beati scanni
Salita sei fra le celesti squadre
Deh non sprezzar la mia terrena lode.

[13 Di Tarquinia Molza]

Né mai da campi l'aspettate spiche
Innanzi tempo il mietitor recide,
Né da fecondi rami unqua divide
Acerbi frutti delle sue fatiche.

Ma voi del nostro ben Parche nemiche
Sul fior degli anni (ohimè!) con mani infide
Sete pur di colui state omicide
Che più ch'altrui fer' le virtuti amiche.

Tu, patria mia, di sì nobil sostegno
Priva meco membrando il nostro stato
Così ti duole ove piangendo scrivi.

Molza, sei morto? O inexorabil fato,
Non di te il mondo, sol n'era il ciel degno,
Tu or col padre e l'avo eterno vivi.

[14 Di Tarquinia Molza]

Molza, che i piedi ancor teneri e brevi
Per l'avite mettendo e patern' orme
D'ir a gran passi lor pari e conforme
Anzi il dovuto di speme accendevi.

Beato se' che le muse onde ardevi
Vere là su tra le celesti torme
Miri e 'l suon odi che ciascuna forme
Di nove giri in gravi accenti e lievi.

E che l'acque superne ed il cristallo
Ammiri invece del qui amato fonte
Che cavò l'unghia del cavallo alato.

Ma noi senza te mesti in questo stallo
Dei pie' di Dio dagli occhi nostri fonte
Versiam ch'il terren bagna ove sei nato.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)
 
 
 
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