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Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

XV

[1 Di Giovanni Andrea Gesualdo]

Del Getualdi

Tra verdi piagge e tra correnti rivi,

Al dolce mormorar di lucide onde,
Col bel favor d'un glorïoso lume
Lieto udir mi facea con dolci note,
E fummi un tempo sì benigno il cielo
Ch'ogni uom gradiva il mio soave canto.
Mentre più intento al viver lieto, al canto
Erbette e fior cogliea tra freschi rivi,
Sì fiero incendio in me piovve dal cielo
Che né al freddo liquor di liquide onde,
Né al dolce suon de le continue note
Temprar potei l'assalto di quel lume.
Al fiammeggiar del dispietato lume,
Lasciando a parte il dilettoso canto
E l'erbe, e i flori, e 'l suon de le mie note,
Fuggendo corsi ove ben mille rivi
Sparge una fonte ognor di sì chiar'onde
Che tali in terra mai non vide il cielo.
Ben mi fu al tempo gratïoso il cielo
Quando contro all'ardor del terzo lume
Mi diede il refrigerio di quelle onde,
Che destar ponno l'amoroso canto
Nell'alma accesa, al mormorar de' rivi
Dolci sonanti, e le più calde note.
Or vorrei ben ch'Amor con le sue note,
Scendendo qui tra noi dal proprio cielo,
Or che dritto ne mira e secca i rivi
Co' caldi raggi suoi l'ardente lume,
Qui mi dettasse un sì mirabil canto
Ch'i' potessi addolcirmi sì belle onde.
Se degno potrò farmi di queste onde,
Temprando i miei sospir con alte note
Si ch'alla fonte mia non spiaccia il canto
Forse gradite ancor fien sotto il cielo
Quest'acque sì che sempre all'ombra e al lume
Faranno al mondo i più pregiati rivi.
Più degni rivi non conobbe il cielo
Né fe' note apparir più vago lume,
Né scaldò canto mai più nobili onde.

[2 Di Giovanni Andrea Gesualdo]

Del Medesimo

O chiara fonte, che con lucide onde,
Rinfreschi il tuo real seggio d'intorno,
E quello rendi sovr'ogni altro adorno
Col divino valor che 'n te s'asconde.

Conservi il ciel le sue fiorite sponde,
E più beato ognor di giorno in giorno
Faccia il tuo lieto e candido soggiorno
Tra queste grazie a mille altre seconde.

Tranquillo e puro il tuo bel sen si mostri,
Né tronco, o sasso mai delle fresche acque lo
Disturbi, o rompa la chiarezza viva.

Sian da te lunge i dolorosi mostri,
E 'l mormorar che pria tanto mi piacque
Tra l'erbe e i fiori eternamente viva.

[3 Di Giovanni Andrea Gesualdo]

Del medesmo

Itene, o folti miei sospiri ardenti,
Al puro sen di quelle gelide onde,
E lo 'mpresso rigor ch'ivi s'asconde
Rompete, aspra cagion de' miei tormenti.

O se benigno Amor di sì possenti
Note v'armasse mai, che le profonde
Acque rendeste tepide e gioconde,
Ond'è il principio e 'l fin de' miei lamenti!

E fu ben già che 'l vostro intenso ardore
Novella fiamma i duri petti accese;
Ma lasso! Hor nulla al gran bisogno vale.

Che 'n freddo ghiaccio il bel vivo liquore
Compresso è tal che di faville accese
Non teme, onde fia eterno il nostro male.

[4 Di Giovanni Andrea Gesualdo]

Al bel nido real, ch'adorno e chiaro
Rendono i raggi del mio vivo sole
Torno oggi a veder l'altere e sole
Grazie che 'n modo tal pria mi legaro.

Per racquistarmi un sol fido riparo,
Ch'i' provo al pianto che m'affligge e duole,
Cerco il bel riso e 'l suon delle parole
Ch'al cuor rimbomba sì soave e raro.

Ma d'onde avvien che sì sgomenti e treme
L'anima stanca, e quanto al dolce lume
S'appressa più, maggior cresca l'affanno?

Lasso! Ben veggio che l'accesa speme
Perch'io del tutto ardendo mi consumo
Mi guida e sprona al mio più grave danno.

[5 Di Giovanni Andrea Gesualdo]

Può bene il sol nel lucido orïente
Nascendo rimenarne il chiaro giorno
Sgombrar le nebbie e far il mondo adorno
Col lume suo sì candido e lucente.

Ma, s'obbietto vi sia troppo possente
D'un nembo tal che neghi il bel soggiorno,
Non più ai raggi serenar d'intorno
Sì ch'opri in terra quel vigore ardente,

Così il mio sole ogni profondo orrore
Col valoroso de' begli occhi assalto
Vince, il mio non che troppo è folto e grave.

Ma forse al lungo andar l'alto splendore
Aprendo il cuor con l'amorosa chiave
Torrà il mio cieco e tenebroso smalto.

[6 Di Giovanni Andrea Gesualdo]

Voi ch'attendete a glorïose imprese,
Per farvi ricchi d'immortal tesoro
Onde s'aspira a trionfale alloro
Bel pregio è fin di vostre voglie accese.

Indarno fien tante fatiche spese,
Se dove alberga il più laudato coro
Qui non volgete il vostro bel lavoro
Ov'è chi in gentil fuoco il cor m'accese.

In questa fonte, ch'el bel nido reggio
Rende sì altiero e di bei fiori adorno
Onde in me sorge l'onorata spene,

Lunge dal primo loro antico seggio
Fan le grazie e le muse alto soggiorno,
Or qui s'acquista il disïato bene.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)
 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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