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La Bella Mano (121-130)

Post n°862 pubblicato il 20 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

La Bella Mano di Giusto de' Conti

CXXI

Se pria non torneran suo corso al monte
Il Tebro et l'Arno, et mentre il Sol più coce
Rodano agghiaccerà nella sua foce,
E il Ren si asconderà nel proprio fonte:

Se pria non fermerassi all'Orizonte
Ciascun pianeta, qual sia più veloce;
Et se chi m'ha allacciato et posto in croce
Non mi scapestra dalle man sì pronte,

Non fia giamai che avanti agli occhi miei
Non sia quell'atto, che affrenò l'ardore
Della vaghezza, che oltra mi sospinse.

Benedetto il consiglio di colei,
Che essendo già sì prossimo all'errore
Colla sua mano il mio voler restrinse.

CXXII

Occhi del pianger mio bagnati et molli,
Perché il gran duolo in voi non si rinfresca?
O foco dispietato giunto all'esca,
Per che la vita tosto non mi tolli?

Almo gentil paese, o selve, o colli,
Che rimirando par che il mio mal cresca,
Felice terra, dove Amor m'invesca,
Et dove per destin piagar mi volli:

O sasso aventuroso, che il bel piede
Preme sì dolcemente: o dolce piano,
Dove, pensando, spesso rinamoro:

O cielo, o movimenti, onde procede
Virtù che regge chi mia vita ha in mano,
Siavi raccomandato il mio tesoro.

CXXIII

Hora che 'l freddo i colli d'erba spoglia,
Et vansi colmi i fiumi nei lor giri,
Zefiro tace, et Euro par che spiri,
Et non si vede in ramo verde foglia:

Di pace nuda, l'alma ognior m'invoglia
A morte, e il petto m'empie di sospiri,
Onde trabocca il cor, ma i miei disiri
Verdeggian sotto al caldo di mia doglia.

Et tanto ho posa, quanto al cor mi viene
L'alta sembianza del bel guardo altero
Che dolce per natura fa il mio pianto,

E il caro riso che più volte in spene
Già mi ritiene; et l'alto mio pensiero
Al mondo, se no il mio, non scorge tanto.

CXXIV

Anima, che sì tosto et sì sovente
Pur là, ritorni et siedi co 'l pensiero,
Dove è viva colei, per chi sol spero
Trovar riposo a la mia pena ardente,

Come te mena l'affannata mente
Ad ora ad or per sì dritto sentiero,
Così sapeste il corpo tutto intero
Portar, per far le mie voglie contente;

Et discoprir le piaghe ad una ad una,
Che chiuse dentro al doloroso petto,
Morto, sì lungamente, il mio cor hanno,

Havriami ancora il Ciel tanto a dispetto,
Che quell'ingrata non avesse alcuna
Volta pietà del mio non degno affanno?

CXXV

Quando l'alta tempesta in me si aventa,
Et un pensier mi assale a poco a poco,
Conosco i segni dell'antico foco,
Che piglian forza nella fiamma spenta;

Et mentre questo al cor mi si appresenta,
Una favilla piu là non ha loco,
Che tutto ancor m'infiamma sì che un gioco
Mi pare ogni altro duol che al cor si senta.

Et come suole all'apparir dei rai,
Se all'Orizonte spunta la gran luce,
Che l'alba nasce, et fugge la grand'ombra;

Così quando un pensiero al cor traluce,
Amor mi risospinge ai primi guai,
Et ogni altro volere indi mi sgombra.

CXXVI

Quando sarà quel giorno, o cor dolente,
Che agli occhi miei sia reso il proprio sole;
Quando sarà che oda le parole,
Che mi sonan sì care nella mente?

Vedrò mai il dì, che dal mio cor si allente
L'acceso nodo, che infiammar mi suole:
Et chi senza fallir morto mi vuole,
Volga la vista in me più dolcemente?

O passeggiare altero onesto et tardo,
Per che il mio cor tradito a te si diede,
Sì che io non spero omai, che più sia mio,

Quando sarà che il bel leggiadro piede
Ver me si mova, et si giri il bel guardo,
Che mai per tempo non porrò in oblio?

CXXVII

Non sa Fortuna in sì terribil porto
Condur la stanca et fral mia navicella,
Che pur dinanzi non mi veggia quella,
Per chi scolpito Amor nel fronte porto:

Né porrà mai recarmi tal conforto,
Per volger di sua rota, o di mia stella,
Che come già gran tempo, così d'ella
Non parli sempre, et scriva vivo et morto.

Con lei mi sto se io dormo, qual se io veglio;
Et di lei penso, se la lingua tace,
Che ragionando sempre d'ella dice.

Amor, che a sì bel foco mi disface,
Così mi gira per divin conseglio,
Per farmi più nel mio martir felice.

CXXVIII

Quel sol, che mi trafisse il cor d'amore,
Che di sua rimembranza ancor si accende,
Fortuna a gli occhi miei veder contende,
Et gelosia mi cela il suo splendore,

Onde infinito in me cresce il dolore,
Talché nostro intelletto nol comprende:
La lingua è muta, et già più non s'intende,
Mercè chiamando per pietà del core.

Misero me che del mio grave stratio
Pietà non si ebbe mai, onde or sospira
La mente, quando tardi sia il soccorso,

Et fu il mio affanno tal, che avrebbe satio
Non pur Medea nel maggior colmo d'ira,
Ma d'un spietato tigre e il cor d'un orso.

CXXIX

Gli occhi, che fur cagion pria del mio male;
Et le parole che poi morto m'hanno,
E il riso et le maniere che mi stanno
Confitte al cor con sì pungente strale,

Mi son pur tolti, et son condotto a tale,
Pensando al grave irreparabil danno,
Che altro gli miei che lagrimar non fanno,
Così gli rota il corso suo fatale.

Lagrime ardenti di fontana accesa
Già l'infiammata vena in tutto spenta,
E i cocenti sospir m'hanno arso il core;

Ma calda spene, del gran pianto offesa,
L'alma conforta in sì soave ardore
Che il pianto ne l'angoscia par che senta.

CXXX

Quelli suavi et cari occhi lucenti
Che furno un tempo ai miei verace sole,
Le ardite et belle braccia, et le parole
Che ad una ad una par che mi rammenti,

Con quella crudeltà mi son presenti,
Che Amor già volse, e il rimembrar mi dole;
Così dove io mi sia far di me sole
La ricordanza dei passati stenti.

Gli occhi che m'ardon d'un spietato lume,
Le braccia che mi tiran dove è morte,
Et le parole che abagliato m'hanno,

Le tre faville son che han per costume
Far sì ch'io pianga, et mai non mi conforte,
Sempre sì accese in mezo al cor mi stanno.

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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