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Rime inedite del 500 (XXVIII)

Post n°906 pubblicato il 25 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)

XXVIII

[Di Orazio Vecchi]

Come suol ch'alla patria fa ritorno
Dal mondo nuovo, o dalle fortunate

Isole, che gran turba ha sempre intorno;

Questo è quell'altro i passi e le pedate

Sceglion di lui che son pur curiosi

D'udir novelle di quelle contrate.

A tal son' io, così son qui bramosi

D'intendere ch'andò, chi ste', chi venne

Costì alle nozze di sì illustri sposi.

Pensate or voi se tutto quel ch'avvenne
Degno d'historia il possi dir con voce
S'allo scriver non bastan mille penne.
Stanno per pormi, s'io nol dico, in croce;
Voglion saper de l'opra il gran lavoro
E gran disio per ciò gli sprona e coce;
Tal ch'io sono nel mezzo di costoro
Ché del mio ragionar pendono intenti
Come parlasse il papa in concistoro
Tutti gli rendo docili et attenti
E talor dò risposta a più d'un paio
Che m'intronan' l'orecchie d'argomenti.
Fatti lingua, dico io, fatti d'acciaio
Ch'a ragionar de' vostri chiari gesti
Bisogna ch'io mi stracci e cavi il saio.
Né pur avvien ch'un'ora mai m'arresta
Per far palese a chi creder non vole
Quanto ogn'altro signor dopo voi resti.
Descrivo prima la superba mole,
Il regal edificio in varie forme,
Ornato sì ch'ognun strabiliar suole.
Ché il Castellan non teme anco se dorme
Chi possi a quella Rocca insidia farsi,
Che non si temon del nemico l'orme.
Né gl'uomini dovranno essere scarsi
Al creder mio, se col tempo predico
Sassuol potrà a ogni città agguagliarsi.
Io son, signor, per dirla in grand'intrico,
S'a tutti bado, nondimen m'ingrasso
Di voi parlando come un beccafico.
E poi soggiungo che cotesto Sasso
(Gran miracol lor par) produce in copia
Tale che ciaschedun può andar a spasso.
Egli è pur ver quando vi fu, ma inopia
V'è pur formento quivi, che trarebbe
La fame, ho quasi detto, all'Etiopia.
E chi già mai vin più eccellente bebbe,
Che scaturiscon da quei santi colli,
Chi non dice com'io pazzo sarebbe.
Che malvagie! Che Greco! Che fan molli
Gli animi ben robusti e questi ponno
Chi un sorso sol ne gusta far satolli.
Dirò di me che più non trovo il sonno
Da che son privo di sì buon liquore,
Dico da senno, se mi sete donno.
Domandatelo al fido servitore
Del vostro paesano, che mi fece
Berne di quel che tocca il vivo core.
È ver ch'un ne gustai come la pece,
Che mi de' il canovaio, anzi Caronte,
Che chi ne trinca le budella rece.
Che diavol d'uomo è quel, che brusca fronte,
Che zeffo è il suo, che razza d'uom salvatico!
Possi egli pur volar come Fetonte.
È forza pur ch'io 'l dica: ei non è pratico,
Vuo' ch'egli sappia la mia complessione,
Né darmi il vin fumoso, o troppo acquatico.
Pregalo pur, se sai, fagli un sermone,
Dagli anco del Messer, digli che Marco
Mi vuol gran bene, in fin non vuol canzone.
Ma ritorniamo ove lasciai, al varco
Dico che a questi vado descrivendo
Il tutto, benché a me sia troppo carco.
L'ordine poi vi espongo arcistupendo
Ch'era diviso a varï della terra,
E di tutti gli uffici il conto rendo.
D'uomini mostro il numero da guerra
Che su la nobil piazza in ordinanza
Fer' col rimbombo scuotere la terra.
Militia eletta, che il gran Xerse avanza
Di numer no, ma ben di disciplina,
Di coraggio, di fede e di baldanza.
Su le muraglie poi fer' gran ruina
Muschette, artigliarie, schioppi e bombarde
Tosto che la signora fu vicina.
Di mille e mille lumi avampa et arde
La terra, che 'l troiano incendiò pare,
Fra le picche, le lancie e l'alabarde.
Oh che vista! soggiungo, al vagheggiare
Tante e varie pitture, che nel chiaro
Pareano a' riguardanti opre sì rare.
E dame e cavaglier venìano a paro:
Prima molti cavalli alla leggiera,
Ben in arnese innanzi a questi andàro.
Così, dopo una lunga e nobil schiera,
Apparve Clelia, e sotto a' trionfali
Archi passò di tanti onori altèra.
I motti arguti e gravi quanti e quali,
Ch'erano su i proverbi, io non potrei
Dir le prefisse cose a questi tali;
Ma bene il contenuto e dei trofei
E de l'imprese dissegli i concetti
Che sol nel senso pago gli rendei.
Facil mi fu poi dirgli i varî effetti
Di trombe, squille, tamburi e concerti
Musici che s'udian con dolci affetti.
Con parole ch'espressero i gran' merti
Di sì gran donna e le sue lodi altere
Da poeti di nome e d'arte esperti.
Ma quel che fu mirabile al vedere
Era coperto il ciel di tante stelle
Che sembravan per dio tante lumiere.
E ragion che a mirare opre sì belle
Non pur occhio mortal vi sia concorso,
Ma mille occhi del ciel, mille fiammelle.
Qui forte mi riprese, il signor Borso:
Che naso hai d'ogni cosa! Perché troppo
Io poeteggi essendo in ciel trascorso.
Che basta ben s'io vado di galoppo
Senza volare, non avendo io l'ali
Però il mio ragionar strinsi in un groppo.
E diedi a dirmi cose generali
Come di sontuosi e gran conviti
Che ai Luculli ed ai Gracchi andàro eguali.
Che i paggi e gli scudieri eran vestiti
Con nobili livree, et altri ancora,
Staffier, guattari, cuochi eran forbiti.
E dopo cena senza altra dimora
Si stava in suono, in canto, in danza e in ballo
Fin che spuntasse fuor quasi l'aurora.
Dei prodi cavaglier e dei cavalli
Gli dissi ancor, che ponno star a prova
Co' Scipï in giostra, o pur con gl'Annibali.
E par che nell'Iddea mi si rinnovi
D'Amadio quella lunga diceria
Di tanti campioni a far la prova.
Ma troppo lungo inver' stato sarìa,
Se tutti avessi detto i colpi fieri
Ch'eran fatti con core e maestria.
De' Barbari gli dissi più leggieri
Che cervi al corso, ch'emuli di gloria
Prestamente volar fra quei sentieri.
La scena alfin dipinsi ch'un'istoria
Merita certo, e lor mostrai in fatto
L'Arcadia vera degna di memoria.
L'abete, il faggio, il pin fur' messi in atto
E tanti altri arboscelli, e tanti rivi
E frutti natural al gusto, al tatto.
Si vider colti allor i gigli vivi,
E tante varietà d'erbe e di fiori,
E armenti che pareano fuggitivi.
Dai lauri l'ombre avean dai mirti odori
Specchi di fiumi e canti d'augelletti
Scherzi di pesci e strilli di pastori.
Di belle ninfe i vezzosetti aspetti
E di bifolchi agli abiti e a' sembianti,
Un tempio solitario, in rozzi tetti.
Non v'eran l'aure estive a noi spiranti
(Questa mancò), ma delle donne il fiato
Dolce esalava fuor fra i circostanti.
V'era il Vrato istrïon, così nomato,
Nacque per recitar, e credo certo
Ch'a Plauto et a Terenzio abbia insegnato.
È di bianca lanugine coperto
Con barba lunga al petto e sembra a punto
Un satiro che vada pel deserto.
Ride, se torna ben, piange in un punto
Si fa tutto orgoglioso e a un tempo istesso
Umil diviene a i gesti ha 'l saper giunto.
Due ninfe ha seco, e se le tiene appresso
In custodia, cioè gli serba il frutto
Che a Diana pudica hanno promesso.
Hanno più d'un amante arso e distrutto,
Che in penitenza il padre Pan Linceo
Quattro giorni le tenne a pane asciutto.
Degl'intermedii poi stupir gli fèo,
Che il carro della luce era guidato
Da Fetonte, che in Po tosto cadèo;
E del miser garzon mal consigliato
Piansero le sorelle al miser caso
Con un canto che i sassi avrìa spezzato.
Sorse dal palco il monte di Parnaso
Col Pegaso, e la fonte d'Elicona
Che a tutti di stupor s'affilò il naso.
Le Muse e Apol' facean lieta corona;
Ma con dolce concerto quei di dentro
In lor vece ingannar' ogni persona.
V'era una nube, che dal cielo al centro
Scese tre volte, o quattro, in varï casi,
Notate più, ch'ora nel bello io entro.
Da l'arte furon tutti persuasi
Che pregna nube fosse e d'acqua piena,
E l'architetto istesso il credea quasi.
Ne l'ultimo apparir si fe' sereno,
A poco, a poco l'aria e il ciel s'aperse
Mostrando ciascun dio letizia piena.
Nove armonie là sù s'udìan diverse
E stavan per l'udito e per la vista
Le folte genti nel stupor immerse.
E a quella gloria che pur là s'acquista
Per merto e per virtù fu richiamata
Quella ch'è Pia e così bella in vista.
Vieni di gigli d'oro incoronata,
Vieni, gloria del Tebro, anzi del cielo
Vien pur, che la tua sede è qui parata.
Questo invito con santo e puro zelo
Da cinque ninfe con bel canto s'ode,
Che fuor de' boschi uscir' con aureo telo.
Molte altre cose degne di gran lode
Lasciai, che nel più bel della leggenda
La campana di terza ecco che s'ode.
A questo suon tralascio ogni faccenda,
Che suono di leuto, o d'epicordo,
Non v'è che più di questo il cor m'accenda.
È pur gran cosa quando mi ricordo
Che questa campanella mi nutrisce
Più che ginepro non fa 'l merlo, o 'l tordo.
E chi sprezza il suo suono impoverisce,
Che del poco un'assai si fa pian piano
S'or oggi, e s'or domane altri fallisce.
E l'impetrar perdono è tutto vano,
Ché a nissuno già mai si fa ristoro,
Anzi se gli fa un Vespro Siciliano.
Non Posso poi contendere con loro
Che sfodrano il Concilio e 'l Viguerio
Che toglie il pane a chi non serve il coro.
E s'io facessi un furto, o un adulterio,
Più facilmente spararei perdono;
Ma questo è solo ingiusto desiderio.
E ch'ho da far nel mal? S'io parangono
Lo stato mio con quei di manco stima
Trovo che Dio mi fa troppo del dono.
Tanto, o misero l'uom quanto si stima,
(Dice colui) non starò già per questo
Di non cantar e scriver prosa e rima.
Ma udite ben, signor, vi fo un protesto,
Che non badiate a quel ch'io scrivo in carta,
Ché a' vostri cenni sarò sempre presto.
Ch'io vi son servo già la fama è sparta,
Son qui a sua posta, né mi cur che suoni
La campana di terza, anco di quarta.
Perché, s'altri s'acquista de' patroni,
Fruttano più con l'aura del favore
Che le stentate distributïoni.
Massime voi (dico per Dio) signore,
Che mai non comportasti ch'alcun servo
Tolto gli fosse il pan del suo sudore.
Io per me il so che la memoria servo
Nel seno, e lo san quei che costì furo
A servirvi, e chi il niega è un uom protervo.
Oh!, dice il Paesan', che troppo curo
Qualche utile che vien da questa chierca;
Ma s'inganna per certo, ch'io vel giuro:
Io ben il dovrei far, ché lo ricerca
Il carico degli anni che io mi trovo,
E sin qui la fortuna m'è noverca.
Tre croci ho su la schiena, e una ne covo
Che a partorir non starà un lustro intero,
E pur un soldo in borsa non mi trovo.
Né mai n'havrò, se non fo come Homero,
Che l'opre sue vendeva a suon di lira
Per con star di danar sempre leggiero.
Qui par che il paesan meco s'adira,
Dicendo: e dove spendi tanta entrata
Che 'l tuo canonicato ogn'anno tira?
Io l' dirò, facciam pur buona derrata
Centocinquanta scudi ho di guadagno,
E in capo a l'anno io devo la corata.
Chi, mi risponderà qui il buon compagno,
Assotiglia la spesa soffre e stenta,
Digiuna per piacer, questo è sparagno.
Oh questo no, e dirò ch'ogniun' senta;
Vengan(o) pur le petecchie e 'l mal francioso
A chi per arricchir miser diventa.
Prodigo non son già, non son goloso,
E 'l conto vi farò per far vedervi
Ch'io non m'avanzo un bagatin' tignoso.
In primis vuo' una fante che mi servi,
Quest'è il dovere, e quivi vuol salario
E un paggio che l'ufficio fa de' servi.
E poi v'è sempre un sopranumerario,
E ogn'un senza pensier mangia e tracanna,
Ché il pane non si chiude nell'armario.
Ho casa a fitto buona, e ogni capanna
(Si sa pur dov'è grosso, e buon pressidio)
Paga un occhio, e 'l terren si vende a spanna.
Il vitto mio è honesto, e non invidio
A nissun cittadin, che per havere
Del buono anch'io farei un'homicidio.
Vuo' su la mensa mia sempre vedere
Vittella, e se si può qualche augel grasso,
Tosto come cominciano apparere.
E talor anco vado passo passo
Spolpando un buon cappone, o pollastrelli
Per ogni gran denar mai non li lasso.
Da magro vuo' de fiumi o de ruscelli
E pesci, o pescarie, che vanno in stampa
E spesso le Morene, o Tarantelli.
Due fuochi voglio, e godo che la vampa
In alto saglia in camera, o in cucina,
Che una massa di legna sempre avampa.
Usano gli Spagnoli ogni mattina
Al sol scaldarsi longo le muraglie;
Ma il VECCHI a questa strada non camina.
Et a' suoi tempi d'altre vittovaglie
Procuro, e viver voglio da par mio,
E lasciamo stentar alle gentaglie.
Di pernici, o fagian non mi cur' io,
Né pavoni e hortolani, ch'io so bene
Che questo si conviene a Marco Pio.
Ogn'anno vuo' che sian le botti piene,
E sopra tutto s'è possibil, voglio
Del vin che tutto l'anno il dolce tiene.
Di tutte queste cose nulla i' coglio,
E conforme al mio grado par più giusto
E onesto se talor vestir mi soglio
Quando un paio di calze e quando un busto;
E s'io voglio vestirmi questo verno,
Mezza l'entrata spendo a conto giusto.
Ho una pelliccia che più non discerno
Se sia volpe, o castron, varo, od agnello:
Contende fra l'antico e fra 'l moderno;
Ma par che si sostenta col duello,
Che di martore sia; poi ch'io la veggio
Martirizzata a colpi di flagello.
Compro ogni giorno libri, e quel ch'è peggio
Mi vuol un Brevïario alla moderna,
Se no' ch'io fo sclamar tutto Correggio.
E dove lascio la pietà paterna?
Qualche aiuto vuol pur fra l'anno almanco
Che spense già degli occhi la lucerna.
Sempre mi trovo poi (dio grazia) al fianco
Forestier' che mi mangiano le coste,
Né d'animo per questo io vengo manco.
Oh fate il conto un poco, o messer oste,
Dico a voi, paesan', s'al tutto basta
Quest'entratella, e s'al dover m'accoste.
Il mal conosco al mover della testa
(Disse il Falloppia) e 'l fisico provvede
La febbre, s'a l'infermo il polso tasta.
Hor per troncar alle mie ciancie il piede
Questa vita qual sia mi godo in pace,
Ché chi vive contento assai possiede.
Mirate il Braida, che sogghigna e tace,
Come che dica quel teston sì sodo:
L'umor del VECCHI col mio si conface.
Così al mio ragionar ficcando il chiodo
Le man vi bacio, e alla signora assai,
Piegando il ciel per così illustre nodo.
Non mi offro più, ché già mi vi donai.

Tratte da: Rime inedite del cinquecento (Bologna, Romagnoli - Dall'Acqua, 1918)
 
 
 
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Data di creazione: 26/04/2008
 

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