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Il Dittamondo (3-02)

Post n°908 pubblicato il 25 Dicembre 2014 da valerio.sampieri
 

Il Dittamonado
di Fazio degli Uberti

LIBRO TERZO

CAPITOLO II

Seguendo a dí a dí il mio cammino, 
Ascoli vidi, Fermo e Recanata, 
Ancona, Fano, Arimino e Urbino. 
Ne l’ultima cittá, ch’è qui nomata, 
trovai quel vago sol, trovai la rosa 5 
che sopra Lun de’ mali spini è nata. 
Or s’alcuna favilla in te riposa 
d’amor, lettore, pensa qual divenni 
ché la mia mano qui notar non l’osa. 
Ma tanto ti vo’ dire: appena tenni 10 
l’anima al cor, sí dolce l’aescava 
l’alto piacer co’ suoi vezzosi cenni. 
Or quivi fu che ’l partir mi gravava; 
e poi la donna, per la qual fui desto 
nel bosco, ov’io dormia, pur m’affrettava. 15 
Alfin partio da quel bel volto onesto 
contra ’l voler, come dal tempio Achille, 
quando fu prima in Troia ad amar desto. 
Con piccol passo fuggia le faville, 
quando Solin mi riprese: "Che fai? 20 
Se vai così, tardi vedremo il Nille". 
Io non rispuosi, ma co’ piè sforzai 
quel gran disio, che mi traeva a dietro 
come ago calamita fe’ piú mai. 
La Potenza, il Lamone, il Savio e ’l Metro 25 
passato avea, quando fummo a Ravenna, 
che per vecchiezza ha il mur che par di vetro. 
La novitá, che piú quivi s’impenna, 
è ch’ogni pola per San Polinaro, 
che può per lo paese muover penna, 30 
vengono a festeggiare e far riparo 
quel dí, come gli uccelli diomedei, 
al tempio suo, che fu giá ricco e caro. 
Cosí movendo in vèr Romagna i piei, 
sempre cercando e dandomi lagno 35 
s’alcuna novitá trovar potrei, 
a piè de l’alpe udimmo ch’era un bagno 
cinto d’un muro e pietre fitte in esso 
che fan, di notte, altrui buono sparagno. 
Per quel cammin, che piú ci parve presso, 40 
per la pineta passammo a Ferrara, 
dove l’aquila bianca il nido ha messo. 
Ne’ suoi lagumi un animal ripara 
ch’è bestia e pesce, il qual bivaro ha nome, 
la cui forma a vedere ancor m’è cara. 45 
La casa fa incastellata, come 
a lei bisogna e la testa e le branche 
tien sopra l’acqua e ’l piú vive di pome. 
Qual d’oca ha i piè, che si tengon con l’anche, 
coda di pesce e però non convene 50 
che l’acqua a la sua vita troppo manche: 
onde, quando per accidente avene 
che ’l lago cresca, per la casa monta 
e cosí in esso la sua coda tene. 
Ferrara lungo il Po tutta s’affronta; 55 
la gente volentier lá s’infamiglia, 
per lo buon porto che quivi si conta. 
Per quella via, che in vèr Chioggia si piglia, 
senza piú dir ci traemmo a Vinegia, 
torcendo dove fu Adria le ciglia. 60 
Se tra’ cristian questa cittá si pregia, 
maraviglia non è, sí per lo sito, 
sí per li ricchi alberghi onde si fregia. 
E per quel che da molti io abbia udito, 
Eneti fun, Paflagoni e Troiani, 65 
che ad abitar si puosono in quel lito. 
Per mar passammo verso gl’Istriani, 
co’ quai lo Schiavo e Dalmazia confina 
di vèr levante e piú popoli strani. 
Vidi Fiume e ’l Carnaro a la marina, 70 
Pola, Parenzo e Civita nova, 
Salvor, nel mar, dove uom talor ruina. 
Passammo un fiume, che per sole e piova 
fellon diventa, il qual Risan si dice, 
e Istria vidi come nel mar cova. 75 
Vidi Trieste con le sue pendice: 
e tale nome udio che gli era detto 
perché tre volte ha tratto la radice. 
Pur lungo il mare era il nostro tragetto 
in vèr ponente e Timavus trovammo, 80 
ch’al ber mi fu e al veder diletto. 
Cosí andando, nel Friuli entrammo: 
vidi Aquilea, Durenza, e ’l muramento 
che fe’ lá Agoncio e Liquenza passammo. 
Poi, per vedere Italia a compimento, 85 
volgemmo in vèr la Marca Trevigiana, 
che prende de la coda il Tagliamento. 
Quivi è il Mesco e la campagna piana, 
se non da costa, ove ’l giogo la cinge, 
che passa in Osterich e ’n Chiarentana. 90 
L’onore e ’l ben, che di lá si dipinge, 
si son que’ da Collalto e da Camino, 
ben ch’ora il lor per forza altrui costringe. 
Noi trovammo Trevigi, nel cammino, 
che di chiare fontane tutta ride 95 
e del piacer d’amor, che quivi è fino.
Lo suo contado la Piave ricide 
e ’l Sile; e ciascun d’essi alcuna volta 
a chi li passa per gran piena uccide.
Questa per sé il Viniciano ha tolta.

 
 
 
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