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Il Dittamondo (3-16)

Post n°947 pubblicato il 02 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Il Dittamondo
di Fazio degli Uberti

LIBRO TERZO

CAPITOLO XVI

Trattato del secondo sen, che serra
Italia, segue che dir mi convene
del terzo, che la Grecia tutta afferra. 

Io dico che, seguendo, la mia spene 
m’incominciò a dir: "Tu se’ in Dalmazia: 5 
per che con senno andare si convene, 
ché questa gente, per la lor disgrazia, 
benché sian nati del sangue di Dardano, 
pur non di men del mal far non si sazia. 
Son come tigri, ché par che sempre ardano 10 
per uccidere altrui e per rubare 
e poco a Dio e meno ai Santi guardano. 
Una cittá fu giá qui lungo il mare, 
che diede il nome a questo paese 
ch’ è grande, onde per noi fa l’affrettare". 15 
Cosí andando e parlando, discese 
in Epirro, che dal figliuol d’Achille, 
secondo ch’io udio, lo nome prese. 
Noi trovammo, cercando quelle ville, 
una fontana, dove l’acqua scende 20 
fredda e sí chiara, che par che distille. 
Quivi, se l’uomo una facella prende 
accesa e ve la tuffa dentro, spegne; 
poi, se lungi la gira, si raccende. 
E perché chiaro ogni luogo disegne, 25 
i Molosi son qui che da Moloso, 
figliuol di Pirro, il nome par che tegne. 
Non è qual fu di forma Oreste ascoso 
nel paese di Sparta e di Laconia, 
li quai cercammo senza alcun riposo. 30 
Un monte v’è, il cui nome si conia 
Tenaro, ed èvi ancora lo spiraglio 
d’Inferno e qui si credon le dimonia. 
Per questi luoghi dandomi travaglio, 
presso a Patrasso nove colli vidi, 35 
ch’ombra v’è sempre e non di sole abbaglio, 
Taigeta e ’l fiume; e di lá li piú fidi 
fan fe’ del prelio, che fu anticamente 
tra i Laconi e gli Argivi, e de’ micidi. 
Noi fummo dove andar solean le gente 40 
al tempio di Castore e Polluce, 
ben ch’ora è tal che poco si pon mente. 
La galatica pietra quivi luce, 
utile a quella che ’l figliuol nutrica, 
ché natura ha ch’assai latte produce. 45 
E, per quel che di lá par che si dica, 
Antea, Leuttra, Teranna e Pitina, 
ciascuna fu famosa e molto antica. 
Dal re Inacus il nome dichina 
d’Inaco fiume, che pare uno strale: 
sí corre, quando pioggia vi ruina. 
Vidi in Arcadia Cilleno e Minale: 
questi son monti e passammo Liceo, 
acerbo molto a colui che vi sale. 
Ancor notai il fiume Erimanteo, 55 
cosí nomato da Erimanto duca, 
che per udita quivi si perdeo. 
L’albeston lí natura par produca, 
che a Giove in contro al padre fu difesa, 
sì come in molti versi par che luca. 60 
La pietra è tal, che, poi ch’ella è accesa, 
mai non si spegne e somiglia a vederla 
di ferrigno colore e grave pesa. 
E come fra noi è nera la merla, 
candida è sí di lá, che par pur neve: 65 
dolce a udire e bella a tenerla. 
Fama è quivi da gente antica e breve 
che Arcas ad Arcadia il nome diede, 
figliuol di Giove: e cosí l’hanno in breve. 
Io ti giuro, lettor, per quella fede 70 
ch’io trassi de la fonte, che sol quello 
ti scrivo, che per piú autor si crede. 
Assai mirai, ma non vidi, il castello 
di Pallanteo, per quel che fece a Roma 
Evandro col figliuol, che fu sì bello; 75 
ma pur tra quella gente vile e doma 
la fama è morta, sí ch’io dico bene 
che qual ne parla quello indarno noma. 
La vera Grecia fu dov’è Atene, 
la qual cittade giá si scrisse alonna 80 
di ciascun ben, ch’a buon regno convene. 
Questa si disse sostegno e colonna 
d’ogni arte liberal, questa si tenne
di filosofi antichi madre e donna. 
Ellenadon Deucalionis venne 85 
re del paese e da costui poi move 
che la contrada Ellas dir si convenne. 
Qui vidi cose molte, antiche e nove; 
ma, per amor di Teseo, notai 
sassi Scironia prima che altrove. 90 
Cinque monti con Icario trovai: 
Ebrieso, Egialo, Licabetto 
e Imetto, degno piú degli altri assai. 
Giunti a un sentiero solingo ed istretto 
d’un gran monte, Solin mi disse: "Vienne, 95 
ché buon per noi è far questo tragetto". 
Grave era il poggio a salir tanto, che nne 
fece posar piú e piú volte; in prima 
tremâr le gambe e riscaldâr le penne,
che noi fossimo giunti in su la cima. 100
 
 
 
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