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« I Trovatori (2)Rime di Celio Magno (174-187) »

I Trovatori (3)

Post n°1072 pubblicato il 17 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847

XXXI. Qui è d' uopo osservare che i trovatori, e' menestrelli, e' giullari provenzali, erano, la più parte, persone vagabonde, che facevano della giulleria un mestiere, e trovando nei costumi del loro secolo ampia materia allo loro poesie amatorie licenziose, e nelle imprese cavalleresche, argomenti da adular i potenti, se n' andavano col liuto ad armacollo, per città e per castella, declamando versi, facendo ad un tempo da comici e da buffoni (in lor linguaggio, giullari), cercando collo strano vestire, e col pazzo operare, di attirarsi ad ogni modo l'attenzione della gente; a tutt' altro pensando, fuorché a darsi la briga dì attingore alle pure fonti dell' antichità, come fecero gl' ilaliani, i princìpi ragionati del vero gusto e della buona morale.

XXXII. Questo spregevole costume, checché ne dica il Galvani, non si trova mai presso i trovatori italiani e tutti, (come si può veder nella storia universale, e nelle loro biografie) tranne qualche rara eccezione, seppero rispettare e far rispettare il loro nobile carattere. D' altronde lo spirito della nazione italiana al sorgere di tante repubbliche, all' apertura di tanti parlamenti, si era a mano a mano elevato; e gli era d' uopo trovar ne' suoi bardi un sentimento conveniente al suo novo modo di vedere e di sentire. Non confondiamo i trovatori coi buffoni e co' saltimbanchi; perchè se in altre contrade, e segnatamente in Provenza e in Francia, si videro trovatori avvilirsi a tal segno, da mostrarsi oggetto di riso e di scherno al volgo ignorante; non si trova presso di noi, fuorché nei romanzi, alcun trovatore italiano di qualche nome, che andasse girando il mondo, col liuto ad armacollo, raccontando le sue vere o finte, strane e pazze avventure.

XXXIII. Or che si dovrà pensar dei giudizi dati dal Crescimbeni sui primi nostri trovatori, in qual conto dovrem noi tenere la sua strana opinione suU' origine della nostra volgar poesia? Come potò il Ginguené affermare, che sino al secolo XIII gl'italiani non ebbero lingua, e che fino al secolo XIV non ebbero una determinata favella? Come potò il Galvani asserire, che moltissimi italiani del dugento e del trecento abbandonarono la loro lingua per seguir la provenzale? E dove lascia la gloriosa schiera dei trovatori italiani del libro reale vaticano, contenente le rime di non meno di cento trovatori itahani, tutti anteriori a Dante Allighieri? E quali magnifiche poesie ! Nò può dirsi che tutte le rime dei trovatori italiani sian contenute in quel solo codice, benché quel codice solo contenga più poesia che non hanno tulli i trovatori provenzali riuniti. E forse che non troviamo noi la lingua e la poesia italiana già delerminata e colta e illustre nella prima meta del mille cento? E chi ha coltivata, chi ripolita, chi tanto aggentilita quella lingua italiana e del poema in nona rima, e della romanza del re di Gerusalemme, e del lamento dell' amante del crocialo di messer Rinaldo d' Aquino, se non i trovatori italiani anteriori ai provenzali?

XXXIV. Che la poesia ilaliana poi abbia avuto origine in Sicilia e non in Provenza, lo affermano Dante Allighieri, e il Petrarca. Dante, nel libro della volgar eloquenza, dopo aver ragionato dell' eccellenza del siciliano su tutti i volgari italiani, scrive : «Primieramente esaminiamo il volgar siciliano, perciò che pare che esso volgare abbia avuto fama sopra gli altri, conciossiachè tulli i poemi che fanno gì' italici si chiamano siciliani, e troviamo molti dottori di quel regno aver gravemente cantato.... Or questa fama della terra di Sicilia, se diriltamente guardiamo, appare solamente che per obbrobrio degl' italiani principi sia rimasa, i quali non più al modo degli croi, ma alla guisa della plebe, seguono la superbia. Ma Federigo Cesare, e il ben nato suo figliuolo Manfredi, illustri eroi, dimostrando la nobiltà e drittezza della sua forma, mentre che fu loro favorevole la fortuna, seguirono le cose umane e le bestiali sdegnarono. Il perché coloro che erano d' alto core e di grazie dolati, si sforzarono di aderirsi alla maestà di sì gran principi, talché, in quel tempo, tutto ciò che gli eccellenli ilaliani componevano, tutto primamente usciva alla corle di si alti monarchi. E perchè la loro sede era in Sicilia, accadde che tulio quello che i predecessori nostri composero, si chiama siciliano; il che ritcnemo ancor noi, ed i nostri l^osteii non lo potranno mutare». E il Pclrarca nel Trionfo d' Amore:

Ecco i due Guidi, che già furo in prezzo,
Onesto bolognese, e i siciliani
Che già fur primi.

Dove e' dice che i siciliani furono i primi trovatori in lingua volgare, e insegnatori agli altri italiani, dai quali poi furono superati, come dimostrano i fatti, i documenti, la storia e la ragione.

XXXV. Più chiaramente ancora si espresse nella dedicazione delle sue epistole famigliari a Socrate, ove disse di avere «scritto alcune cose intese a dilettare gli orecchi de' popoli, usando le leggi proprie de' volgari; il qual genere, come suona il grido, essendo ritornato in vita fra i siciliani, in breve di la si era sparso per Italia tutta, e ultimamente più lontano». «Determinando apertamente, prosegue il Castehetro, colle predette parole, che i provenzali, non solo non erano stati i primi trovatori della poesia, anzi l' avevano presa dagl' italiani, i quali l' avevano presa dai ciciliani».

XXXV. Quantunque si citino alcuni saggi di rime di un conte del Poetou, che fioriva nella prima meta del duodecimo secolo, i primi trovatori provenzali conosciuti in Italia furono:

Beltrame di Bornio, che fioriva nel 1178.
Piero di Vernigo, che fioriva nel 1178.
Elia di Bargiolo, che morì nel 1180.
Guglielmo da Agulto, che morì nel 1181.
Guglielmo da San Desiderio, che morì nel 1185.
Arnaldo Daniello, che morì nel 1189.
Guglielmo Ademaro, che morì nel 1190.
Contessa di Die, che morì nel 1195.
Ramondo Giordano, che morì nel 1206.
Folchetto di Marsiglia, che morì nel 1215
Guglielmo di Cabestano, che morì nel 1215.
Ramondo di JVliravalle, che morì nel 1218.
Anselmo Faidito, clie morì nel 1220.
Arnaldo Meraviglia, che morì nel 1220.
Ugo Brunetto, che morì nel 1223.
Bernardo di Ventadorno, che morì nel 1225.
Ugo di San Siro, che morì nel 1225.
I quali tutti fiorirono dal 1178 circa al 1200.

In quel torno di tempo l'Italia può vantare ben altri trovatori, che non ebbero i provenzali; quali furono messer Folco di Calabria, Ruggeri Pugliese, Iacopo d' Aquino, Ciullo d' Alcamo, Lucio Brusi da Pisa, il cavalier Folcacchiero de' Folcacchieri, messer Rinaldo d' Aquino, il re di Gerusalemme, e l'anonimo autore del poema in nona rima; i quali tutti fiorirono intorno al 1178.

XXXVII. Molti trovatori toscani e lombardi, marchigiani, romagnoli, pugliesi, e soprattutto siciliani, fiorirono ancora prima di questi e contemporanei a questi, i quali o giacciono ancor inediti ne' manoscritti delle librerie, o sono del tutto perduti. Il diligentissimo amatore delle buone lettere che fu Antonio Magliabechi, il quale tanti codici e di scienze e di storie e di poesie raccolse, pare che intendesse a far di questi trovatori italiani una raccolta compiuta, perchè in un suo quaderno, segnato n. 18, si legge :» Poeti dei quali si aspettano notizie»; e segue una nota di molti antichi trovatori italiani, che mi piace qui trascrivere in parte, perchè di alcuni non si è mai udito altro che il nome ne l' indici dell' Allacci, del Biscioni e del Crescimbeni, e di alcuni altri né si ha notizia, né mai si udì pure il nome. E si noti l' antichità di parecchi dì questi trovatori, che, o non hanno casato, si prenominano dalla loro citta nativa, come si usava nel mille cento, e prima.

XXXVIII. Nota degli antichi trovatori italiani registrati nel quaderno magliabechiano.
Marchionne, Biondello, Serpellone, Meneghello, Ugolino, Cionello, Girardello, Marfagnone, Trebaldino, Manfredino, Rinaldo da Montenero, Venanzio da Camerino, Simone da Fiorile, Pelizzaro da Bologna, Niccolò da Trevigi, Monaldo d' Aquino, Marino da Perugia, Lodovico da Marradi, Valpertino da Monfiorilo, Gherardo da Prato, Cola Valfreduccio, Luchino d' Arezzo, Gotto mantovano, rammentato da Dante, come autore di molte buone canzoni, nel libro della volgar eloquenza, Nino sanese, Bartolommeo da Santangelo, Lapo Lamberti, Sinibaldo Donati, Maso dalla Tosa, Cola d' iVlessandro, Contino Lanfredi da Lucca, Giovanni d'Americo, Granfiore de' Tolomei, Guerzo da Taranto, Matteo da San Miniato, Mino di Federigo, detto il Cava, Paolo Giantoschi, Paolo Lanfranchi da Pistoia, ed altri molti; di cui troppo lungo sarebbe voler tessere il catalogo.

XXXIX. Non vi è uomo di senno, che non conosca la grande importanza delle rime dei nostri primi trovatori, cioè di quelli che hanno adoperato ne' loro componimenti lo schietto linguaggio della natura, per conoscere le vere origini, e le proprietà della nostra lingua. Opera utilissima a tal fine sarebbe il riunire e pubblicare tutte le rime che si possono avere di questi antichissimi trovatori italiani, parte dei quali fiorirono certamente in tempi anteriori ai primi trovatori provenzali. Si vedrebbe allora che la poesia italiana niente deve alla provenzale, e quanto invece la poesia provenzale deve all' italiana. Allora si potrebbe decidere a chi dei toscani o dei siciliani si deve dare il primo vanto della poesia volgare.

XL. Il Salvini lasciò scritto dei trovatori provenzali, che «non ostante la difficoltà, e, in alcuni autori, l'impossibilità d' intendere le rime loro, sarebbe cosa utilissima per le origini e proprietà della nostra lingua dargli fuori tali quali egli sono, con farvi attorno quelle osservazioni che si potessero». Ora, se il Salvini facea sì gran conto delle meschine poesie de' provenzali, e facea voti perchè tutte, anche le meno intelligibili, e perfino le impossibili a intendere, si mandassero a luce, che dovrà dirsi dei nostri originali trovatori italiani?

XLI. L' oscurità che regna nelle origini della lingua e della poesia volgare (poiché i più antichi monumenti della lingua sono le poesie) ha dato luogo a molti gravi errori nella storia della nostra letteratura. «I menestrelli e i trovatori, dice il Gravina, vennero in Napoli e in Sicilia dopo la conquista di Carlo d' Angiò». E questo si trova assolutamente inesatto, perchè re Carlo d' Angiò venne in Napoli nel 1266; e molto avanti Carlo d' Angiò, cento anni prima, vi era nella corte di Guglielmo II re di Sicilia, che ascese al trono nel 1166, una schiera numerosa di trovatori italiani, ed in Toscana ed in Sicilia era sorta, cresciuta, e portata già a tal grado di perfezione, a cui non arrivarono mai i provenzali, una poesia tutta nova, tutta originale, tutta italiana.

XLII. Crescimbeni, Tiraboschi, Maffei, Gravina, Galvani e Ginguené pretendono che i provenzali fossero i primi trovatori che sullo stile degli arabi coltivarono la gaia scienza, e che gl' italiani appresero da loro le regole e le norme della poesia. L' abate Andres va più oltre, e dice che gl' italiani non solo, ma tutti gli altri popoli occidentali appresero dai provenzali le norme della poesia; e ne conchiude anch' egli, che la lingua e la letteratura italiana sono figlie della lingua e letteratura provenzale. Non trovo chi abbia degnamente contraddetto a opinioni così contrarie al vero, e così prive di fondamento. Che anzi è invalso il costume, da Crescimbeni in poi, di aifaticarsi a tutt' uomo per farci credere che noi dobbiamo tutto, lingua, poesia e letteratura, ai provenzali, i quali avrebbero assai che rìdere nel vedersi ora onorati come maestri di coloro ai quali furon discepoli.

XLIII. È a desiderare che qualche nobile ingegno sorga a rivendicare le glorie della nostra letteratura primitiva. Ampio ed ubertoso è il campo. Se il valente scrittore si atterra costantemente alla schietta esposizione dei fatti e alla rigorosa critica dei documenti, non può mancare a gloriosa meta, e farà opera di gran vantaggio agli studiosi, e di grande onore e gloria alla patria letteratura.

XLIV. Non è difficile il provar con molti e autentici documenti che gl' itahani, molto prima dei provenzali, ebbero frequenti relazioni con gli arabi e in Sicilia e in Levante, e nelle stesse citta marittime d' Italia; e che prima dei provenzali, imitando gli arabi, cominciarono a trovar versi, a ingentilire la lingua nativa, e crearsi una letteratura originale.

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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