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I Trovatori (8)

Post n°1129 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847, pag. LVI-LXII

CXIII. «La lingua provenzale, scrive il Bembo fin dal secolo decimosesto, è ita mancando, e perdendo di secolo in secolo, intanto che ora, non che poeti si trovino che scrivano provenzalmente, ma la lingua medesima è poco meno che sparita e dileguatasi dalla contrada ».
Generalmente si crede che la lingua provenzale sia spenta. Certo l' antichissimo volgare detto romano, qual era nel novecento, quale l'hanno scritto i provenzali, cominciò sotto i re francesi della casa di Ugo Capoto a cedere il terreno alla lingua francese, e ritirarsi di qua dalla Garonna; poi vinto su quella riviera, passò di qua del Rodano; e finalmente, quando la Provenza, perduta la sua indipendenza, divenne provincia del regno, si ritirò di qua del Varo, ond' era partito e abbandonò quasi affatto quella contrada.

CXIV. Ma il vero si è, che quella lingua di Folchetto, di Rambaldo, di Beltrame, di Goffredo, di Ventadorno, di Arnaldo, di Trucco, di Allamanonc e di San Desiderio non è affatto perduta, ma vive tuttavia sulla destra sponda del Varo, cioè nelle alpi marittime, e cozzie, men pura nelle città poste a mare, e nei grossi villaggi mercantili, imbrattata di francesismi, ma pura e schietta nelle piccole borgate e nelle valli più remote e più lontane dal mare.

CXV. Osserva benissimo l' esimio Cesare Balbo, che il Piemonte si trova a' dì nostri, in certo modo, nelle condizioni morali in cui era la Toscana a' tempi di Dante Allighieri.
Ma nelle alpi cozzie e marittime sonvi certi villaggi, che trovansi a' dì nostri nelle medesime condizioni in cui era la Toscana e l'Italia dugento anni prima di Dante, coll' antica semplicità, co' patriarcali costumi, e colla lingua italiana qual' era nel novecento, che è la schietta lingua degli antichi trovatori provenzali; con questa sola e piccola, ma importantissima, differenza, che la lingua degli abitanti delle alpi marittime e cozzie non ammette le voci che i provenzali di loro capriccio derivarono dall' arabo, dal francese e dallo spagnolo. Colà si ode ancora al dì d' oggi quel modo che da alcuni si cita come caratteristico del dir provenzale: 'Na Rosa, 'Na Teresa, 'Na Maria, per Donna Rosa, Donna Teresa, Donna Maria.

CXVI. Colà non si usa, anche al dì d' oggi, altra desinenza nelle prime persone dei futuri de' verbi attivi tranne quella in ai: ieu prenderai, ieu salverai; io prenderò, io salverò; il prenderaio e il salveraio della lingua talica di mille anni fa, che si trovano entrambi nel sopra citato giuramento tra i due re della stirpe carlovingia, che ebbe luogo a Strasburgo nell' 842 -, il prenderaio e salveraio del dialetto napoletano antico; il prenderaggio e salveraggio dei siciliani, e di tutti i trovatori italiani del cento e del dugento; modo vivente ancora a' dì nostri in quei dialetti italiani che han subito meno alterazione, cioè il napoletano, il siciliano e il corso. Onde si può francamente concludere, che le desinenze dei futuri in ai, delle alpi marittime e cozzie, non è modo derivato dal provenzale, né dal francese prenderai-je, sauverai-je, come da molti si crede, ma è tutto proprio dell' antica lingua italiana, come osserva giudiziosamente, benché in astratto e in termini più ristretti, l' esimio Perticari nella dotta illustrazione al citato giuramento; «che questo prenderai (del giuramento) è la radice del prenderaggio de' siculi e de' toscani antichi».

CXVII. Osserverò, passando, che i provenzali non hanno mai avuto alcuna, benché minima, influenza politica morale in quelle parti; e che quando i conti di Provenza, nel secolo duodecimo, erano signori di Nizza, le città e i villaggi mediterranei del contado, si conservarono sempre indipendenti, cordialmente avversi in ogni tempo alla signoria de' provenzali, o de' francesi, come contano le storie, e le tradizioni.

CXVIII. In prova della identità del vivente dialetto delle alpi cozzie e marittime col provenzale antico, mi basterà avvertire che i più rustici abitanti di quella contrada, senza aver mai aperta grammatica, né visto dizionario provenzale, intendono facilmente la lingua degli antichi trovatori provenzali al pari di tali che forse l' avranno studiata molti anni.

CXIX. Avvi in Italia una scuola numerosa di letterati, ostinatamente nemici della verità, e dell' onore nazionale, i quali non solo vanno insegnando che la lingua e la poesia italiana primitiva son derivate dalla lingua e dalla poesia provenzale; ma spingono la irriverenza loro lant' oltre, che ardiscono asserire, che Cino, Guido, Dante e Petrarca, e tutti i nostri classici antichi hanno imitato copiato, rubato, senza coscienza, senza decoro, e senza fede, i trovatori provenzali, ne' metri, ne' concetti e nei sentimenti; e citano dei passi di questo e di quel trovatore provenzale, e fanno dei confronti coi classici nostri: indi ne concludono allegramente, che noi dobbiamo ai provenzali tutto, lingua, poesia e letteratura, e poco meno che non aggiungono ancora tutta la filosofìa sperimentale, e il Principe di Niccolò Macchiavelli.

CXX. Nell' animo e nel core di tutti gli uomini, che hanno ricevuto da Dio la sacra fiamma della poesia, vi sono dei concetti e de' sentimenti, i quali, dati i medesimi ordini, i medesimi stati e le medesime condizioni civili, si devono manifestare, a un bel dipresso, nello stesso modo. Così i nostri primi trovatori italiani, per lo spazio di cent' anni, senza che uno abbia imitato l'altro, ci ridicono tutti, a un bel circa, le stesse cose, finché cangiati con una battaglia gli ordini politici dei tempi, anch' essi in un istante cangiarono stile.

CXXI. Le forme poetiche, i concetti e i sentimenti, espressi da Cino, Guido, Dante e Petrarca, erano da gran tempo nella mente e nel core della nazione italiana. Ascoltarono essi e intesero la voce del popolo, e senza darsi pensiero se altri, o prima o nel medesimo tempo, italiani stranieri, avessero tocche le corde di quell' arpa, sentirono que' concetti, immaginaronli nel loro alto intelletto, e li vestirono di quella ricca e splendida armonia, la qual per correr di anni e di secoli non verrà mai meno.

CXXII. Che se mai Cino, Guido, Dante e Petrarca avessero voluto imitare alcuno, avrebbero imitati i migliori trovatori italiani che prima di loro fiorirono, ne' quali si hanno, le tante volte replicati, prima dei provenzali, e ben più nobilmente, più leggiadramente e più delicatamente espressi, que' modi, quei concetti, e quei sentimenti medesimi che si citano come imitati dai provenzali.
Grandissimi vantaggi possono certamente ritrarre gl' italiani dallo studio della lingua provenzale, come ha dimostrato l' egregio Nannucci, per conoscere le prime origini della propria favella; non perchè la lingua italiana derivi dalla provenzale, ma perchè il dialetto provenzale non è altro che la lingua italiana qual' era, a un bel circa, nell' ottocento e nel novecento.

CXXIII. E là dove il Galvani scrive, che i siciliani e gli antichi lirici toscani poco si scostarono dai provenzali; e dove dice che Brunetto Latini, nel Tesoretto, e Messer Francesco da Barberino ne' Documenti di amore, e ne Reggimenti delle donne, furono provenzali, si dovrà d' or innanzi intendere, che messer Francesco da Barberino, i siciliani e gli antichi rimatori toscani, la più parte senz' aver mai udito un verso provenzale, presero a tradurre in iscritto senza alterazione e senza artifizio, senza manierismo, senza ammodernamento, e più strettamente e più fedelmente che si poteva l'antichissima lingua italiana parlata, qual' era nella bocca e nel core del popolo; lingua allora nova, schietta, vergine e pura, e tutta ingenua, si come quella che insino allora si era modestamente vissuta, e non era mai stata, per lo innanzi, nelle nobili scritture adoperata.

CXXIV. La qual lingua, semplice e timidetta, e direi così, ritrosa al canto e alla poesia, era squisitamente acconcia a esprimere quei sentimenti vaghi, indistinti, e indefiniti, ma dilicati e gentili, dei primi trovatori. Ma per uno strano e inconcepibile rivolgimento d' idee, vengono tacciati di aver imitati i provenzali quelli scrittori, che più religiosamente, e più amorosamente ricercarono, e scrissero senz' alcun artifizio, quella intima lingua italiana del buon popolo antico, e che più scrupolosamente si attennero a queill' aurea semplicità primitiva, a quella virginal purità di forme, di concetti e di sentimenti, tipo di suprema bellezza, che doveva necessariamente trovarsi ne' concetti, ne' sentimenti, e nella lingua degli scrittori popolari, poich' era allora negli animi e ne' costumi della nazione italiana, quando lavata in un mare di lagrime e di sangue dalle romane sozzure, si vide rigenerata e ritemprala col ferro e col fuoco de' barbari a nova vita civile.

CXXV. Questa è la vera origine della lingua italiana, non già figlia, come da molti si crede, della latina o della provenzale, ma bensì continuazione non interrotta dell' antichissima lingua italica della nazione osca, la quale ebbe in sé tanta possanza e tanta energia, che produsse in antico l' arcana lingua de' sacerdoti etruschi e la lingua imperiale del popolo re; entrò, come afferma il Giambullari, nella maggior parte delle lingue antiche di occidente e di oriente; e, in tempi a noi più vicini, entrò in gran parte nella francese e nella spagnola, e nelle altre lingue romanze, creò il provenzale, e un infinità di bellissimi e ricchissimi dialetti; e finalmente, dopo un fermento di forse duemila anni, Tantae molis erat romanam condere gentem! apparve al mondo in tutta la sua grandezza e la sua magnificenza, e partorì il poema sacro, a cui avean posto mano e cielo e terra, la Divina Commedia di Dante Allighieri.

CXXVI. Ma l' ultima prova della forza e della possanza della bella, ricca, energica e melodiosa lingua italiana non si vide ancora. Non parlo dei tesori di lingua, in ogni scienza, inesplorati, di cui potrei qui citare qualche cento di volumi, che aspettando l'ora della distruzione si giacciono sconosciuti nell'oblio, ma sì bene degli elementi fondamentali di più grandi e di maggiori cose che in se stessa racchiude la nostra lingua, i quali elementi, per potersi sviluppare e fiorire, richieggono condizioni politiche e civili che mai ebbero luogo presso i nostri maggiori, e che noi né i nostri nipoti non potremo vedere. Ma quando per noi volgeranno migliori destini, e quando sarà seguito e compiuto il risorgimento politico della nazione e il rinnovamento della letteratura nazionale, allora solamente la lingua italiana riceverà l' ultima sua perfezione. Allora sì che il nostro si potrà dire a buon dritto il più nobile, il più espressivo, il più melodioso, il più compiuto, il più perfetto degli umani linguaggi. Il quale non essendo, a dir vero, che il fiore delle voci e de' modi di tutte le antiche favelle, ed avendo tante strette affinità con le viventi lingue di tutti i popoli europei, per cui tanto facilmente si presta a tutti gli intendimenti, forse un giorno avverrà, che mediante le influenze delle arti, delle lettere e della religione, la bellissima nostra favella diventerà la lingua universale di tutti i popoli, e per la terza volta si udranno tutti i mortali parlar italianamente.

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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