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I Trovatori (9)

Post n°1137 pubblicato il 25 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847, pag. LXII-LVIII

CXXVII. Le prime raccolte di rime antiche che vennero a luce colle stampe sono quella di Venezia 1518, e quella di Firenze 1527, coi tipi dei Giunti. Quest' ultima fu condotta con gran discernimento, per cura principalmente di quegli egregi giovani Bardo Segni e Cosimo Rucellai, a cui dobbiamo la famosa edizione venzettina del Decamerone. Se non che, tratti in errore da alcuni codici scorretti e infedeli, quei giovani editori, più di una volta le poesie di un autore attribuirono ad un altro, e lasciaron correre non pochi errori.

CXXVIII. Vennero dipoi il Corbinelli, l' Allacci e 'l Crescimbeni, e non fecero che seguire gli errori corsi nell' edizione giuntina, coll' aggiunta dei propri. Il Valeriani, compilatore della raccolta fiorentina del 1816 degli scrittori del primo secolo, e l' editore della raccolta palermitana di rime antiche toscane del 1818, marchese Villarosa, senza darsi la briga di ricercare nei codici antichi l' autenticità delle poesie di ciascun autore, si contentarono di ristampare in un sol corpo le rime pubblicate dal Giunti, dall' Allacci, dal Corbinelli, e dal Crescimbeni, correggendone il testo coll' aiuto del codice di Pier del Nero, che era copia dell' antico codice Martelli, annotato dal Biscioni, e da Anton Maria Salvini, spaventati, e a gran ragione, dall' estrema difficoltà di un' impresa, che per la discordanza dei codici, per le diverse opinioni dei dotti, e per le dure fatiche richiedeva, non poteva che riuscir ardua, lunga, ferace di brighe e ingloriosa.

CXXIX. Nondimeno, avendo io su questi codici fatti alcuni studi speciali, mi credo far cosa grata ai cultori delle buone lettere italiane col cercare di portar qualche poco di lume e di ordine in mezzo a tanta oscurità e confusione, coll' aiuto dei migliori testi, e principalmente de' due codici del Redi, e del codice vaticano dei trovatori italiani.

CXXX. Fra i codici più stimati di rime antiche italiane citeremo il libro reale, sul quale studiava il Bembo, il codice aragonese, il codice di Pier del Nero, copia dell'antico codice Martelli, e il codice del Redi. Il codice del Redi, cotanto famoso, e cotanto citato da tutti gli scrittori, non si sa dove si trovi, e si crede generalmente perduto. Veramente, invece di uno, il Redi possedeva due insigni codici di rime antiche, uno in quarto e l' altro in foglio; e se non ho veduti i codici originali, ho potuto consultare una copia fedelissima dell' uno e dell' altro dei codici del Redi, fatta eseguire parola a parola dal chiarissimo canonico Biscioni.

CXXXI. Il codice di Pier del Nero, che è copia fedele dell' antico codice Martelli, esiste nella Riccardiana, e fornì molte poesie inedite, e molte buone varianti ai compilatori della raccolta dei poeti del primo secolo, che noi chiameremo fiorentina.

CXXXII. Il codice aragonese non si sa precisamente dove esista, ma io credo che sia quel codice di rime antiche, che Lorenzo il Magnifico e il Poliziano raccolsero in un bel volume, diligentemente scritto e miniato, per farne un dono a don Federigo d' Aragona che fu poi re di Napoli, accompagnandolo con quella giudiziosa lettera che tutti conoscono.

CXXXIII. Il qual codice, dopo aver corse diverse fortune, passò nella biblioteca imperiale di Vienna, e in ultimo fu dall'imperatore mandato in dono al regnante Granduca di Toscana, quando S. A. I. e R. intendeva a quella splendida edizione delle Opere di Lorenzo il Magnifico, che vide la luce in Firenze in 4 volumi in foglio massimo.

CXXXIV. Il codice aragonese si trova sovente citato dal Bembo, nelle note al codice 4640 vaticano, che non è altro che una copia del libro reale. Così al numero 104 si legge «Guido Guinizelli da Bologna»:

Madonna, il fino amore che vi porto.

E poi in margine, di mano del Bembo, vi è segnato «Libro di Ragon..» -, e al numero 105, del medesimo Guido:

Donna,
l' amor mi sforza.

E in margine, della stessa mano, «in libro di rag.»: e così in altri luoghi.

CXXXV. Ma è ormai tempo di parlare del libro reale. L' esistenza di questo codice mi era nota, e da gran tempo l' andava cercando. In un piccolo codicetto bislungo di studi letterari di un dotto cinquecentista mi ricordava di aver letto il primo verso di una tenzone che comincia:

Lo core innamorato

sotto nome di «Mazzeo di Ricco da Messina e la moglie», con queste parole: «Come sta al numero LXXIX del libro reale».

CXXXVI. Ora, nel corso de' miei studi nella biblioteca vaticana, domandai un codice di rime antiche per fare certi riscontri. Quegli che andò a prenderlo, sbagliò il numero, e invece mi portò un trattato politico di Senofonte. Allora mi alzai, e andai con lui alla scanzia a prenderlo da me stesso. Aperto l' armadio indicato, vedendo tanti codici e tanti numeri, non pensai più al numero che avea domandato, ma tratto da un movimento irresistibile di curiosità, presi in mano un bellissimo codice segnato 5793, e l' aprii a caso, e lessi: «Mazzeo di Ricco da Messina e la moglie». - Lo core innamorato. - È questo ? mi domandò colui. È questo sì, risposi io: il libro reale.
Pensai tra me: ed infatti era ben quello.

CXXXVII. In quel giorno, e per più di un mese, per buone e oneste ragioni, non mi fu permesso aver quel codice; ma in quel tempo mi venne a mano il codice 4640 vaticano, raccolta di rime antiche, già appartenuto al Bembo. Al numero 56, 58, 40, 42, 159, 151, 159, 160, 176, 578, e altrove, si legge scritto in margine «In libro reale», «In lo reale», «Libr. real.», «Quest'è in libro reale».

CXXXVIII. Quando finalmente mi fu permesso consultare il codice 5795, andai tosto a riscontrare i suddetti numeri, e trovai che avevano tutti i medesimi autori, e le medesime poesie del codice 4640, dal principio sino al fine; ed acquistai la piena convinzione, che il codice 4640 era una copia esatta del libro reale, fatta eseguire probabilmente dal Bembo, e dal medesimo riscontrata, e qua e là ricorretta, e fattovi qualche noterella; e che il codice 5793 vaticano non è altro che il tanto desiderato e ricercato libro reale.

CXXXIX. Il codice 5795 vaticano, ch'io chiamerò d'or innanzi, il Codice vaticano dei Trovatori Italiani, è senza contradizione la più antica, la più ricca, la più preziosa, la più corretta, e la più autentica raccolta delle rime dei primi trovatori della nostra volgar poesia. Il codice è in pergamena, in foglio, benissimo conservato, di un carattere minuto e sottile, ma uniforme dal principio al fine, tutto andante alla prosaica, senza divisione di stanze, di versi, e, alcune volte, neppur di parole, e senza punteggiatura, al solito dei dugentisti, di sorte alcuna. Non vi è data precisa del tempo in cui fu scritto; ma per molte ragioni si può francamente affermare che fu scritto tra il 1265 e il 1275, e contiene le poesie di non meno di cento trovatori italiani, tutti anteriori a Lapo Gianni, a Cino, a Guido e a Dante Allighieri; di modo che si può dire, che contiene quasi tutte le rime dei più illustri e dei più chiari trovatori italiani.

CXL. Perché sia chiamato libro reale non saprei.
Forse perchè in origine apparteneva a qualche re; o perchè contiene delle poesie di quattro re; o sì veramente fu libro reale chiamato per la sua bellezza, e il gran numero e il pregio delle rime che contiene; onde si può francamente dire che questo è il più bello e il più prezioso codice di antiche rime italiane, che si conosca.

CXLI. Da questo codice abbiam tratto il fiore delle rime dei trovatori dugentisti, come si vedrà nel corso di questo volume. E non solo è da tenersi in grandissimo pregio per le poesie che ha fornito alla nostra raccolta, ma eziandio per molte altre che vi sono ancor inedite, (le quali è da desiderare che un giorno sieno tutte stampate per l' intero in un sol corpo); e di più, perchè si possono con questo codice correggere le stampate e confermare e autenticare colla sua grande autorità ai loro veri autori le poesie già edite, o restituire a ciascuno autore le opere sue, attribuite ad altri nelle raccolte giuntina, corbinelliana, allacciana, fiorentina e palermitana.

GXLII. Delle poesie del libro reale, che fan parte di questa raccolta, non occorre qui far parole, poiché saranno in breve nel dominio della critica, e sarà in facoltà di ciascuno di vedere esaminare e giudicare da se, e secondo il suo modo di pensare.

CXLIII. Delle poesie che rimangono ancor inedite, citerò un sonetto, rammentato e lodato da Dante nel libro della volgar eloquenza, in dialetto fermano, in biasimo dei tre dialetti anconitano, marchigiano, spoletano; che comincia:

Una fermana scopai da casciuoli.

Due altre canzoni di messer Rinaldo d' Aquino, e fra queste una citata con lode da Dante nel medesimo libro, che si credeva perduta, la quale comincia:

Per fino amore vo si lietamente.

Diverse altre canzoni d' Iacopo Mostacci, di Ruggieri Pugliese, di Neri Visdomini, di Compagnetto da Prato, di messer Tiberto Galiziani da Pisa, di Chiaro Davanzati, di Monte, di Lapuccio Belfradelli, di Baldo da Passignano; e sonetti in gran numero di molti altri autori; che è cosa incredibile a pensare i tesori, se non di classica poesia, di bella, pura e virginal lingua italiana primitiva che contiene quel codice. E son certo, che se si mettessero a stampa tutte le poesie edite e inedite di quel solo codice, otto volumi in ottavo, sesto de' classici, cioè 200 fogli di stampa, ossia 6400 pagine, non le potrebbero tutte contenere.

CXLIV. Dissi che colla scorta e colla grande autorità del libro reale, si potrebbe portar un poco di ordine e di chiarezza nella distribuzione delle rime antiche, che abbiamo a stampa, nelle raccolte de' Giunti, del Corbinelli, dell' Allacci, del Valeriani, e del Villarosa, e restituire ai loro veri autori quelle rime che per errore o per negligenza di amanuensi o di editori sono state attribuite ad altri.
La qual cosa, benché sia per se stessa molto dilicata, e molto difficile impresa, nondimeno, colla guida dei migliori testi a penna, del codice del Redi, e l' autorità del libro reale, il più antico e il più compiuto di tutti i codici conosciuti, non voglio per viltà di animo rimanermi, nella speranza che questa ardua e dura fatica mia debba riuscir di qualche giovamento ai cultori delle buone lettere italiane.

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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