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I Trovatori (11)

Post n°1143 pubblicato il 26 Gennaio 2015 da valerio.sampieri
 

Dalla Prefazione di "Poesie italiane inedite di Dugento Autori" dall'origine della lingua infino al Secolo Decimosettimo raccolte e illustrate da Francesco Trucchi socio di varie Accademie, Volume 1, Prato, Per Ranieri Guasti, 1847, pag. LXXV-LXXXII

CLXIX. Nella raccolta dei poeti burleschi in 27 volumi si legge un capitolo dell' altalena, spiritoso e vivace ma un poco laidetto, attribuito a Lodovico Martelli. I primi editori in questo andarono grandemente errati, forse perchè in alcuni codici si trova colle iniziali L. M., e non trovando nel catalogo dei poeti cinquecentisti un altro poeta il cui nome cominci colle stesse iniziali, non riflettendo quanto lo stile severo, e 'l pensiero classico di Lodovico Martelli sia diverso da questa ingegnosa ma lascivetta poesia, addirittura l' attribuirono a lui. Ma nel testo a penna, codice 374 magliabechiano, si legge questo capitolo col nome del suo vero autore, e di più con due righe di dedica, che, per la sua brevità e originalità, mi giova a maggior chiarezza trascrivere.

CLXX. «L' altalena di Alfonso di Lionfante da Massa, capitolo indirizzalo a mosser Ferrando Malvone da Campiglia. - Io vi fo parte, messer Ferrando mio, di tulle le mie fatiche, che a me pare che voi siate uno specchio non solamente della terra vostra, ma di tute le maremme del mondo, e per questa cagione vi mando un capitolo fatto dell' altalena, della quale molto maggior lodi dirsi poteano, e molti e vari e artificiosi e piacevoli modi di altaleneggiare; pure, perch' io non so più, qual' ella sia, ve la mando. Voi intendete il giuoco eccellentemente, per ciò che voi siate in quello ammassicciato, secondo che per li atti, e per le parole, e per le infinite virtù e buone qualità vostre ne dimostrate. Leggete il capitolo, e non abbandonate cosi dolce passatempo, che voi fareste torto a voi stesso».

CLXXI. Ma se io volessi rigorosamente notare tutti gli errori ne' quali son caduti gli antichi e i moderni editori e commentatori di rime antiche, sarebbe troppo lungo discorso. E mi converrebbe incominciare da quelle piccole cose da me pubblicate ne' tempi addietro, e risalir fino alle prime edizioni veneta e giuntina. Mi ristringerò adunque a venir notando e correggendo a suo luogo, e quando assolutamente il soggetto lo richieda, gli errori più gravi e di maggior conseguenza.

CLXXII. È debito sacro d'onore e di giustizia il rendere a ciascuno il merito delle opere sue, frutto dei suoi studi e delle sue onorate fatiche, per mala fede di amanuensi usurpate ai legittimi autori, e per negligenza di editori attribuite altrui; come avvenne del Trattato delle virtù morali, stampato in Roma nel 1612, da Federigo degli Ubaldini, sotto nome di Roberto re di Napoli, e sotto tal nome accettato e riconosciuto nella repubblica letteraria, ristampato nella stamperia reale di Torino, e inserito nella raccolta palermitana delle rime antiche toscane del marchese Villarosa; il quale non è altrimenti opera di re Roberto, ma di Graziuolo Bambagiuoli, bolognese, che fioriva nel 1331. Graziuolo dedicò il suo libro a Beltrame del Balzo, conte di Montescaglioso, cognato del re (per avere sposato Beatrice sorella di Roberto, vedova di Azzo marchese di Ferrara), il quale fu eletto capitan generale della lega guelfa toscana dopo la sconfitta di Montecatini. Il Conte la presentò al suo cognato. Trovato dopo molti anni fra le carte del re, come filosofo e amatore della poesia, per esser possessore del codice, Roberto fu stimato addirittura autore del libro, e sotto tal nome è giunto sino a noi.

CLXXIII. Ma il tempo ha fatto scoprire il codice originale di Graziuolo, moltissimo più corretto che non è il testo stampato, nel quale si legge una lunga lettera dedicatoria dell' autore in latino, che comincia: «Illustrissimo , excellentissimo domino, domino Beltrame de Baucio, clarissimo comiti Montiscaveosi, Gratiolus de Bambusolis, bononiensis, exul immerite, et olim civitatis Bononiae cancellarius, humilis servus etc. etc.». E così il nome di re Roberto è giunto insino a noi circondato di tre corone, di re, di filosofo e di poeta; e il nome dell' autore del Trattato delle virtù morali, il povero Graziuolo, immeritamente proscritto, è rimasto finora sepolto nell' oblio.

CLXXIV. A molti rincrescerà il veder così ad un tratto, e direi senza altra forma di processo, toglier via a Pier delle Vigne, a Federigo II, al Notare da Lentino, a Guido Guinizelli, ai Ruggeri, a Bonaggiunta da Lucca, a re Roberto, e agli altri autori quelle poesie che oramai da tanto tempo sono state credute parto del loro ingegno , e come tali si trovano citate in mille volumi dagli scrittori d' ogni maniera. Io risponderò, che dovendosi col tempo a questo finalmente venire, meglio ora che poi onde evitar per l' avvenire que' tanti errori onde ridondano i volumi di quelli che hanno scritto della storia letteraria d' Italia.

CLXXV. Per questa medesima ragione son certo, che non potrà se non riuscir caro agli amatori della nostra letteratura primitiva, il veder confermate e autenticate ai loro veri e legittimi autori (con la grande autorità del libro reale), le poesie già conosciute, edite o inedite, le quali si possono certamente e fermamente dire autentiche, purché si trovino sotto il medesimo nome nel libro reale, che per la sua maggior antichità, e maggior correzione, e per la somma diligenza, e pel savio discernimento di chi lo compose, d' or innanzi è destinato a servir di norma a tutti gli editori di rime antiche.

CLXXVI. Già si sarà da molti notato, in queste poche righe di prefazione, e meglio si scorgerà nel progresso della medesima, che i primi autori italiani che dettarono versi volgari, per lo più, non son da me chiamati poeti ma trovatori; il che non essendo avvenuto a caso, ma per deliberato consiglio, e per un sistema da me adottato di chiamarli trovatori, e non poeti, mi è d' uopo dover ora render ragione di questa novità.

CLXXVIL Impropriamente, al mio parere, furon chiamati finora poeti tutti quelli che dettaron versi volgari ne' primi principii della lingua italiana; e son di avviso che una distinzione tra i trovatori e i poeti era, ed è, e sarà sempre necessaria per la più facile intelligenza degli andamenti della poesia medesima, e per poter meglio rendersi ragione della gran trasformazione che subiva sul principio della seconda metà del dugento, e della gran diversità che corre tra la maniera di trovare della prima, e la maniera di poetare della seconda metà di quel secolo.

CLXXVIII. Al contrario dei provenzali, che chiamarono sempre trovatori anche i loro poeti, gl'italiani chiamarono tutti poeti anche i primi trovatori. Eppure essendo i trovatori e i poeti una cosa tanto diversa, ben si conviene che con diversi nomi sieno chiamati. Quella gran mente di Dante Allighieri ben seppe distinguere i due diversi modi di poesia, e 'l primo fece sentire, così per incidenza ragionando, che come diversi di sostanza, così dovevansi con diverso nome chiamare, là dove nel libro della volgar eloquenza lasciò scritto: «Ci ricordiamo avere spesse volte quelli, che fan versi volgari, per poeti nominati; il che senza dubbio ragionevolmente avemo avuto ardimento di dire; perciò che sono veramente poeti, se dirittamente la poesia consideriamo; la quale non è altro che una finzione rettorica e posta in musica. Nondimeno sono differenti dai grandi poeti, cioè dai regolati, perciò che questi (i poeti) hanno usato sermone ed arte regolata, e quelli (i trovatori), come si è detto, hanno ogni cosa a caso».

CLXXIX. Non saprei addurre miglior diffinizione dei trovatori, di quella che ci dà il sommo poeta, cioè quelli dicitori in rima «che hanno ogni cosa a caso»; e se questa sia esatta diffinizione, basterà leggere alcune composizioni dei più chiari trovatori, che cominciano e proseguono e finiscono senz' alcun principio d' arte, ma così a caso, come viene viene, e confrontarle con due soli versi delle composizioni dei veri poeti, nei quali l' arte fece l' estremo di sua potenza.

CLXXX. E senza scostarsi dai più famosi trovatori, noi leggiamo in Federigo II:

Di dolor mi conviene cantare,
Com altr' uom per allegranza.

E in Guido Guinicelli:

Contro lo mio valore
Amor mi face amare
Donna di grand' affare.

E in messer Rinaldo d' Aquino:

Venuto m' è in talento
Di gio' mi rinovare.

CLXXXI. Ora sentiamo un poeta: Cino da Pistoia, per esempio:

Quand' io pur veggio che sen vola 'l sole,
Ed apparisce l' ombra,
Per cui non spero più la dolce vista,
Né ricevuto ha l' alma come suole
Quel raggio che la sgombra
D' ogni martire, che lontana acquista, ec.

Qual differenza non corre tra l'una e l'altra maniera? Qual fare più franco, più sicuro, più grandioso, più splendido non si vede nel poeta?

CLXXXII. Il trovatore è propriamente quelli che timidamente incomincia a voler esprimere in versi, con linguaggio novo ed incolto, un sentimento come lo prova, un'idea come la pensa; e movendo i primi passi per un mare sconosciuto, procede incerto e dubbioso nel suo verseggiare e tanto semplice nel suo dire, che si accosta alla lingua parlata, e diventa prosaico, senz'arte di eloquenza, e senz' armonia di stile: o se pur tenta innalzare alquanto lo stile, s'intralcia, si confonde, e diventa oscuro. E con questo, nobili pensieri, sempre, veri lampi di genio, qua e là; sentimenti di un' estrema e squisita delicatezza di animo; una grazia che si sente, ma che non si può ridire; vive immagini, voci, maniere, espressioni di tutta evidenza, di una naturalezza sorprendente, e di una proprietà maravigliosa: ecco il trovatore.

CLXXXIIl. Il poeta al contrario trova una lingua già formata, una serie di utili cognizioni, e un ordine d' idee già acquistate. Egli perfeziona e arricchisce quella lingua accresce e allarga la sfera delle cognizioni, e delle idee, aggiunge allo studio della natura il magistero dell' arte, e con più ardito e più robusto volo s' innalza a cantare le armi, l' amore, la rettitudine, la gloria, le maraviglie del creato, e la divina giustizia. Il poeta non si lascia a capriccio guidar dalla fantasia: egli medita e studia, indi sceglie, crivella ben bene, come dice Dante, le parole, e i concetti; e i concetti e le parole ordina in modo, che la poesia acquisti la maggior chiarezza, la maggior evidenza e la maggior armonia possibile: ecco il poeta.

CLXXXIV. E per toccare più addentro de' modi diversi del trovatore e del poeta, e meglio conoscere l' intima essenza e la diversa ragione della loro poesia, il trovatore non sa cantare che di amore, e di un amore sovente fantastico, qual non esiste, e non può esistere in natura, e tutte le sue ispirazioni derivano dal principio romantico cavalleresco, che è il principio dei barbari conquistatori, quando si cominciano a spogliare degli istinti bestiali, e vergognarsi dei loro feroci e brutali costumi. Ad ogni stanza e ad ogni verso dei trovatori incontri le reminiscenze della Tavola Rotonda, e d' altre simili leggende ch' erano la lettura favorita di quei tempi. Delle frasi intere levate di peso da quel libro, son verseggiate nelle loro canzoni, senz' alcun cangiamento. Le allusioni ai fatti, alle donne, agli amori, ai cavalieri, e alle gesta degli eroi del famoso romanzo ricorrono cento volte nei versi dei trovatori.

CLXXXV. Il poeta parla di amore anch' egli, perchè l' amore e i sentimenti tutti delle umane passioni sono il campo favorito, sono il regno della poesia; ma i poeti cantano amori possibili, amori reali, amori sovente esaltati, ma che non escono dai termini del vero. L'ispirazione del poeta non è più il solo principio romantico cavalleresco, ma vi se ne aggiungono ancora degli altri ben più nobili e più ricchi di grandi affetti e di grandi passioni, come il principio filosofico, il religioso, e soprattutto il patriottico, se non sempre nel tema del canto, almeno in questa veduta, che il poeta spera col suo canto render la patria più illustre e più gloriosa.

CLXXXVI. I trovatori, per lo più, scrivono per solo diletto, e a sfogo dell' amore o dell' odio personale che li agita. Scherzano volentieri sopra le cose religiose, e ridonsi dei più sacri doveri del cristiano, perchè non conoscono quanto vi ha di santo e di augusto nella religione, e non sentono quanto vi ha di sublime e di terribile nel pensiero dell' infinita grandezza dell' Onnipossente. I poeti veri hanno e dimostrano sempre un gran concetto della divinità, e un rispetto grandissimo per le cose attenenti alla religione -, essi tendono all' ammaestramento non meno che al diletto degli uomini; un principio filosofico, e un principio religioso domina sempre nelle composizioni del vero poeta, ond' è che si veggono sparse di belle sentenze morali, e di massime di sana filosofia.

 
 
 
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Un blog di: valerio.sampieri
Data di creazione: 26/04/2008
 

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