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Storia nostra 131-135

Post n°2419 pubblicato il 31 Dicembre 2015 da valerio.sampieri
 

Storia Nostra
Cesare Pascarella (1858 - 1940)

CXXXI

E quanno che Targhini fu portato
Sur parco (che morí e nun vorse cede’),
Montanari lo tennero inchiodato
Davanti ar parco, fermo, lí da piede.

Perché fra loro aveveno pensato:
Noi, sai che nova c’è?, fameje véde’
Er compagno che more giustiziato,
Poi, quanno che l’ha visto, Iddio provede!

Ma lui, gnente. Montò su li scalini,
Dove che c’era ancora la pianara
Der sangue de la testa de Targhini;

Cacciò li preti, messe giú la testa
Sotto la morsa; scense la mannara,
E je rotolò giú drento la cesta.

CXXXII

E la notte che venne, pe’ paura
Che quarchiduno se ne fosse accorto,
Li corpi i buttorno drento a un orto
De dietro ar Pincio, qui, sotto le Mura.

Gnisuno ce badò. Ma la congiura
Nun solo seppe l’ora der trasporto,
Ma ne la notte stessa a Muro Torto
Scoperse er posto de la sepportura.

E je l’empirno tutto de corone,
E quanno che l’agnedero a riccoje,
Ce ritrovorno sotto un’iscrizione

Che diceva cosí: L’arbero perde
Du’ fronne; ma ci ha tante e tante foje
Che nun casca, nun more e è sempre verde.

CXXXIII

E nun solo era verde e nun cascava,
Ma se slargava in su sopra la terra
Co’ li rami, e ’gni giorno s’affonnava
Co’ le radiche, giú sotto la terra.

E intanto, qua se combatteva in guerra,
Lí se scriveva, qui se cospirava,
Lí s’agiva, e ’gni giorno che passava
Se cambiava la faccia de la Terra.

E hai voja a mette’ editti e a cresce’ triboli,
Hai voja a aprí’ galere e arrestà’ gente,
Hai voja a piantà’ forche e arzà’ patiboli,

Che quelli, daje sopra e daje sotto,
Venne er giorno che arfine, finarmente,
’Na matina te schioppa er Quarantotto.

CXXXIV

E fino adesso, amichi, s’è parlato
De storia, e s’è discorso d’un soggetto
Che, insomma, tutto quanto quer ch’ho detto
Nu’ l’ho visto perch’io nun ce so’ stato.

Ma quer che dico adesso cambia aspetto,
Perché mica me l’hanno riccontato,
Mica l’ho inteso di’, mica l’ho letto...
Ner Quarantotto me ce so’ trovato!

Che giornate! Che roba! Che momenti!
Roma, l’Italia, er monno se vedeva
Che traballava su li fonnamenti,

E la vita, la vita ch’era morta
Rinasceva da capo, e te pareva
Che rinascesse er monno un’antra vorta.

CXXXV

Nun solo; ma dovunque, le persone
Che prima se sarebbero sbranate
Le rincontravi tutte abbraccicate,
Tutte quante pensanno un’intenzione.

E er fume de li spari der cannone,
Fra le bandiere e l’arme sfoderate,
Se mischiava a le gran messe cantate
Fra l’incensieri de le processione.

E, dapertutto, fino a li confini,
Fin dove lo poteveno sentillo,
Òmini, donne, vecchi, regazzini,

Tutti quanti pensaveno un pensiero,
Tutti quanti strillaveno ‘no strillo:
Viva l'Italia!, e fora lo straniero!

Cesare Pascarella
Storia Nostra

 
 
 
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